La rimozione della morte nella società contemporanea. Questo il tema di un laboratorio, “This Is the End My Only Friend The End”, che Babiliona Teatri aveva condotto la scorsa estate e che aveva portato alla presentazione di uno studio d 30 minuti al Festival di Santarcangelo. Dalla riflessione sulla morte, sulla vita, sul corpo, sulla sua evoluzione e in particolare sulla sua fine, nasce “The end” nuova produzione del gruppo veronese, al suo debutto al CRT di Milano, dove sarà in scena fino al 13 febbraio.
La nostra società, come sempre nei lavori di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, viene messa sotto inchiesta, senza sconti. In scena un frigo, un Cristo di plastica senza braccia (le braccia sparse in giro), un palo in terra, alcuni tiri di corda. Sul palco, per la maggior parte del tempo, la sola Valeria Raimondi, avvolta in un abito di paillettes argentate. Un’unica violenta tirata sulle necroattrazioni, sui profili facebook post mortem, sull’estinzione delle cicogne (i genitori ormai non muoiono: “non invecchiano, si perpetuano”).
“Non dite morto”. Una parola che fa paura, che viene rimossa. Lo stile asciutto, diretto, cantilenante e pungente – da sempre apprezzata e spiazzante cifra stilistica del gruppo – trascina, tra risate e momenti di profonda emozione, attraverso i temi più delicati che riguardano la fine della vita: l’eutanasia (“voglio il mio boia, voglio affittarlo”), il diritto a scegliere la propria morte (un colpo di pistola? “solo, economico, senza controindicazioni”), la dignità della vecchiaia (“non avrò una sacca di piscio attaccata al letto, non guarderò la tv parcheggiato in un salone, non vedrò morire i miei compagni di stanza, non ascolterò le vostre rassicurazioni e le vostre bugie, non sopporterò la vostra indulgenza”). La fine della vita viene analizzata, sviscerata, presentata nei suoi aspetti più pratici: il funerale? Un prete che non ci conosce ci consolerà. Non conta più il rispetto dei dieci comandamenti: è sufficiente non essere suicidati. Non conta nemmeno più se e in cosa si credeva. La malattia? Una fila di benevolenza ipocrita, religione addomesticata, falsa pietà, maratone di solidarietà. Gli ospizi? Celle addobbate da stanze, luoghi in cui si vive ma di cui non si hanno le chiavi.
“The end” è una riflessione su uno dei temi più difficili al mondo proprio perché uno tra i meno affrontati: temiamo la morte, addirittura a volte arriviamo ad averne schifo. La morte puzza. Tira fuori tutto ciò che il corpo porta con sé. Odori, umori, liquidi. La morta può essere una scelta? Può essere affrontata con dignità? Sulla scena viene man mano costruito uno scenario paradossale: il Cristo vene issato su una croce di pali innocenti; ai lati le teste (prima conservate nel frigo) di un bue e un asinello. Presepe e crocifissione. Nascita e morte. Festeggiamento e sacrificio. La religione cattolica ha delle grosse responsabilità rispetto a come nascondiamo, ignoriamo, non parliamo della morte, riducendo tutto ad un passaggio verso un mondo migliore.
Uno spettacolo che presenta sapientemente gli aspetti sia tragici (il dolore) che comici (il mito della giovinezza) della morte come normale evoluzione della vita, come evento insito nella vita stessa che ci tiene per mano dal momento della nascita. Si parla di come morti e vivi non vengano considerati parte dello stesso universo, di quanto traumatico sia per tutti un evento con cui si dovrebbe imparare a convivere. “Il modo in cui viene affrontata e trattata la morte oggi è profondamente bruciante e carico di contraddizioni. E’ una combustione lenta e sotterranea, forse per questo più dolorosa e non cicatrizzabile. Ogni tanto riesce a zampillare all’esterno prima di tornare a scorrere sotto traccia, […] relegata nell’alveo di un individualismo che nega una sua elaborazione collettiva”.
Uno spettacolo intelligente, forte e chiaro, accompagnato dalle commuoventi note della versione di Fabrizio De Andrè di “S’i fosse foco”, da “Ciao Amore Ciao” di Luigi Tenco e, a chiudere, dai Doors con “The end”. Uno spettacolo che ha il grande merito di riuscire a catturare costantemente l’attenzione su un tema dal quale si tende a rifuggire.

Annunci