Impietosamente: Joyce Carol Oates, graffiante scrittrice statunitense, descrive così la società che osserva intorno a sé in “Nel buio dell’America”. Francesco Frongia porta in scena uno dei due testi che compongono l’opera, “Dissonanze”, spietata analisi di una coppia occidentale media. È un atto unico che vede protagonisti Frank e Emily Gulick, genitori di Karl, accusato dell’omicidio della giovane vicina di casa. Un viaggio serrato e martellante nella memoria, nell’incredulità, nella certezza – motivata da ragioni di sangue – che il figlio sia innocente. Un interrogatorio sotto forma di talk-show, triste realtà del nostro tempo che processa pubblicamente tutti suo piccolo schermo: il pubblico osserva senza pietà e senza contegno, quasi gode nel vedere l’imbarazzo dei due e ride della loro ingenua e ostinata sicurezza. Frank e Emily ci appaiono piccoli, ignoranti, costruiti su sogni ed aspettative mediocri, incapaci di rendersi conto dell’evidenza del crimine solo perché compiuto da loro figlio. Corinna Agustoni e Luca Toracca costruiscono due personaggi fintamente disinvolti e profondamente combattuti tra la voglia di apparire bene in televisione e l’imperativo di fuggire agli sguardi giudicanti della gente di fronte alla notizia. Due personaggi che cercano di farsi forza nell’unione e in ciò che dicono e che invece appaiono estremamente fragili nei loro momenti singoli e nei gesti. Vengono loro mostrate delle foto della giovane vittima e raccontati gli aspetti più contorti della personalità del figlio che teneva coltelli e feticci del nazismo in camera. I Gulick sono ciechi: Karl era una ragazzo come tutti gli altri, si faceva i fatti suoi, per questo non aveva amici; cercava lavoro, coscienziosamente, e sì, conosceva la ragazza, ma non le avrebbe torto un capello: “Siamo i suoi genitori, lo sappiamo”. Interrogati da una voce fuori campo (la voce è di Ferdinando Bruni) che li massacra facendoli rimbalzare tra questioni esistenzialiste e filosofiche fuori dalla loro portata (“può la colpa risiedere in chi no ha coscienza? E può l’umanità risiedere in chi non ha memoria?”) e tuffi nella realtà cruda e violenta in cui si sono ritrovati (i tagli, la violenza sessuale, le impronte), Frank ed Emily ci appaiono come animali in gabbia, pavoni terrorizzati che però non riescono a rinunciare a fare la ruota. I loro ricordi si confondono, la loro versione è, pur senza malizia, contraddittoria, la memoria si appanna e i due arrivano a fare affermazioni insensate pur di restare sulla loro posizione: Karl sta probabilmente difendendo qualcun altro, un amico, che dovrebbe avere il coraggio di venire allo scoperto. Riparati dietro alla loro religiosità, alla loro rettitudine, alla loro storia di vita media e normale, tra citazione dal Vangelo e tristi pettegolezzi su quello che ora dice la gente, Frank ed Emily sono disarmati: “Dio non ci ha fatto abbastanza forti”. Un testo sottile e intelligente, che scava discretamente ma senza sosta nei meandri della personalità umana e in particolare in quella di genitore, che parla indirettamente di memoria e fallibilità umana. Un dialogo più voce – un interrogatorio – messo in scena da Frongia con pulizia e precisione anche se a tratti con toni troppo teatrali rispetto all’ambientazione televisiva scelta. Un testo che ci mostra senza mezzi termini quanto la disgregazione propria della nostra epoca porti alla perdita dell’individuo e che, altrettanto direttamente, ci mette davanti alla nostra anima di voyeurs assetati di particolari e convinti di poter avere la nostra, superiore, versione.

Annunci