Harold Pinter scrisse una delle sue opere più importanti, “Il guardiano”, nel 1959. Si racconta delle tre storie di tre differenti personaggi, che si incontrano e ruotano intorno ad una stanza chiusa. Un unico ambiente che sembra non avere un intorno – come in molte opere del teatro dell’assurdo – anche se ci sono piccoli accenni alla situazione esterna. Una stanza chiusa (si pensi alla stessa Stanza di Pinter, o agli ambienti di Beckett), lasciata in disordine, con i mobili avvolti in plastica, quella in cui Lorenzo Loris ambienta la sua regia, con in scena Gigio Alberti (Davies, il barbone), Mario Sala (Aston, uno dei due fratelli, il più tardo – e poi si capirà perché) e Alessandro Tedeschi (Mick, il fratello intraprendente).
La scena si apre con Aston che lascia entrare nella sua stanza Davies, che ha tirato fuori da una rissa: lo ha accolto per gentilezza, senza ragione, solo perché ha buon cuore. Aston sembra (ed è) innocuo e ingenuo e Davies non si fa pregare: accetta l’ospitalità senza particolare riconoscenza e non senza pretese. I loro due mondi non comunicano: Aston è chiuso, concentrato nel fare cose (deve aggiustare una spina, costruire un capanno) e del tutto distaccato dalla realtà; Davies è chiacchierone, vuole dimostrare – a parole – di essere in gamba, uno di mondo, che sa arrangiarsi da solo. Vuole apparire pieno di mistero e di impegni (deve recuperare dei documenti, deve riuscire a trovare un paio di scarpe, lui che ne ha provate tante e sa quali sono quelle che vanno bene….). Aston propone a Davies di restare – nonostante siano evidenti non piccole incompatibilità tra i due – a fare il guardiano della casa. Davies accetta senza esitazione: avrà un letto, una paga (anche se – chiaro! – lui ha sempre lavorato e sa come funziona il mondo….).
Aston lascia solo Davies in casa. Arriva Mick, il fratello di Aston, vero proprietario della casa in cui i due stanno vivendo. Mick è un “imprenditore di se stesso”: ha la sua attività (quale non è dato saperlo!), i suoi impegni; è pieno di progetti e di spirito di iniziativa. Frastorna Davies, lo mette alla prova, mostrandogli chi comanda. E quando anche Mick arriva a proporre a Davies di fare il guardiano per la sua casa, Davies sfodera la sua arma più potente: la capacità (almeno presunta) di schierarsi dalla parte del più forte. Inizia a parlare male di Aston, lo stordito, lo strano, riempiendo di complimenti Mick, che non sembra dargli corda. Finché Davies esagera, non rendendosi conto che Mick non ha nessun interesse a scavalcare il fratello (che apprendiamo da un lungo monologo essere stato sottoposto, ancora molto giovane, all’elettroshock ed essere rimasto per questo “frastornato”).
Pinter mette in scena alcuni dei difetti umani più fastidiosi: la presunzione, l’illusione, la falsità, la volontà di approfittare di chi si dimostra disponibile. La storia è un triangolo senza collegamenti tra i punti: ognuno va avanti per la sua strada, sordo alle esigenze altrui (nel caso di Aston, che prova a tendere una mano per gentilezza e ingenuità, il discorso è ancora più denso di significato). Pensando di essere il più forte. Bravi gli attori a creare tre personaggi simbolici e derisori dei difetti umani senza esagerazioni. E quando alla fine non vince nessuno – in fondo non c’era niente da vincere – resta il fastidio provato per aver visto sprecare tante possibilità e tante occasioni. Come succede davanti ai nostri occhi tutti i giorni.

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