Si era previsto tutto, si doveva prevedere tutto, si sarebbe dovuto… dubbi, parole non dette, la volontà di tirare fuori fantasmi ormai sommersi e che tali, alla fine, rimangono. Ipocrisia e nostalgico sguardo verso un idealismo che non è più possibile. Una realtà dura, vuota, pungente, quella rappresentata in “Ultimi rimorsi prima dell’oblio”, di Jean Luc Lagarce, portato in scena al Teatro Out Off da Lorenzo Loris. Ci sono Pierre (il bravo Giovanni Franzoni), Paul (Alesandro Quadro) ed Hélène (elegante e pungente Sara Bertelà). In passato – un passato che Loris colloca nel fermento culturale e ideologico del ’68 – conviventi, amici e amanti. Ora ognuno ha la sua vita, la sua famiglia (tranne Pierre), i suoi impegni e i suoi obiettivi. Si ritrovano – mariti, mogli, figlie al seguito – nella casa di campagna che era stata il loro nido quando erano giovani, quando tutto sembrava nuovo e interessante. Pierre – poeta fallito ora triste e cinico insegnante, unico personaggio coerente in sentimenti e azioni – ha continuato a vivere in quella casa, non se ne è mai andato, nemmeno dopo che Paul ed Hélène scapparono insieme, interrompendo tutto. Ora il problema, che appare più come un pretesto, è la divisione della proprietà. Dopo anni, le discussioni, le parole, le liti, gli scontri fanno lentamente, faticosamente e senza precisione riemergere tutte le questioni lasciate in sospeso, tutte le amarezze, le falsità, le ipocrisie. La rabbia di affermare di non essere più niente l’uno per l’altro, le convenzionalità dette con il cuore, i formalismi che piano piano si disgregano senza riuscire comunque a lasciare in superficie verità leali e chiare: tutti questi piani si intersecano continuamente, senza respiro, senza tregua. Parole serrate che raramente raggiungono la dimensione del dialogo. I tre non si ascoltano, si fraintendono, cercano, ognuno a suo modo, di difendersi, generalmente attaccando, ferendo, aggredendo. Sono forse più i personaggi al loro fianco a riuscire a vedere la situazione da un punto di vista esterno, per quanto incompleto o ingenuo. C’è Antoine (nella divertente interpretazione di Gigio Alberti), marito di Hélène, rappresentante commerciale che vende auto, la cui teoria psicologica, per quanto spiccia, individua perfettamente la questione centrale dell’essere umano: il bisogno. C’è Anne (Sabrina Colle), moglie di Paul, donna educata, timida, un po’ nevrotica e frustrata che cerca disperatamente la sua dimensione in una situazione che la mette a disagio, che avverte essere piena di ostilità, che la scaraventa in ultimo piano di fronte ad un passato con il quale non sembra aver mai retto il confronto. E infine c’è Lise (Paola Campaner) seconda figlia di Hélène, diciassettenne sveglia e disincantata che vive spesso nell’ombra di una famigerata primogenita di cui poco e niente viene detto, ma che lascia intuire quanto le cose tra i tre ex amanti siano complesse. Nella neutra e stratificata scena disegnata da Daniela Gardinazzi – uno spazio che lascia scorrere situazioni e scene una dietro l’altra senza soluzione di continuità, immergendo lo spettacolo e lo spettatore in un flusso quasi cinematografico – la constatazione arrabbiata di Hélène che niente «è complicato, se nessuno complica niente» cade nel vuoto, diventa una speranza vana ancor prima di essere pronunciata. Così come la domanda che si pone Anne – se i tre siano mai stati effettivamente in ottimi rapporti – risuona come una condanna, pende sulle teste di ogni uomo o donna che si definisca al suo giusto (e felice) posto nel mondo. Quell’incontro, nato sullo sfondo di una questione burocratica, diventa lentamente e inesorabilmente un evento che pone ognuno di fronte al vuoto della propria esistenza e alla vanità dei propri sogni. Il desiderio di «fare un po’ il punto» si sgretola di fronte alla «riduzione in cenere degli irriducibili fantasmi della giovinezza». Come afferma Loris «tra il cercare una possibile coerenza con i propri ideali e l’ansia di affermarsi, ha vinto la solitudine» e quello che resta alla fine è la disperazione di questa constatazione. Le uniche alternative possibili? Ignorare, scappare, disperarsi o ironizzare. Sensibilità derise e martoriate, sogni infranti e ricostruiti sotto una patina di comoda falsità. Silenzi, incomprensioni, assenza di soluzione. Dopo una giornata di estenuanti discorsi, Paul e Hélène lasciano Pierre nella casa, solo, come all’inizio, come se niente fosse successo, anche se in realtà, qualcosa è successo: abbiamo assistito, impotenti, agli ultimi rimorsi prima dell’oblio.

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