«Quando preghi, per che cosa preghi?» Harper, Angels in America Toni misti di echi barocchi e melodramma classico, tragedia greca e cinema contemporaneo, il tutto condito da una abbondante – e indispensabile – dose di feroce ironia. Il tutto in tragico equilibrio. “Angels in America” – dramma scritto nel 1987 da Tony Krushner e vincitore di diversi premi, portato in scena in Italia da Elio De Capitani e Ferdinando Bruni – racconta il disfacimento di una società, quella americana negli anni ’80, attraverso vicende segnate dal filo rosso dell’AIDS, che diviene metafora e sintomo, elemento scatenante e insieme conseguenza. Senza maschere, senza mezze misure. John Peter, sulle pagine del Sunday Times, ha definito l’opera come «una Divina Commedia per un’età laica e tormentata» e la sua prima parte, “Si avvicina il millennio”, come la «diagnosi» del problema (la seconda parte, “Perestroika”, andrà in scena all’apertura della prossima stagione). Al centro, sopra a tutto, la rabbia. O l’impotenza. Personaggi che vivono e subiscono situazioni. Senza ribellione, senza salvezza. Non ci sono buoni o cattivi in questa storia: solo uomini, omosessuali o eterosessuali, persi in un groviglio di paure e di sensazioni ingestibili. Uomini incapaci di esprimere la propria natura, repressi e per questo sostanzialmente, e spesso involontariamente, crudeli. Cinque i personaggi principali attorno ai quali ruota l’intera vicenda. Ci sono Prior Walter (il bravissimo Edoardo Ribatto), malato di AIDS, e il suo compagno Louis Ironson, che lo abbandona, incapace di gestirne la malattia, di fronteggiare l’idea della morte e la paura della fine. Ci sono poi Joe, mormone omosessuale represso, e la moglie Harper (nell’intensa interpretazione di Elena Russo Arman), isolata nel suo mondo allucinato costruito dal Valium. E c’è infine Roy Cohn – unico personaggio realmente esistito all’interno del dramma – avvocato spietato e cinico, che nei panni di Elio De Capitani assume un carattere estremamente duro e disincantato. Anche Cohn malato di AIDS, come Prior; anche Cohn omosessuale non dichiarato, come Joe. Storie che si intrecciano in un vortice di progressiva solitudine e straziante abbandono. Un teatro epico in questo senso, come l’autore stesso lo definisce. Un teatro che mette in scena dei problemi che «sono ancora tutti lì» come afferma Ferdinando Bruni. «È ancora straordinariamente vivo il richiamo del testo a una restaurazione dell’”umano” attraverso il coraggio dell’accettazione di sé, dei propri limiti, della propria “malattia”, attraverso l’accettazione del dolore e del male; è un richiamo a frantumare la superficie patinata delle nostre esistenze di “consumatori avanzati”, attraverso le piaghe, il sangue e la merda, mantenendo miracolosamente una leggerezza e un’ironia che non dimentichiamo mai». Questo concetto viene palesato anche dall’apparato scenografico (progettato da Carlo Sala), praticamente inesistente, vuoto, squallido e costituito principalmente da ambientazioni, realistiche o mentali, videoproiettate sulle pareti scarne e spoglie (i video sono realizzati da Francesco Frongia). Uno sguardo nudo, preciso, deciso e sfaccettato sulla confusione e l’infelicità caratteristiche di quel momento storico ancora non terminato, sull’assenza di ideali forti e di probabilità di salvezza. E allo stesso tempo uno sguardo visionario, allucinato, sognante: che i sogni rispondano, è il prezzo dello sradicamento, afferma Harper in uno dei suoi deliri. Uno sguardo triste e rabbioso sulla giustizia che «è un’enormità che confonde» e che ci fa diventare tutti come naufraghi su una barca, in attesa che qualcosa accada. Un’analisi spietata del potere, vero e unico motore dell’agire umano: «o la legge la fai tu, o ne sei schiavo», asserisce Roy; se siamo definiti dalla politica più che dalla razza è una questione al centro di una delle discussioni tra Louis e Belize, infermiere travestito di colore, vecchio amico di Prior, che lo accudisce in ospedale (Fabrizio Mattemi rende questo personaggio denso e incredibilmente vivace). La politica come «il gioco di essere in vita», un sistema che ha spaventose analogie con il corpo di Prior che parlando di se stesso arriva a dire: «Il mio cuore pompa sangue inquinato. Io mi sento lercio». Immagini che raccontano il disagio. Più che di fotografie si potrebbe parlare di fotogrammi forse, perché dal cinema De Capitani e Bruni hanno attinto molto per la loro messa in scena. Soprattutto nel finale, che lascia aperto uno spiraglio verso una soluzione. Tremano i muri, le orecchie sono perforate da un suono assordante, e – dopo lo scenografico crollo della parete di fondo – appare, circondato di luce, una sagoma sospesa tra Hollywood e Bernini: un angelo. Ma alla fine il dubbio che “Dio non c’entra un ***”, come urla Roy, resta.

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