“Coco. L’ultimo sogno” è l’ultima produzione di Teatrino Giullare, vivace gruppo teatrale del bolognese che ha ottenuto negli anni numerosi riconoscimenti di prestigio (tra cui l’Ubu nel 2006). Mossi dalla ricerca di una recitazione ai limiti dell’artificialità, Giulia Dall’Ongaro ed Enrico Deotti – aiutati dalla sempre incredibile creatività di Cikuska, decoratrice e scenografa che collabora con loro da anni – portano sul palcoscenico Coco Chanel, ormai vecchia, immersa in una sorta di enorme vasca-letto insieme al suo cane. Una scena semplice ed estremamente efficace, inquadrata sullo sfondo da una cornice bianca che sembra sospesa nel nero, dove un pianista di spalle con ali dorate accompagna alcuni momenti dello spettacolo, una sorta di angelo controllore.
Coco, adagiata in un mare di cotone, legge alcune biografie che sono state scritte su di lei, sulla sua leggenda, la sua vita. È irascibile, nervosa, scontrosa. O semplicemente un’anziana ormai stanca. Nata povera, infanzia difficile, infinite congetture sulla nascita del suo soprannome Coco, la ricchezza, gli amanti famosi, il sesso. Tra le righe lette ad alta voce si intravede una vita piena di successi e di difficoltà, un’esistenza sempre in bilico tra fama e solitudine, tra paradiso dorato e inferno nero. Picasso, il suo cane, è rimasto l’unico a tenerle compagnia. Picasso. Come l’amico pittore – Coco conosceva bene tutto l’ambiente artistico della Parigi dei primi del Novecento: Stravinskij, Colette, Cocteau… – con cui litigò, si intuisce: altra grande delusione. Una vita circondata da gente, assediata, eppure irrimediabilmente sola. Una donna che ha liberato le donne, che le ha rese moderne, che ha permesso loro di indossare abiti che le lasciavano libere di muoversi e lavorare comodamente, ritratta tra momenti di ridicola misoginia (“Le teste di certe donne servono solo a consumare shampoo”) e attimi di puro femminismo. Coco Chanel, icona indiscussa della moda: grande rivale di Dior, perfezionista, sarta con le forbici sempre attaccate al collo, capelli corti (Coco si tagliò i capelli dopo essersi bruciata alcune ciocche e venne subito imitata da migliaia di donne). Ormai ottantasettenne, Coco affida i suoi pensieri e i suoi sfoghi al suo cane, personaggio vivo che arriva a tramutarsi in un destriero alato che la trasporta in alto, sempre più in alto.
Immersa nel suo letto di schiuma, guardiamo Coco interrogarsi paradossalmente, attraverso le biografie che legge, su che cosa sia successo la notte del 10 gennaio 1971: la notte in cui morì nella sua suite all’Hotel Ritz, con vista su nulla.
“Coco. L’ultimo sogno” è uno spettacolo di grande impatto visivo, molto sensibile e ironico. Dopo un inizio forse un po’ lento, lo spettacolo trascina lo spettatore in un gioco teatrale fatto di pupazzi e di maschere che danno vita ad espressioni più umane che mai. Tutto bianco e nero, come lo stile essenziale ed elegante lanciato da Coco negli anni venti.

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