Wajdi Mouawad è canadese, ma è nato in Libano. Le sue origini affiorano nelle sue opere con forza e decisione. “Incendi” – in scena al Teatro i fino al 13 febbraio, primo appuntamento milanese della quinta edizione del festival “Face à Face – Parole di Francia per Scene d’Italia” – è uno dei suoi testi più rappresentativi e fa parte della sua Tetralogia della memoria, insieme a “Littoral”, “Forets” e “Ciel(s)”.
“Incendi” racconta di guerra, di memoria, di orrori, di vita e di morte. Nel presente, Jeanne e Simon, gemelli, alla morte della madre Nawal apprendono dal testamento di lei di avere un padre e un fratello e vengono investiti del compito di trovarli e di consegnare loro delle buste chiuse. Nel passato, vediamo la giovane Nawal affrontare coraggiosamente e a testa alta l’orrore della guerra nel suo paese per trovare quel suo primo figlio, di cui non sa niente, sottrattole subito dopo la nascita.
I due fratelli ricostruiscono lentamente la vicenda della loro famiglia, attraverso un viaggio che li trascina fino all’abisso della più profonda consapevolezza di sé e della propria storia. Nawal, che negli ultimi anni della sua vita aveva misteriosamente mantenuto il più assoluto silenzio, è una donna che ha imparato a scrivere, a leggere, a contare. Ha imparato a pensare. Una donna che con fatica e dolore ha lottato per la propria emancipazione e per il proprio diritto alla vita. Che è tornata nel suo paese di origine a incidere il nome di sua nonna sulla lapide per dichiarare che sì, anche le donne possono avere una dignità. Di questa guerra, contro i pregiudizi, contro l’ignoranza, contro coloro che le avevano sottratto senza pietà il sangue del suo sangue, i suoi figli non sapevano niente prima della lettura del testamento. Ripercorrendo le orme della madre, risalendo lungo il faticoso e pauroso sentiero della sua vita, Jeanne e Simon incontrano le persone che la conoscevano come “la donna che canta”, collegando gli eventi tra loro, fino al silenzio assoluto della fine della vita di Nawal. Conoscono l’orrore della guerra, la tragedia dell’annullamento di qualsiasi umanità, lo schifo che gli uomini sono in grado di provocare ad altri uomini. E la loro nascita.
Renzo Martinelli crea in questa messa in scena un’atmosfera evocativa, concentrata, densa. In scena pochi elementi e alcuni microfoni che amplificano suoni, respiri, movimenti. I personaggi sono complementari e sottili: Jeanne (l’eccezionale Valentina Picello) è una ragazza fragile ma che non si sottrae alla ricerca della verità, alla responsabilità delle sue origini, per quanto terrorizzante intuisce che siano. Simon (Francesco Meola) è invece un ragazzo nervoso, irascibile, insicuro, che vorrebbe solo dimenticare, non affrontare il suo destino. Il notaio incaricato dell’esecuzione testamentaria di Nawal e che li accompagna nel loro viaggio (Walter Leonardi) è un personaggio divertente che ha l’essenziale funzione drammaturgica di alleggerire il testo. C’è poi la protagonista dei due tempi, Nawal (Federica Fracassi: incredibile il monologo della deposizione al processo contro il suo torturatore), che incontriamo direttamente solo nel passato e che riusciamo ad afferrare pienamente solo alla fine, quando i due figli riescono a consegnare le due lettere e queste vengono lette. Per tutto lo spettacolo, sullo sfondo, dietro a delle quinte che si muovono creando spazi diversi, un personaggio indecifrabile (Libero Stelluti), il naso da clown, attore silenzioso di cui si capisce solo in fondo l’identità, nell’incontro drammatico con gli altri personaggi.
Nawal, emblema della lotta delle donne per liberarsi dal pantano della collera, per emanciparsi con orgoglio attraverso l’educazione, ci accompagna nella sua storia di guerra: una guerra che fa paura, che annulla gli esseri umani, che non si capisce più da chi, per chi o cosa sia combattuta, una guerra dopo la quale, magari, si riuscirà a possedere solo una “eventuale dignità”. La Guerra.
Di fronte a certe verità c’è solo il silenzio. Uno spettacolo crudo, vero, sentito. Una commozione sincera alternata a momenti di delicata comicità. Sicuramente uno spettacolo che cambia, proprio perché – come nella metafora del testo – rimane inciso, indelebile, nel profondo.

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