La famiglia come un’isola deserta. Una fotografia spietata dei rapporti – in un certo senso obbligati – all’interno di quello che, in modo particolare in Italia, è considerato il nucleo base della società: una famiglia. È natale: si ritrovano per un ultimo saluto padre, madre e i due figli. L’intenzione è quella di mangare un’ultima volta insieme e poi di dirsi addio per sempre. Niente rimpatri, niente ritorni, niente di niente; nemmeno in caso di emergenza si dovranno chiamare. Perché? Semplicemente non si sopportano più. Non riescono a vivere senza acuse reciproche e ricerche di colpe più o meno inesistenti.
“Fine Famiglia”, testo di Magdalena Barile messo in scena dalla compagnia Animanera, è una commedia: si ride, e di gusto, osservando i quattro personaggi che come pedine su una scacchiera cercano di seguire i percorsi meno coinvolgenti per la propria incolumità emotiva. Nella scena di Petra Trombini – una cucina su ruote, simbolo per eccellenza di nucleo familiare in ogni famiglia italiana “da copione” – i quattro litigano, si accusano, si lanciano anatemi: inadeguatezza, soffocamento, fallimento. Il padre (Nicola Stravalaci) accusa la madre di essere stata opprimente con il suo amore devastante e senza pietà, di aver rovinato i figli, di cui per altro lui non si è mai occupato. Ora il padre è un inascoltato brontolone, con una carriera secondo lui brillante alle spalle. Si sente l’unico ad aver aiutato, dal momento che i soldi per far andare avanti la baracca sono suoi. Il figlio (Matteo Barbé) accusa i genitori di averlo fatto praticamente crescere da orfano e di averlo reso sociopatico. Ora è un insegnante che indottrina i bambini con teorie terroristiche sulla famiglia e sui legami di parentela. Un ragazzo insicuro e nevrotico, con strane manie erotiche. La figlia (Natascia Curci) accusa tutti di essere stati deboli, senza sentimento, assenti; di aver fatto crescere, loro – i figli, le vittime – sociofobici, problematici, pieni di ansie e di fobie. Lei ora, incinta, aspetta di capire che direzione dare alla sua vita. Rifugge i contatti, costruisce la sua esistenza su bugie e cattiveria. Si difence, come può.
E poi c’è lei, al figura centrale della famgilia italiana: la madre. La bravissima Debora Zuin ci restituisce un personaggio onnipresente, attorno cui tutto ruota, in grado di sfoderare sempre un irritante sorriso che crea però un legame morboso. Una donna disposta a chiudere un occhio sull’ingratitudine e sulle critiche, accomodante e insieme tirannica. La madre riesce a far crollare i propositi di fuga degli altri tre con la semplice preparazione di una torta. La sua torta: non è più possibile allontanarsi. Una calcolatrice con il mestolo in mano, apprentemente indifesa e invece profondamente manipolatrice.
Il regista Aldo Cassano spinge le tensioni all’estremo: tra stacchi a suon di sigle televisive e canzonette e momenti di estrema drammaticità, lo spettacolo è semplice ed efficace. Non ci si può dimettere, e allontanarsi – cercare di non amarsi o addirittura di odiarsi – per non fare più danni è un’utopia. E se, ad un certo punto, si trovano il coraggio, lo slancio, la necessità di andarsene, non è detto che non si presentino circostanze inimmaginabili che si oppongono.
Uno spettacolo semplice e ben costruito che ha il grandissimo, e raro, pregio di far ridere e divertire. Da vedere.

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