Archivio degli articoli con tag: cinema

Si è fatto conoscere al grande pubblico con la 52° e la 53° Biennale d’Arte di Venezia e con la delicatezza con cui presentò, in video, la vita dei Giardini veneziani durante il periodo di calma tra le Biennali.
Arriva in Italia la prima opera cinematografica dell’artista inglese Steve McQueen, “Hunger”. Un crudo e sincero racconto di ciò che accadeva nel 1981 all’interno del H-block del carcere di Long Kesh, nell’Irlanda del Nord. Nelle celle di quest’ala erano rinchiusi i dissidenti repubblicani dell’IRA, in lotta per far riconoscere il loro status particolare di prigionieri politici. Noi approdiamo a Long Kesh insieme a Raymond Lohan, una guardia penitenziaria. Lo vediamo prepararsi la mattina a casa (una delle poche scene esterne al carcere), prendere la macchina (dopo aver controllato che non ci siano bombe sotto il telaio) e recarsi al lavoro. Un’ala di prigione particolarmente turbolenta: i prigionieri stanno facendo lo sciopero delle coperte e lo sciopero dello sporco, ovvero si rifiutano di indossare divise come gli altri e imbrattano celle e spazi comuni di tutto ciò che il loro corpo produce. Ci spostiamo poi al punto di vista dei prigionieri, seguendo i primi passi nel carcere del giovane Davey Gillen. Lo vediamo, spaventato e impavido allo stesso tempo, rifiutare la divisa, entrare in una cella sudicia, venire picchiato senza esclusione di colpi per il solo fatto di essere un dissidente, uno che lotta per i propri ideali. Vediamo, in scene corali e profondamente drammatiche, tutti i prigionieri malmenati in seguito ad una rivolta interna. Restiamo impressionati da tutti questi Gesù Cristi nudi con i capelli lunghi, magri e determinati, trascinati e bistrattati, che non mollano in nome di un’idea e del diritto di essere loro stessi. Un primo atto fatto di immagini e di sensazioni, basato sulla percezione che riusciamo a seguire, sull’intuito e sulla scoperta dei sistemi di sopravvivenza e di solidarietà.
In fondo non riusciamo, come non riusciremo per tutto il film, a schierarci in modo definito e determinato, a decidere senza remore chi sono i buoni e chi sono i cattivi.
Dopo questa lunga introduzione – in cui abbiamo sentito quasi esclusivamente suoni, grugniti e versi – conosciamo il protagonista, Bobby Sands (lo strepitoso Michael Fassbender), uno dei capi della rivolta. Lo vediamo, velocemente, mentre ritira messaggi giuntigli dall’esterno del carcere con gli stratagemmi più diversi. E poi, la scena madre. Una lunga sequenza di oltre mezz’ora. Un’unica scena, serrata, straordinaria: un dialogo a camera fissa. Bobby Sands – dopo una sorta di riscaldamento, di introduzione e convenevoli atti a prendere bene le misure – rivela a Padre Moran (Liam Cunningham) la sua intenzione di dare il via ad uno sciopero della fame. I prigionieri partiranno a distanza di due settimane uno dall’altro, in modo, nel caso, da morire in fila, da essere continuamente rimpiazzati, da non lasciare vuoti. Nel lungo vis-à-vis, i due si spiegano – in un crescendo di conflitto che non lascia comunque vincere nessuno – le rispettive ragioni: la determinazione a morire, la scappatoia, la lotta per gli ideali, l’abbandono della famiglia. È l’analisi, disincantata e senza melodramma, di un’azione estrema e dei suoi possibili significati. Un solo taglio sull’accensione della terza sigaretta (il tempo si è fermato) e la chiusura della scena: stavolta la camera stringe su Bobby. Altri lunghi e serrati minuti in cui ascoltiamo le sue motivazioni, la sua storia personale, raccontata con un aneddoto. Questo è il secondo atto di Hunger, un capolavoro assoluto di recitazione, di equilibrio, di tensione costruita solo di dialogo e piccoli gesti, un atto costruito sulla verità di una situazione e sulla verità di due attori incredibili, che non mollano mai, nemmeno per un istante.
