Cosa succede quando la saggezza è della strada e l’inutilità si riversa in televisione? Cosa succede quando a darci insegnamenti di vita sono persone semplici, poveri cristi senza casa e senza lavoro, che abitano sotto i ponti e passano le giornate a rovistare nella spazzatura per trovare oggetti da riutilizzare? Cosa succede quando uno dei riferimenti culturali più forti della nostra epoca, la televisione, basa la sua esistenza su format che mettono in mostra e sviscerano ogni bassezza umana senza vergogna?
Paolo Mazzarelli e Lino Musella portano in scena ancora una volta, dopo il successo al Festival Primavera dei Teatri del 2010, “Figlidiunbruttodio” al Teatro Tieffe Menotti.
Lo spettacolo inizia con una scena beckettiana: due poveracci, degni della migliore tradizione del teatro dell’assurdo, aspettano il loro personale Godot, un autobus che li deve portare al lavoro. I due attendono, trascorrono il tempo: uno assembla cianfrusaglie raccattate in giro, l’altro è incaricato di smistare il pattume in scatole, da una parte il cibo, dall’altra i vestiti. Aspettano, fiduciosi, che l’autobus arrivi e li porti a lavorare in un posto dove possano restare per un po’, a fare un lavoro che non siano costretti a cambiare subito. Sognano qualcosa di stabile, di definito. Sognano di allevare conigli, di avere una casa. In una sorta di sogno d’amore, sono spalla uno dell’altro, ridicoli, penosi e simpatici.
C’è poi il violento mondo della televisione, della presunta realtà portata nel piccolo schermo. Un conduttore di successo, emblema dell’uomo che non si ferma mai, sempre al telefono e con le scarpe alla moda, fa un colloquio a un giovane che spera nella svolta della vita e vuole a tutti i costi partecipare al reality, il “Figlidiunbruttodio” che dà il titolo alla piéce, basato sulle storie di quelli che il conduttore definisce gli sfigati del mondo. Storie banali, tristi, senza niente da dire, di gente vuota. Un reality il cui scopo è quindi mostrare la pochezza dell’essere umano e delle sue speranze.
Bravissimi Mazzarelli (prima barbone un po’ tonto e poi squalo della produzione mediatica) e Musella (prima clochard pratico e incoraggiante e poi timido e accondiscendente aspirante concorrente) nel trascinarci in un mondo fatto di situazioni rovesciate e vane speranze. “Figlidiunbruttodio” è un ritratto spietato e divertente di una società che manipola e impoverisce, che abbatte il senso del rispetto e del pudore, che crea l’idolo del successo televisivo come massima aspirazione esistenziale. Sia la fermata dell’autobus che il patinato ufficio del conduttore sono luoghi vuoti, di attesa, di speranza.
I punti in comune tra le due storie e le due coppie di personaggi? “Fanno ridere, ma non lo sanno; non hanno speranze, ma sono convinti di averne; sono figli diversi, e illegittimi, di una stessa Realtà, di un comune Tempo, di un brutto Dio”, scrivono i due registi e attori. Le differenze? Chi non ha come paradigma la televisione e i suoi sistemi sa ancora capire il valore delle piccole cose, dei sogni, di una vita fatta di attese che non è detto si avverino; chi al contrario basa la propria realizzazione sull’effimero successo mediatico, arriva a compiere azioni terribili e senza senso, che scavalcano ogni etica (come rinnegare o uccidere un fratello che era diventato di ostacolo alla scalata televisiva). Si ragiona sostanzialmente sul concetto di fallimento, chiedendosi se sia meglio fallire sognando, ma senza pretese e con umiltà, o fallire con l’inganno e l’illusione di raggiungere un mondo dorato attraverso la fama ma venendo, in fondo, derisi.
“Figlidiunbruttidio” è uno spettacolo da vedere per vari motivi. Prima di tutto per il piacere di vedere due attori recitare in perfetta sintonia e con uno spirito di gioco e complicità fuori dal comune. In secondo luogo perché la scelta di affrontare il tema della nostra attuale società – di per sé banale – dai punti di vista di un reality e di una vita passata ad aspettare che qualcosa cambi in meglio permette agli autori, molto più di tanti discorsi retorici, di far emergere a pieno la mancanza di ideali e di etica. I personaggi funzionano molto bene in scena e a livello drammaturgico; quattro caratteri complementari e riconoscibili che permettono agli spettatori di entrare immediatamente nello spirito della regia e di godersi le sfumature della recitazione.

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