Un riquadro, una cornice nera che definisce la visuale. Ci si può anche sporgere, si fanno rapide e occasionali uscite al di fuori dell’area definita, ma non sono che momenti precisi, finiti, che si chiudono. Tutto resta sospeso in quel nero: la guerra e gli uomini, e i bambini, che si trasformano a causa di essa. Questa la traccia, il filo rosso che intreccia le storie di “Faj (fa male)”, spettacolo presentato dalla Università di Cinema e Teatro di Budapes al Festival “La Casa delle Scuole di Teatro”. La vicenda ruota intorno a due gemelli, lasciati dalla madre a casa della nonna – il più lontano possibile dalla città, dalla guerra – e della loro iniziazione alla vita e a tutti gli aspetti dolorosi che ne conseguono. I bambini imparano a stare al mondo, a sopravvivere; esercitano la loro mente e il loro corpo alla sofferenza, resistendo alla fame, al dolore, ai sentimenti. Divengono spietati, più astuti degli adulti che li circondano. Imparano a sfruttare le debolezze altrui, pur lasciandosi sfruttare a loro volta. Su questa traccia si infilano e infilzano le storie di una ragazza matta che finisce a prostituirsi per la voglia di essere amata; del prete pedofilo che l’ha toccata in cambio di pochi spiccioli e che i due gemelli imparano a ricattare; di un ufficiale omosessuale masochista che si fa da loro picchiare; della perpetua del parroco che vuole la loro compagnia per spogliarsi. I gemelli si esercitano a rubare per sviluppare la loro agilità, imparano ad ingannare per vedere come funziona il mondo, imparano persino ad andare contro ai sentimenti più naturali, mandando avanti il padre nell’attraversamento della frontiera, per vedere dove sono posizionate le mine antiuomo e rinnegando e uccidendo la madre che li voleva portare via. E imparano a rendersi conto che vivere può provocare più sofferenza che morire, arrivando alla fine ad avvelenare la nonna, rimasta paralizzata, a cui imparano a voler bene nonostante il suo carattere. Un mondo, quello della guerra, in cui nessuno rispetta i dieci comandamenti e dove esercitarsi a vincere il dolore, il caldo, il freddo e tutte le cose brutte pare essere l’unico sistema per andare avanti, tentando di proteggersi meglio possibile. Uno spettacolo fatto di immagini evocative e costruzioni molto azzardate e di grande impatto. Un cimitero fatto di schiene-lapidi; un catino pieno di vernice rossa di cui tutti, alla fine, si imbrattano; corpi nudi e indifesi, violati e sporchi. Affiora la cattiveria degli ufficiali nemici verso la popolazione in piccoli gesti che tolgono umanità e dignità. Emergono la cattiveria e l’avidità umane esasperate da situazioni portate all’estremo. Primordiali. Bravi gli attori che si alternano nei ruoli con grande versatilità e creatività, spaziando dal canto all’interpretazione di bestie o oggetti. Uno spettacolo essenziale, che sfrutta diverse tecniche del teatro, facendone riaffiorare prepotentemente la dimensione fisica. “Fa (fa male)”, dal romanzo “Il grande quaderno” di Ágota Kristof, regia di Péter Forgács visto al Piccolo Teatro di Milano il 22 giugno 2009 Andato in scena il 22 e il 23 giugno 2009 nell’ambito del Festival “La Casa delle Scuole di Teatro”

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