Sogni, brutture, memoria, fama, disagio, squallore. “Sequestro all’italiana”, presentato da Teatro Minimo a Milano, già finalista al premio Riccione 2008, è uno spettacolo intelligente e carico. Si parte dal racconto di un (presunto) fatto particolare per raccontare bisogni diffusi, umani, forse universali. Il bisogno di avere attenzione, per esempio. O quello di essere amati e di sentirsi superiori ai compromessi. Vittorio Continelli e Michele Sinfisi – guidati dalla sottile e ironica regia di Michele Santeramo – sono due sequestratori che tengono in ostaggio una classe di bambini. Noi li vediamo chiusi in una stanza (la scena – un riquadro, un pavimento di piastrelle, con una porta che da “sul retro” e una finestra appesa sul davanti, squarcio sull’esterno – è di Michelangelo Campanale): dalla porta si va verso la classe sequestrata, luogo invisibile – fisicamente assente – di tensione drammatica (ma anche sentimentale); dalla finestra si osserva quello che succede fuori, l’arrivo della polizia, l’attenzione mediatica di televisioni e giornali, la trattativa. “Com’è andata, che siamo finiti qui?”. Questo l’esordio, che porta i due a discutere in toni serrati – un botta e risposta veloce, denso, ironico e tragico allo stesso tempo – di destino, dignità professionale, preoccupazioni economiche, speranza. “Non sapete quanta forza ci vuole a sentirsi inutili e ad andare comunque avanti” recita un passaggio del discorso che i due hanno intenzione di fare al sindaco del paese. Il sequestro stesso è stato organizzato solo per poter dire queste parole a qualcuno che, almeno teoricamente, potrebbe fare qualcosa. I “vice” non bastano, i “vice” non decidono: promettono e non mantengono. Bisogna essere personalità, a questo mondo, per restare a galla. Anzi, di più: bisogna andare in televisione. Ma il punto non è questo. Il punto è l’inevitabile (o obbligato) essere vittime e difendersi come si può. Un discorso che attraversa tutto, la politica (“sei complice se voti, vittima se non voti”), la famiglia (con battute su sterilità, tradimento, rispetto), la vergogna (il sequestro “è vergognoso, ma necessario”: è l’unico modo per mettere sul piatto della discussione il problema della dignità). Il bisogno di essere ascoltati: da sequestratori a vittime, basta rilasciare un’intervista esclusiva ad una televisione e la storia diventa quella della disperazione e non più quella del crimine. Perché sporcare le cose è diventato più semplice. E allora ci si chiede cosa si è disposti a sopportare, cosa si riesce a sopportare, e cosa invece non si potrebbe mai sopportare. Gli autori parlano di messa in scena di un’attualità determinata da antichi vizi, un’attualità sempre diversa ma riconducibile al progressivo rafforzamento del gene della furbizia. Andiamo avanti a questo mondo al grido di “non è colpa nostra”, tappandoci occhi e orecchie per non vedere e non sentire. Compiendo atti malvagi senza preoccupazioni, convinti che non dipenda da noi il mondo che costruiamo. Al punto, e qui sta la genialità della messa in scena, da rendere questo mondo un falso. E così, solo alla fine, forse tiriamo un sospiro di sollievo capendo come mai il telefono di Ottavio suonava solo quando Adriano tirava fuori il suo cellulare, capendo come mai serpeggiavano istinti di pulizia, e come mai i discorsi sottesi portassero a certe considerazioni. Ma, per quanto la soluzione finale sia chiara, non possiamo mai essere sicuri di quello che pensiamo di conoscere. Possiamo essere consapevoli solo di ciò che ognuno di noi, personalmente e intimamente, potrebbe sopportare. Uno spettacolo intelligente e divertente, costruito con grande semplicità e perizia. Un testo che travolge nel continuo, ininterrotto scambio di battute, sguardi, movimenti. Uno spettacolo che con ironia, e non di rado divertendo, tratta temi imponenti. Semplice. Assolutamente da vedere.

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