Potrebbe sembrare un “banale” triangolo amoroso, ma non lo è. “Tradimenti” – testo teatrale scritto nel1978 da Harold Pinter – mette in scena menzogne, ipocrisie, falsità, così come l’accettazione di esse. La vicenda inizia con la fine: la fine della relazione tra Emma (Nicoletta Braschi) e Jerry (Enrico Ianiello), migliore amico e testimone di nozze di Robert (Tony Laudario), marito di Emma. È una storia fatta di mezzi racconti, costruita sul disvelamento lento ma inesorabile della vicenda a partire dalla sua fine, dalla sua estinzione. Nella prima scena si incontrano Emma e Jerry, al bar: sono passati due anni dalla fine della loro relazione, ma Emma ha sentito il bisogno di vederlo, dopo una notte insonne a parlare con Robert, notte che ha probabilmente sancito la fine del loro matrimonio. I due iniziano a ricordare il passato, le vicende intrecciate delle loro famiglie, gli incontri clandestini, anche se in realtà si percepisce immediatamente che non hanno più nulla da dirsi. Nella scena successiva vediamo Jerry che incontra Robert; vuole scusarsi – dopo che Emma ha ammesso di aver detto al marito della loro relazione -, è convinto di dover sistemare le cose, di doversi scusare con l’amico, ma invece appare subito chiaro che tutto, nella storia e nel modo di conoscersi dei loro ultimi anni, è stato costruito su una catena di omissioni e di bugie. Robert infatti non sembra adirato e anzi ammette di sapere della loro relazione da anni. Le scene successive vedono i tre personaggi risalire nel tempo, tornare indietro di nove anni, fino al primo approccio di Jerry a Emma. Sono momenti scelti, i momenti di snodo, in cui la memoria di accavalla, si confonde, si sporca, si inquina. I ricordi sono dichiarati nella loro soggettività, le intuizioni e le paure sono affrontate nel loro momento di nascita, nell’attimo stesso della loro creazione. E nel loro dissolversi in un mare di muta accettazione e consapevole ignoranza. Pinter stesso spiegò che la costruzione drammaturgia era solo “un trucco della memoria” perché, spiegava, “la memoria è così. Comincia tutto dall’ultimo istante, si riavvolge all’indietro. Solo che sopra c’è la testa o il cervello o la logica o l’abitudine a pensare”. Nella messa in scena di Andrea Renzi i personaggi appaiono solo in parte così densi di passato e memoria e risultano a tratti “monodimensionali” nel presente, senza riuscire davvero a creare – se non grazie al testo, che è un capolavoro di drammaturgia e costruzione narrativa – un legame tra i vari piani temporali e sentimentali. Anche le ambientazioni – disegnate da Lino Fiorito e costruite soprattutto tramite la proiezione di immagini ambientali su due grandi schermi/quinte – finiscono per togliere spessore alla scena, ridotta a didascalica elaborazione digitale delle note (e non – come nelle intenzioni di Renzi – a fotografia che immobilizza il momento specifico). Alla fine ci si chiede se alcune spunti testuali, come “Non importa. È tutto passato. È tutto finito”, che chiude la vicenda (sebbene sia pronunciata nella prima scena), o “Hai mai pensato di cambiare vita?”, potessero diventare chiavi di lettura più forti. Perché il testo è, come sottolinea Ianiello, un congegno perfetto fatto di riferimenti interni montati che estrema esattezza e precisione, ma il sottotesto sarebbe forse stato più pregnante se trasmesso con maggiore intensità.

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