“Tre studi per una crocifissione” è uno spettacolo del 1992: ha quasi vent’anni. Pochi autori sono in grado di realizzare opere che rimangono attuali a lungo, oltre il tempo e il luogo in cui vanno in scena. Danio Manfredini è uno di questi. Profondamente appassionato – nel senso etimologico del termine – di pittura e affascinato in modo viscerale (visceralità che arriva chiaramente al pubblico) dai mondi comunemente considerati al limite – come quello delle realtà psichiatriche, nelle quali ha lavorato per lunghissimo tempo – Manfredini porta avanti dagli anni ’70 una ricerca teatrale personale ed esrtemamente curata e precisa che lo ha portato, nel 1999, a vincere il premio Ubu.
“Tre studi per una crocifissione” racconta di tre mondi al limite. Quello di un paziente psichiatrico, quello di una transessuale e quello di un immigrato.
Il primo studio si apre su uno spazio riempito da sedie vuote, troni fisici per fantasmi della memoria. L’uomo racconta se stesso e ai suoi interlocutori immaginari il suo mondo, la sua vita: l’amore per la Divina Commedia – e l’inferno dove non si trova pace – e quello per il latino; i suoi studi, la sue capacità, aneddoti che riempiono il vuoto del tempo. Fa riflessioni sulla vita e sulla sorte dell’essere umano, non senza un sottile e delicato umorismo (“Se siamo tristi abbiamo i nostri motivi: siamo motivati”). Uno spezzone di vita solitaria, fatta di film e ricordi. Un crocifisso sullo sfondo. Sempre uguale a se stesso, l’uomo riflette con i suoi fantasmi su cosa sia la normalità: lui ha la canottiera e le mutande. Chi ha la canottiera e le mutande non è forse normale?
Il secondo personaggio, liberamente tratto da Fassbinder, è una transessuale. È diventata donna per amore, voleva solo un po’ di affetto. Si era invaghita di un uomo: “Anche tu mi piaceresti, se fossi donna”. Così è andata a Casablanca ed è tornata donna. E lui ha riso di lei. Ha iniziato a bere. La cogliamo ubriaca, subito prima della sua ultima scelta, quella di suicidarsi. Racconta la sua storia, si rivolge ad una madre assente, morta, usando una filosofia fatta di immagini forti derivanti dalla sua esperienza. Voleva fare l’orafo. Poi voleva fare il macellaio, ma ormai – con le tette – non era più possibile. Eppure, ci dice, il macello è la vita stessa. Ha deciso di togliersi la vita con una considerazione che lascia basiti: il suicida ama la vita, è solo scontento delle condizioni che gliela hanno resa insostenibile.
Il terzo studio coglie invece un extracomunitario, un immigrato che, sotto la pioggia, tenta un dialogo improbabile e impossibile con qualcuno che non lo sta ascoltando, che lo vuole allontanare. Un ballo disperato, sulle note di una struggente musica. Una vitalità che non può liberarsi, che è costretta a rimanere lì, sempre lì, come il matto del primo momento, come la transessuale del secondo. Sono lì. Cercano di condividere, di trovare compagnia, di parlare. Cercano di non far cadere le loro parole nel vuoto. Cercano conforto, amore. Sono feriti, anche umiliati a volte.
“Tre studi per una crocifissione” è uno spettacolo forse non originale, ma che ha la delicatezza di mostrare l’umanità nella sua dimensione più intima, anche a costo di andare a cogliere il disagio, ciò che di solito ci fa voltare la testa da un’altra parte. E lo fa senza giudizio, senza pretese. È uno spettacolo da vedere, anche solo per la bravura e la straordinaria presenza scenica di colui che anima questi personaggi.

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