La società moderna si scontra ogni giorno con le questioni che riguardano le droghe. Si sente parlare in continuazione di droghe pesanti, leggere, psicotrope, stimolanti, che creano dipendenza, che uccidono. Droghe assassine, demonizzanti e demonizzate. Ormai pare che la percentuale di persone che fa uso di una qualsiasi sostanza stupefacente sia talmente alta da rendere impossibile non conoscerne qualcuna.

Il fuoco di “Quale droga fa per me” – il testo è di Kai Hensel, grande drammaturgo tedesco contemporaneo, la regia di Andrée Ruth Shammah – però non è questo. In scena Hanna, interpretata dalla efficace Anna Galiena, madre di famiglia, casalinga perfetta, che si prende cura della sua famiglia con premura e costanza. Hanna un giorno ha occasione di provare l’ecstasy e da lì inizia il suo tour, “la sua avventura”, nel mondo delle droghe e della percezione.
Il punto, ci dice, non è che droga si assume: le droghe sono soggettive, così come sono soggettivi gli effetti. Il punto è il motivo. La felicità. Le situazioni. Hanna non racconta le droghe con tono moralista né tanto meno di condanna. Anzi, a tratti pare che Hanna voglia convincerci che ci sono droghe che possono fare al caso nostro, di ciascuno di noi. È davanti al pubblico e il racconto diventa quello di una vita stanca, di giornate senza stimoli, di insicurezze e debolezze, senza per questo diventare un inno alla fragilità di chi si droga. Ciò che colpisce maggiormente però non è la sua storia, raccontata con un riferimento continuo a Seneca, maestro di vita, ma alcune considerazioni sapientemente infilate nel discorso, come quella che, per quanto la cocaina sia illegale, si possono acquistare comodamente, e legalmente, in molti negozi le cannule per tirare “igienicamente” e in tutta tranquillità. O come la parentesi sulle droghe di cui, legalmente, abusano in moltissimi sotto gli occhi di tutti: alcol, psicofarmaci, antidepressivi e via dicendo. Insomma si affrontano le contraddizioni di un sistema che condanna chi fa uno si sostanza stupefacenti ma che procura a chiunque voglia il modo più comodo e adatto a farne uso.

“Quale droga fa per me?” è sicuramente uno spettacolo che ha delle buone intenzioni ma ormai, e lo scrivo non senza un pizzico di pessimismo e rammarico, alcune cose non fanno più effetto: la droga? È normale. La solitudine? Anche. Siamo abituati a sentir parlare della droga come di una piaga propria del nostro tempo (e qui verrebbe da chiedersi cosa venga effettivamente fatto per combattere questa “piaga” e quali siano gli interessi che circolano dietro a questo mondo); usare la stessa base di partenza, così come lo stesso linguaggio, non crea più attenzione, non aggiunge niente a discorsi già fatti e rifatti (e che così, evidentemente, non funzionano).

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