Letteralmente: “Parole che cadono dalla bocca”. Un fiume, ininterrotto, schizofrenico, dissociato, spezzettato di frasi, impressioni, considerazioni. Roberto Trifirò porta in scena Samuel Beckett. I suoi romanzi (in particolare la trilogia), i suoi drammi, le sue scene. E soprattutto, le sue omissioni, le cose non dette, i gesti accennati, la maniacalità in cui sono costretti gli uomini per sopravvivere, per ritagliarsi una pace personale fatta di isolamento autistico. In una stanza neutra (scene e luci, evocative ed estremamente curate sono di Giovanni Carluccio) si muove uno strano personaggio, storpio, confuso, immerso in una dimensione sospesa. Una specie di clown – viso dipinto, larghi pantaloni con bretelle, grandi scarpe – che cerca la madre, saltellando senza posa tra ricordi e astrusi conteggi che lo tengono attento (“è bestiale come le matematiche ti aiutino a conoscerti” dice). Un uomo condannato al suo destino, quasi vittima del rapporto con due persone (donne?) di cui non è sicuro di conoscere il sesso (gli pare di poter dire che fossero donne: “ma sì, uomo o donna che importanza ha”), costretto dagli eventi a succhiare in riva al mare pietre meticolosamente disposte nelle sue tasche, a ragionare disordinatamente su dio, l’anticristo, i suoi testicoli. Un personaggio doppio e duplice, spaccato tra se stesso protagonista e il se stesso che lo guarda, ne scrive e ne legge (chiuso nella stanza della madre, lui scrive e un uomo lo paga a pagina – così l’incipit di “molloy”. E legge anche di se stesso, la parte che recita, il copione che ogni tanto pare sfuggirgli). Una storia che non si chiude, che riparte nel momento stesso in cui finisce. L’attesa di Godot, l’infermità di Hamm e di Clov, l’immobilità di Winnie. Un ciclo ininterrotto che non può avere fine. Una claustrofobia inconsapevole che rinchiude la nascita in un circolo che termina con l’immagine iniziale: lui, immobile, mezzo busto, inquadrato da una finestra di luce intensa. Uno spot. Un attimo. E sembra quasi che nel mezzo non sia successo niente, ma c’è un abisso.

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