Quando uno spettacolo è il risultato di un lungo percorso di studio e creazione, in cui lavoro registico, scenico e attoriale arrivano a fondersi, il suo valore appare evidente, potente e emozionante.
“Buio”, ultimo spettacolo di Carmelo Rifici, prodotto dalla Fondazione Teatro Due di Parma in collaborazione con l’associazione Proxima Res, ha debuttato lo scorso ottobre dopo due anni di lavoro sul testo (di Sonia Antinori), movimenti scenici e coreografici (a cura di Alessio Maria Romano) e, soprattutto, sul racconto di storie.

Sono tre le storie che si intrecciano, emergendo da una stanza scura, cupa, di volta in volta adattata alla scena con pochi elementi, una stanza sul fondo della quale incombe una televisione con immagini prese dalla più tragica attualità politica e sociale. Sono storie di solitudine, ognuno con la sua, e di malattia, ognuno con la sua. C’è Teresa, sempre lasciata sola dal marito via per lavoro, e c’è suo fratello, soldato che ha lasciato l’esercito, schifato e immobilizzato dai ricordi di guerra e di morte: una coppia che racconta il vuoto e la difficoltà di affrontare il vacuo, così come la difficoltà di affrontare le relazioni familiari. Poi ci sono Carlo e Piera, lui malato terminale che ha smesso di lottare e ha deciso di abbandonarsi alle cure di un santone, lei travolta dalla rabbia di non riuscire a comunicare con lui e a trasmettergli la sua volontà di amare. E poi ci sono Selma, Daniel e Maria. Selma (la bravissima e commuovente Mariangela Granelli) è una donna scappata da Sarajevo, diventata cieca a causa di una granata, granata che le ha portato via anche il figlio. Daniel e Maria sono una coppia di romeni che le chiede asilo, mentendole sul loro legame, e che alla fine arriva a creare con lei un rapporto di amicizia e condivisione, per quanto ambiguo e basato sulla menzogna, sulla cecità. C’è poi una misteriosa venditrice di libri che apre e chiude lo spettacolo, prima presentandosi a casa di Teresa e mettendone impietosamente a nudo la solitudine e poi acquistandone la casa, che Teresa è costretta a vendere dopo il suo divorzio.
Coppie che si intrecciano, si intersecano. Le scene si susseguono con fluidità, intramezzate da momenti corali intensi e immaginifici, momenti di distacco onirico che abbandonano la realtà, momenti in cui si riaprono ferite, si guariscono malattie e si vedono mondi migliori. Lo spettacolo apre dei sentieri, racconta degli episodi, lascia allo spettatore, come scrive Rifici, “la libertà di legare insieme gli episodi o di lasciarli separati, di creare un legame tra i quadri e i sogni, o di non legare niente e di abbandonarsi alle parole degli attori”.
“Buio” è uno spettacolo molto intenso, che racconta di uomini e donne che non sanno comunicare, che navigano nell’incapacità di guarire, guarirsi e lasciarsi aiutare. Dialoghi sospesi, frasi accennate, sguardi eloquenti, movimenti mozzati: la natura delle relazioni si mostra delicatamente, senza esagerazioni, eppure con una straordinaria forza emotiva. Uno spettacolo che, nonostante la lunghezza di alcune scene, mantiene un ritmo calibrato e denso, fatto di situazioni che parlano, senza bisogno di urlare, di ciò che ognuno porta dentro di sé: una solitudine irrimediabile alla quale è necessario sopravvivere.

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