Una stanza, due scene, due spettacoli. Si chiude così, con “La madre” e “Donne in amore”, la serie di “Spara/trova il tesoro/ripeti” di Mark Ravenhill, portata in scena al Teatro I dall’Accademia degli Artefatti. Da sempre attento alla contemporaneità e ai suoi linguaggi (si pensi a “Shopping and fucking” o a “Some explicit polaroids”), Ravenhill concepisce quest’opera durante l’Edinburgh Festival Fringe del 2007, scrivendo una pièce per ogni giorno della manifestazione: “Shoot/get treasure/repeat” è composto da diciassette microdrammi epici, diciassette piccoli episodi quotidiani trasformati in classici, diciassette “schegge”, come li definisce Fabrizio Arcuri, regista e direttore artistico della compagnia. Al Teatro I sono otto le pièces rappresentate (altre due verranno preparate per l’inizio del 2010) e tutte parlano, più o meno direttamente, di guerra e di violenza. La storia contemporanea trascritta in teatro, chiaramente e dichiaratamente. Troviamo “Delitto e castigo” di Dostojeskij, così come “Guerra e pace” di Tolstoj, ma anche l’Odissea e “Le troiane”: classici moderni e antichi. Il ciclo si chiude con la rappresentazione di due drammi claustrofobici, a tratti quasi soffocanti. “La madre” – ispirato all’omonimo libro di Maksim Gor’kij, che racconta la storia di una madre con un figlio attivista politico che viene condannato per le sue idee – si apre su una stanza vuota: un divano di schiena, una tv sulla parete di fronte, qualche oggetto sparso. Tre personaggi: due soldati, venuti ad annunciare la morte del figlio in guerra, e la madre (la bravissima Francesca Mazza), che resta nascosta dietro allo schienale del divano fumando sigarette fino alla fine. Uno spettacolo che racconta la rabbia, l’incredulità, l’incapacità di affrontare dolori come la perdita di un figlio. Una madre immobilizzata nel suo terrore o scatenata nella ribellione alla comunicazione della verità, assente dopo la conferma del suo presentimento. Una madre che fa capolino dal suo nascondiglio soltanto alla fine, rimasta sola, per guardare un programma alla tv, per fare qualche pettegolezzo inutile sulle televendite, perché non basta che “le parole” della comunicazione siano dette con amore e sincero dispiacere e perché “una volta che tuo figlio è saltato in aria, cosa resta da dire? Sono solo sacchi neri per i cadaveri e quella è una noia”. “Donne in amore” – inspirato dal film “Women in love” di Ken Russel, che racconta le storie d’amore parallele di due sorelle e i loro risvolti morbosi e violenti – mette invece in scena una sorta di triangolo amoroso ospedaliero tra Anna, Dan e Rusty l’infermiere (i bravi Caterina Silva, Matteo Angius, Michele Andrei). In una squallida stanza solo un letto ortopedico e due fredde sedie. Dan è a letto, Anna lo sommerge di ricordi, passaggi, ricostruzioni della loro vicenda. Tutto sotto l’occhio attento (e comico) di Rusty, l’infermiere che concede ancora qualche barlume di normalità ai ricoverati, barattando bustine di zucchero con soldatini di plastica. Qualche rapido accenno alla guerra, a un bus saltato, a un soldato che – di notte, nel sonno, nei suoi incubi – scambia spesso il suono di una scorreggia per quello di una mina. Anna non vuole che Dan guardi le notizie, legga i giornali, parli di scuola o università, altrimenti “non starà meglio”. Bisogna restarne fuori per poter guarire, perché se ci entri il male e il senso di desolazione ti afferreranno al punto da non lasciarti più voglia di lottare o, come per la soldatessa de “La madre”, da non lasciarti nemmeno gli istinti più naturali. I testi di “Spara/trova il tesoro/ripeti” sono snelli, diretti, forti. Può essere con la rabbia esplosiva della madre così come con la balbuzie isterica di Anna: i testi risaltano crudi, amari, carichi di significato. E il titolo stesso dichiara il suo intento: mettere sotto i riflettori la nuova filosofia della guerra e della violenza, ormai considerate alla stregua di un videogioco, di un punteggio, di una notizia vuota che fa solo audience. Polaroids che ancora una volta ci immobilizzano nella nostra ipocrisia e nella nostra ignoranza, ma lo fanno con classe ed ironia, quindi – forse – possono sperare di lasciare qualcosa nelle nostre coscienze assuefatte.

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