Il Cinema Cielo era una sala milanese dove venivano proiettati film per adulti. Danio Manfredini lo ha scelto come luogo privilegiato per mostrare un’umanità fatta di uomini soli, in cerca di amore e calore, respinti. Un genere umano indistinto, sporco, mescolato. Ammiccante e disperato.
A darci un filo conduttore, una trans con delle piccole ali rosse (Danio Manfredini) che racconta direttamente al pubblico, e non senza autoironica, alcune storie della sua vita, dei suoi clienti, dei suoi amori fatti di soldi e delusioni.
Poi arriviamo direttamente dentro al Cinema Cielo. Una scena semplice, essenziale, conosciuta: una platea di un cinema. Con le poltroncine rosse. Con le porte a spinta per il bagno. Con gli spettatori sparsi. È una platea specchiata. In fondo, il pubblico che osserva, noi che guardiamo, siamo schermo o specchio? Questo il primo grande interrogativo: quello che vedremo quanto ci riguarda da vicino?
A fare da sfondo, l’audio di un film liberamente ispirato a “Nostra Signora dei Fiori” di Jean Genet, romanzo che racconta le storie crude e ambigue di un omosessuale e dei suoi amanti nella Parigi prima della Guerra. Suoni e dialoghi forti, ora violenti ora erotici, fanno da sfondo a quello che accade nella platea del Cinema Cielo. Uomini e donne che cercano amore, emozioni, sesso. Ognuno ha la sua verità, dalla puttana allo straniero sconosciuto, dal vecchio allo storpio, dalla cassiera al proprietario. In scena, insieme a Manfredini, Patrizia Aroldi, Vincenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro si alternano, insieme ad alcuni manichini, nei ruoli della più variegata umanità, sotto lo sguardo dolce, sconsolato e indulgente, dell’autore. Rapporti consumati in fretta facendo finta di niente, orge improvvisate pur di sentire qualcosa intorno, sentire di non essere completamente soli. In un’atmosfera natalizia – con i festoni attaccati nella squallida sala, sopra alle tende che chiudono gli uomini come in una dark room, o come in una gabbia – in quest’atmosfera natalizia che amplifica la sensazione di sconforto, isolamento ed abbandono, guardiamo (e a volte forse compatiamo) fantasmi della vita che sembrano potersi avvicinare solo strusciandosi, parlare solo con volgarità, muoversi solo con il bacino. Bastano le espressioni – e Manfredini e gli altri attori (e anche i manichini) riescono a trasmettere con corpo e viso più che con mille parole – a farci capire che siamo coinvolti. Tutti.
All’urlo di “Dio sceglie mille modi per introdursi negli animi” – un Dio che fa le creature e sembra abbandonarle, così si intende – assistiamo un po’ sconvolti, un po’ intristiti e un po’ guardoni, allo spettacolo dell’umanità. Sempre intramezzato dalla trans alata, che compare in sala come un messaggero nelle tragedie greche, portando la sua storia sgretolata e ridicola.
Come spesso accade con gli spettacoli di Danio Manfredini, non si può avere la pretesa di capire tutto, ma bisogna lasciarsi trafiggere dall’impatto che le immagini, i suoni e i gesti hanno su di noi. Non bisogna respingere quello che arriva, altrimenti si rischia di rimanere ancorati al difficile limite tra incanto e disgusto. “Cinema Cielo”, che nel 2004 ha vinto il premio Ubu per la miglior regia, non fa eccezione. È uno spettacolo da sentire e guardare, senza pregiudizi, senza schemi. Con tanto amore e tanta indulgenza per chi, coraggiosamente, ci mette in scena.

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