Anche Pornobboy – come già made in italy, premio scenario 2007, che aveva portato Babilonia Teatri all’attenzione del grande pubblico – è una grande, cruda, impressionante vomitata. Un flusso. Un fiume in piena. Nel mirino, questa volta, non più il qualunquismo e la mediocrità italiane, ma il nostro rapporto con i media e con l’informazione; la nostra sete di particolari scabrosi; l’affannosa ricerca di qualcosa in più da sapere, per giudicare, per sentirsi più pieni. Bulimia informativa. Ma non si tratta di informazioni sane, utili, costruttive, quanto di gossip, di intrusioni nel privato, di scorribande nell’intimità delle persone. Senza controllo, senza ritegno, senza dignità. Vogliamo sapere tutto dell’omicidio del piccolo Samuele a Cogne, vogliamo modelli, rappresentazioni, video, ricostruzioni. Vogliamo sapere dove erano i lividi sul corpo di Meredith, quanto è stata violentata, com’è stata uccisa. Vogliamo sapere l’ora, il minuto, il secondo. Vogliamo i retroscena, anche se non aggiungono nulla, anche se creano solo confusione. Vogliamo saturarci di inutilità e infilarci prepotentemente nell’altro. Per restare il più lontano possibile da noi stessi. In scena, solo un cartellone per i manifesti pubblicitari. Lo spettacolo inizia con Enrico Castellani, Valeria Raimondi ed Ilaria Dalle Donne in scena, che ne ricoprono la superficie con le locandine dello spettacolo stesso, che ritraggono i loro tre volti, immobili, fissi. Moltiplicati in un coro visivo sullo sfondo. Poi vengono di fronte a noi, in piedi immobili, e così restano per tutto il tempo. Per tutto il racconto, per tutta la catena di parole ed eventi. Si passa da Carlo Giuliani, a Quattrocchi; dalla diatriba giornalistica della separazione di Silvio e Veronica all’ironia sulle giornate organizzate per prevenzione, difesa, abolizione, memoria, perdono, sicurezza, solidarietà, biodiversità, blablabla. E la scoccata arriva con la polifagia scatenata dal caso Eluana Englaro, assaltata, assediata, diventata bandiera della bianca chiesa perché dichiarata in grado di generare dei figli. Ma d’altronde la chiesa è bianca, è bianca come “il pane che è sempre bianco, lo str**zo è sempre nero, un miracolo davvero”. Niente interpretazione, niente recitazione. Il testo, costruito a partire dalla raccolta di materiali eterogenei, viene giocato sul ritmo, sulla giustapposizione, sullo scavalcamento, su assonanze e associazioni di idee. Oltre che su un’ironia pungente, nascosta, serpeggiante e non di rado spassosa. Una denuncia, o forse più uno “stato dei fatti”, che termina in sospensione, con la fagocitazione dei tre attori ad opera di una massa di schiuma bianca che piove dall’altro. Un’enorme montagna spumosa – insieme panna, nuvola, sperma, nebbia e chi più ne ha più ne metta – che noi tutti, non potendo smentire la curiosità per i particolari e l’incapacità di starne lontani, andiamo a toccare quando le luci si riaccendono.

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