Serena Sinigaglia si è ormai affermata tra i giovani registi italiani. I suoi spettacoli hanno sempre una spinta in più, una vena di comicità sottile o dichiarata, un gusto speciale per gli oggetti e per l’uso che ne viene fatto in scena. La sua ultima produzione, “Prospettive sulla guerra civile” – ispirato a “Prospettive sulla guerra civile” e “Il perdente radicale” dello scrittore, poeta e filosofo tedesco Hans Magnus Enzensberger – si discosta da questo stile che aveva caratterizzato la sua produzione degli ultimi anni.
In scena un cumulo di oggetti di scarto – sedie rotte, banchi scassati, dei neon – e Massimo De Francovich che, nella parte di un professore in pensione, fa una pubblica orazione e legge una serie di interventi realizzati a proposito della guerra a seguito di alcuni viaggi fatti in luoghi devastati dalle violenze. “Prospettive sulla guerra civile” racconta, per punti, alcuni concetti fondamentali sulla guerra: la differenza tra lotta e guerra (naturale, propria anche degli animali, la prima; tipicamente umana la seconda); la diffusione del sentimento di odio e rancore a tutti i livelli della società, in modo molecolare; le ragioni che spingono un popolo ad insorgere, quelle che lo spingono a non farlo. Una lettura interessante, affiancata da immagini che scorrono su tre schermi: immagini di guerra, di rivolte, di politica, di popoli. Frasi che ci ricordano tragedie insensate – di cronaca, non solo di guerra – degli ultimi anni.
In scena, ospiti silenziosi, anche Irene Bonifazi, Pietro Paroletti e Sandra Zoccolan, che aiutano a costruire la scena, ora scrivendo i temi su una lavagnetta, ora con l’interpretazione di una testimonianza dal G8, ora con una scena di comune vita cittadina serale, diffidente e impaurita, in metropolitana.
Sicuramente lo spettacolo ha il grandissimo pregio di portare in scena un tema delicato, quello della guerra civile, del malcontento, della violenza. I punti toccati sono molti: si parla di razzismo; dell’aggressività dei giovani che deriva da quella latente nei genitori; delle attese e pretese di uguaglianza dei “perdenti radicali” che non avranno mai occasione di essere soddisfatte; dell’indifferenza che, mischiata al rancore, crea una miscela esplosiva. E ancora di fondamentalismo islamico; dell’odio ormai penetrato nella vita quotidiana di ognuno di noi; dell’impossibilità di identificare con esattezza l’origine del pericolo e della conseguente invenzione del capro espiatorio; dei concetti di migrazione e disgregazione; dell’ansia di sicurezza e isolamento che spinge chi ha la possibilità economica a chiudersi in ghetti a massima sorveglianza; di propaganda. E infine di consumismo, di una società che ci pone in una condizione di perenne ricatto. Se potenzialmente conosciamo tutto, siamo teoricamente responsabili di tutto, automaticamente indifferenti perché negatori di responsabilità. A chiusura della lettura, una considerazione pratica: i soldi spesi per ventisei ore di permanenza dell’esercito italiano in Afghanistan basterebbero a finanziare un intero anno di attività di un ospedale di Emergency. Si rimane perplessi. Stupiti, nella concretezza di un’affermazione, ma forse nemmeno troppo. “Siamo pronti a stringere i pugni, ma non siamo pronti a riaprire le mani”, parola di Anna Politkovskaja.
Uno spettacolo che, come si diceva, ha il pregio di toccare argomenti su cui ancora oggi non si riflette e dibatte a sufficienza anche se, da un punto di vista prettamente teatrale, risulta in alcuni punti un po’ debole. Uno spettacolo, però, che lascia con una sorta di sfida. Sisifo, considerato dai greci un eroe, intelligente e operoso da Omero, artefice di numerose imprese in vita, fu condannato – una volta morto – ad una pena eterna: spingere un masso su da un pendio per poi vederlo rotolare di nuovo a valle a pochi metri dall’arrivo. Un eroe tragico. Con una meta irraggiungibile. E il messaggio è preciso: quel macigno – pesante, da spingere sperando di non fallire – è la pace.

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