“La donna di un tempo” è colei che riemerge dalle pieghe dimenticate del passato per sconvolgere la vita quotidiana di una famiglia, in nome di una promessa fattale in gioventù. Questo il fulcro della pièce di Ronald Schimmelpfennig messa in scena al Teatro Libero da Sergio Maifredi. Uno spettacolo allucinato, fatto di gesti e parole ripetute, o piuttosto riprese, in un continuo meccanismo cinematografico alla “Memento”, fatto di rapidi tuffi nel passato, di echi nel presente, di sprazzi di futuro che si accavallano, si rincorrono, si ricompongono. Una scena scarna, fatta di scatoloni: Frank (il bravo “burattino” Corrado d’Elia) e Claudia (la rigida e divertente Monica Faggiani), marito e moglie da 19 anni, e loro figlio Andreas, stanno per traslocare lontano e ricominciare una nuova vita. Ma sulla porta compare Romy, vecchia fiamma estiva di Frank, ad esigere che egli mantenga la sua promessa di amore eterno fattale 24 anni prima. Romy, piena di pretese e determinazione nel perseguire il suo obiettivo, arriverà a portare la famiglia alla distruzione, pur di riavere il suo amore. Un testo ragionato per un anno intero e scritto in meno di un mese, “Die Frau von Frueher”, fortemente influenzato dal cinema e dalla possibilità che questo offre di saltellare (addirittura troppo), con il montaggio, lungo la linea del tempo. Spettacolo poi, parola dell’autore, debitore al teatro greco (il testo è costellato di pause durante le quali Tina, fidanzata di Andreas, assume il ruolo di coro: racconta e descrive, anche con impressioni personali – è un personaggio a tutti gli effetti – dà le coordinate temporali). “La donna di un tempo” è anche una piéce di vendetta, di punizione, a partire dal momento in cui Romy soffoca Andreas, colpevole secondo lei di aver assunto con Tina lo stesso atteggiamento distaccato e leggero che Frank aveva avuto con lei. Allo stesso tempo, questo gesto le permette di cancellare la traccia più evidente della vicenda matrimoniale di Frank: un figlio. La donna vuole eliminare tutto ciò che non l’ha compresa nella vita di Frank, vuole distruggere tutti i segni lasciati dal resto del mondo sull’uomo che avrebbe dovuto volere e avere solo lei. Un testo che ragiona sulla soggettività di ciascuno: un’avventura adolescenziale che per Frank non ha significato nulla e di cui nemmeno si ricorda, cancellata dai 24 anni successivi densi di eventi, ha invece un peso fondamentale nell’esistenza di Romy, la cui vita non è probabilmente stata eccitante e interessante. Un testo che ragiona sulla possibilità di lasciare un segno indelebile nella vita degli altri e, bisogna dirlo, il messaggio indiretto è alquanto triste. Maifredi rende la regia meccanica: le vicende sono un ingranaggio che accelera, si inceppa, si arresta, torna indietro, riprende. I movimenti dei componenti della famiglia sono rigidi, da automa, precisi, scattosi. Sono Romy e Tina ad avere un tipo di fisicità diretta, quasi naturale: sono le donne che amano incondizionatamente, senza remore, e che vedono il loro amore già lontano o allontanarsi; sono le amanti che restano lì, sole e abbandonate in una storia che non smetterà mai di ripetersi. L’altra donna, Claudia, assume un valore quasi antagonista: una donna coraggiosa e forte, che fa valere le proprie ragioni senza possibilità di controbattere. Uno spettacolo a tratti ripetitivo, che sfrutta forse in modo eccessivo il meccanismo del salto nel tempo, ma che sicuramente affronta temi delicati e inflazionati come l’amore, la vendetta, la gelosia, da un punto di vista inusuale e ironico. Uno spettacolo, inoltre, che mostra come la pratica teatrale, ricordando le parole del grande Popolizio, sia a tutti gli effetti – più che una terapia o un modo per incanalare emotività – una professione che richiede precisione e puntualità.

Annunci