Stare in piedi, schiacciati, pressati, al buio. Non vedere bene quello che succede, cercare di star dietro alle voci che spiccano sparpagliate nella folla, cercare di sollevarsi sulla punta dei piedi per vedere meglio, anche solo un’ombra. Turbinare tra una luce che si accende sulla destra e un urlo che viene da sinistra… Questo è l’inizio de “L’istruttoria”, storico spettacolo di Peter Weiss che Gigi Dall’Aglio e il Teatro Due portano in giro in Italia e nel mondo da ventotto anni, senza interruzione. Uno spettacolo che resta, per forza di cose, un momento fondamentale del percorso della memoria. Con le sue quasi 100 repliche, “L’istruttoria” è un caso unico in Italia: sono infatti sempre gli stessi attori a portare in scena lo spettacolo. Roberto Abbati, Paolo Bocelli, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Gigi Dall’Aglio: sempre loro, dal 1984.
La drammaturgia si basa sui processi contro i crimini nazisti tenutisi a Francoforte negli anni ’60. Weiss presenziò a molte sedute del processo – il processo durò in totale oltre 100 giornate, e vide la partecipazione di più di quattrocento testimoni, più della metà dei quali erano sopravvissuti al lager – e trasformò deposizioni e testimonianze in un testo strutturato in capitoli.
La sensazione provocata nel pubblico è forte. Si inizia appunto in piedi, senza capire, si resta spaesati, pigiati gli uni agli altri. È fastidioso, e quindi perfettamente coerente. Dopo un primo canto così, il pubblico si accomoda in sala e seguono altri canti, ognuno dei quali racconta una storia personale o un tema: le torture, gli esperimenti sulle donne, le camere a gas, i forni crematori, la punizione per chi cercava di aggirare le regole.
In una scena spoglia, cupa, con una grossa parete-lavagna sul fondo, la voce che compie le indagini legge senza tono – limitandosi a piccole impercettibili pause quando c’è troppo da dire – le atrocità e le violenze che hanno caratterizzato i campi e la vita (o la morte) al loro interno. Gli altri attori impersonano i protagonisti delle vicende narrate, strazianti, ma senza enfasi. È solo scorrere di momenti, di tragedie, come a dire che è stato tutto – per davvero – possibile.
Il finale resta sospeso. Al momento dell’incontro con alcuni dei responsabili delle stragi, seduti al banco, il pubblico viene fatto uscire dalla sala. Ancora una volta, non capiamo cosa stia succedendo. Semplice: non abbiamo la possibilità di vedere come va a finire. Si resta sospesi, con una sensazione di disagio addosso. Una sensazione giusta, provocata, pungente.
“L’istruttoria” è uno spettacolo importante, un testo necessario che non smette di toccare e che si spera possa non smettere mai. Da vedere.

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