Un palco caotico, sovraccarico, barocco, saltimbanco, colorato; al centro un siparietto dietro cui avvengono i cambi costume. Barbe, parrucche e cappelli appesi a un attaccapanni di legno. Oggetti e cartelloni: la scritta più evidente e sconcertante “Lavatevi le mani, il sedere non conta, il messia sta arrivando”. Questa la scena di “Strada nostra santuario”, portato in scena da Guido Ceronetti insieme a tre attori del Teatro dei Sensibili (i bravissimi Egeria Sacco, Luca Mauceri e Francesca Rota) nell’ambito del Festival “La casa delle Scuole di Teatro” in questi giorni al Piccolo Teatro di Milano. A proposito dei suoi primi spettacoli messi in scena negli anni ‘70 con il Teatro dei Sensibili e le sue marionette, Ceronetti parlava di “crudeltà bunueliana e di humour noir surrealista, cose a cui l’Italia seguita ad essere irrimediabilmente refrattaria”. E ancora oggi questo si ritrova, insieme alle maschere e alle marionette, sul palco, che più che palco è un pezzo di strada messo al chiuso. Uno spettacolo fatto di impressioni, spunti, canzoni, poesie. Intromissioni di voci da un megafono che raccontano stralci da Cesare Pavese e Tennessee Williams: “Telecom Italia”, ci sono messaggi, o pensieri, o ricordi non ascoltati. Esilarante, grottesco, tragico e feroce. In scena giochi di toni (come quello tra una prostituta e un suo cliente, i cui ruoli, in un crescendo di scambi verbali arrivano a confondersi se non addirittura a invertirsi); giochi di parole (come la “Loco-emotiva”, ridicolo stacco di ansia, competizione e fatica causate dallo srotolare e riarrotolare carta igienica); giochi di gestualità (come il combattimento dei galli: le due attrici danzano, mascherate e avvolte in preziose vestaglie orientali, fanno scontrare – lottare – i loro ventagli, accompagnate da tamburi incalzanti, fino alla distruzione di uno dei due e al trionfo dell’altro, con un rombante chicchiricchì); prese in giro della società (strepitoso l’elogio dell’innovativo e unisex assorbente al basilico). E poi ballate – recitate ora comicamente ora con estrema e commuovente intensità tragica – che ci trasportano, stupiti e coinvolti, o sconvolti, nei pensieri di Eluana Englaro, nella vicenda dell’omicidio di Novi Ligure, nel momento del ferimento del Papa, nella caduta delle Torri Gemelle che si ipotizza opera di un Vampiro. La fine: l’invocazione al dottor Buddha, perché venga e ci salvi, noi, ormai non più puri e inviolati ma vuoti, con le mani protese al dominio di tutto, ignoranti e gretti, incatenati in un Io che “è fabbrica di dolore” e che riesce a generare commiserazione persino negli uccelli. Un Io profondamente vacuo, fatto di tutte quelle falsità che ci fanno credere di essere qualcosa. Un teatro puro, libero, crudo e diretto. “Il teatro è un’esigenza umana di tutte le nazioni uscite dalla preistoria, che finirà con l’uomo stesso”, dice Ceronetti durante l’incontro con il pubblico. Un teatro che è rivelazione del tragico dell’esistenza, perché è il tragico, come ci insegnano i greci e l’antichità, che illumina e appaga il pensiero. Un percorso, quello di Ceronetti e del Teatro dei Sensibili, profondamente intriso di contemporaneità e storia, nella convinzione che il tragico sia l’unica possibilità (“Nessuno si lava più le mani”, “Il sedere conta sempre di più”, “Il messia non verrà”, queste le battute conclusive): “il n’y a de théâtre que de tragique”, come diceva Marguerite Duras. Uno spettacolo orgogliosamente sporco, perché in strada “non bisogna sofisticare troppo”, uno spettacolo che ammazza l’ottimismo pur mantenendo toni comici, uno spettacolo intenso e semplice, che riporta il teatro, con eleganza e ironica intelligenza, alla sua dimensione primordiale. “Strada nostro santuario” di e con Guido Ceronetti Visto al Piccolo Teatro di Milano il 20 giugno 2009 Andato in scena il 19 e il 20 giugno 2009 nell’ambito del Festival “La Casa delle Scuole di Teatro”

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