Lungo il terzo atto del film vediamo Bobby iniziare, e finire, lo sciopero della fame. Vediamo senza troppi fronzoli il dramma di qualcuno che ha deciso di usare il proprio corpo, ultima risorsa, come strumento di protesta. Ci troviamo catapultati (senza sapere bene come ci siamo arrivati) in mezzo a piaghe, sofferenza, debolezza, e non sappiamo distinguere tra stupidità, determinazione, martirio, nobiltà. Bobby Sands è stato il primo di dieci a morire di fame per affermare il diritto di essere rinchiuso come prigioniero politico. Lo status non verrà mai riconosciuto dal governo britannico, ma le condizioni di detenzione verranno, negli anni successivi, in parte modificate.
Hunger è un lavoro preciso, delicato, estremamente sensibile. Si dice poco, si sente molto. Si provano sensazioni contrastanti, non è facile schierarsi. È un film con una grande potenza visiva, in termini di immagini e colori. Resto convinta che la parte più intensa del film – anche se non è la più toccante o sconvolgente – sia la scena centrale, un vero tocco di genio da parte di ogni componente della troupe coinvolta. È un film che fa riflettere su cosa possa significare credere in qualcosa al punto da usare qualsiasi strumento: e quanto gli strumenti sono finiti, ricorrere all’ultima cosa che nessuno può toglierci, il nostro corpo.

Nel 2008 diciassette ragazze nel Massachusetts decisero di rimanere incinte nello stesso periodo per poter crescere i loro bambini insieme. La più grande aveva 16 anni. La paternità? Del tutto irrilevante.
Da questo particolare evento di cronaca americana, le sorelle Delphine e Muriel Coulin hanno tratto il loro primo lungometraggio, che ha vinto il Premio Speciale della Giuria al Torino Film Festival dello scorso anno.
Spostata l’ambientazione in una piccola città in Bretagna, la storia prende il via dalla scoperta di una delle protagoniste, Camille (Louise Grinberg), di essere rimasta incinta. La notizia viene vissuta da lei e dal suo gruppo di amiche come la possibilità di un cambiamento, l’occasione per dare una svolta. L’aspirazione a cambiare le cose si concretizza così in un largo gruppo di adolescenti incinte nello stesso liceo, tra lo sgomento e i rimproveri degli adulti. Una scelta complicata che viene vissuta con leggerezza, come una rivendicazione, tra le insicurezze nascoste di qualcuna e la paura di qualcun’altra. Il sogno di poter vivere tutte insieme, di crescere i bambini in un ambiente allargato in cui tutti si danno una mano, le porta avanti nell’impresa. Il film non finisce “tout rose” (come dice Muriel Coulin) ma l’impressione che le ragazze abbiano fatto, anche se non in modo corretto né ortodosso, qualcosa di speciale resta.
“17 ragazze” è un film che suscita, volutamente, sensazioni contrapposte: la tenerezza per delle giovani future madri, partite da una visita medica nella loro scuola e approdate all’ecografia in un baleno; il fastidio per i loro comportamenti irresponsabili; l’irritazione per l’egoismo alla base della scelta della loro utopia; la nostalgia di un periodo, l’adolescenza, pieno di energia e sogni. La loro utopia funziona perché sono tante. È il mezzo scelto, in fondo, a non permettere a questo sogno di diventare realtà: la gravidanza non può essere una scelta collettiva, ma è esclusivamente individuale.
Il film non è manicheo, lascia aperti molti squarci a sensazioni opposte e ad interpretazioni differenti. Camille non è un’eroina, è solo la prima. È sicuramente però, come evidenziato da Gianni Canova durante un incontro con una delle registe, un film “circolare”, basato sulla rotondità. È un cinema di sensazioni, avvolgente, che trasmette questo senso si appartenenza magistralmente anche a livello visivo, con panoramiche, riprese circolari, oggetti che ruotano, pancioni, gruppi, ambientazioni caratterizzate da curve. Le due sorelle hanno creato un contorno di ambienti agli antipodi: da una parte il vento, il mare, le onde, la sabbia; dall’altra una città immobile, fissa che le rinchiude in una dimensione che loro non vogliono rispettare.
“17 filles” è un film da vedere. Si può vederlo come una domanda sul limite verso cui ci si può spingere per inseguire un sogno. O una domanda sul perché di una vita che nasce. O sull’adolescenza e il senso di appartenenza. O su cosa si vive in modo solitario all’interno di un gruppo (memorabili i momenti in cui le ragazze vengono riprese nelle loro – vere – stanze a riflettere). In ogni caso, è un film che fa domande. Una sfida necessaria.