È difficile descrivere un’emozione forte. Difficile parlare di commozione. Sono sentimenti che si vivono in modo istantaneo. A volte improvviso. Non avvisano. Non seguono le regole, quelle che vogliamo rispettare per non mostarci vulnerabili.
“Trilogia degli occhiali”, ultimo spettacolo realizzato da Emma Dante con la sua compagnia Sud Costa Occidentale, è un momento di poesia. Un momento di racconto composto da tre brevi spettacoli, che affrontano tre diversi temi.
“Acquasanta” è il primo. La povertà. Come un tarocco, ‘o Spicchiato è un mezzo mozzo, da sempre in mare. Un’esistenza a navigare, a scrutare le onde. Un burattino della vita, un poveraccio con un solo grande amore, il mare. Unico destinatario delle sue condivisioni. E poi ‘o Spicchiato viene abbandonato. Viene lasciato a terra, un luogo che non conosce, che non lo fa sentire a casa, sicuro. Dimenticato. Legato a tre ancore in sospensione, come dei pupi, il marinaio sembra un burattino. L’eccezionale Carmine Maringola ci trascina in un turbine di personaggi: il secondo, il capitano, il mare stesso. Una prova d’attore incredibile e travolgente; precisa, perfetta, come i timer che, caricati all’inizio, esplodono uno dopo l’altro sul finale, quando ‘o Spicchiato sogna di diventare una polena, una statua di legno. Di nuovo in contatto con il mare. Come crocifisso.
“Il castello della Zisa” è il secondo. La malattia. Intendiamo un istituto. Siamo in un luogo di silenzio. Due donne, due suore?, bisbigliando una cantilena mista di italiano e francese, sorta di sottofondo rapido e incalzante, si occupano di un malato. Un ragazzo immobile, nel suo pigiama azzurro, insensibile agli stimoli. Le donne, sempre confabulando, lo lavano, cercano di farlo giocare, gli lanciano palline, fanno partire carillon. Momenti di grande, anche se macabra, comicità. Nicola: niente. Finché, all’ennesima preghiera, Nicola si risveglia. Piano. Un pezzo alla volta. E dopo una scoperta lenta e dolorosa del proprio corpo, corre. Corre sempre più veloce. La parola, ciò che dice nella parte finale, non serve. Quasi rompe la poesia del momento. Si chiama Nicola, ci racconta la sua storia. Ci trasmette il suo entusiasmo, la grandezza del miracolo. Poi è un flash. Di nuovo la preghiera. Di nuovo Nicola immobile. È stato un sogno? Incredibili Claudia Benassi e Stéphanie Taillandier, in sincronia perfetta, due corpi per un unico personaggio, e Onofrio Zummo, emozionante passione di movimento.
“Ballarini” è il terzo e ultimo. La vecchiaia. Puro. Semplice. Di una teatralità spoglia e chiara, oltre che incredibilmente competente. In scena una coppia. Fisici piegati dagli anni, tremolanti e barcollanti. Una coppia. Due compagni, due complici; insieme amici e amanti. Un reciproco aiuto nell’età in cui si torna ad avere bisogno di aiuto. Gesti abitudinari, la certezza di trovare l’altro, accanto. Un cielo di lampadine sopra la testa, firmamento elettrico. Una storia, la loro, a ritroso. Le schiene si drizzano, i capelli tornano castani, la camminata incerta diventa rock acrobatico. Sulle note di canzoni italiane che fanno sorridere e ricordare. La nascita di un amore, la gioia di diventare genitori. Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco ci accompagnano a ritroso. Una festa di amore e sentimento. Per poi tornare alla scena iniziale. Lei china su un baule di ricordi: il velo, una bottiglia di champagne. Da mettere via. È sola. Lui si è dissolto, mai tornato verso il presente dopo il tuffo nel passato. Una tristezza densa e contagiosa. Che resta appiccicata addosso. Senza parole, solo corpi e suoni, qualche grugnito, qualche verso. Una potenza fatta di gesti, di energia, di espressione. Un piccolo capolavoro. Una perla.
“Trilogia degli occhiali” è forte. Prepotente. Preciso come una macchina. Attori eccezionali si muovono lungo una linea drammaturgica in questo caso soprattutto costruita sul corpo. Parole poche. Non necessarie. Un’emozione finale difficile da scrollare via.

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