Una grande sala dalle pareti rosse, la sala di un museo deserto dove sono convocati i vivi e i morti per vedere come i loro destini si sono incrociati. È in un museo che Patrice Chéreau sceglie di ambientare la sua messa in scena di “Rêve d’automne”, testo del norvegese Jon Fosse. Era un cimitero, in origine, ma la suggestione del museo ha catturato il regista: un mondo di passato, di nomi spesso sconosciuti, di date e di titoli: a loro modo come lapidi per tenere viva la memoria.
È in questa sala che si incontrano un uomo e una donna. Non è il loro primo incontro, ma è passato tanto tempo dall’ultima volta. Una passione inesplicabile, un legame ambiguo. Frasi accennate, ricordi sbiaditi che affiorano con violenza. La disperazione della solitudine al centro del loro discorsi. Lui ha una famiglia, quando inizia la scena. Ha una moglie e un figlio, da qualche parte. Lei è sola, distrutta, amareggiata, spaventata. I loro sentimenti reciproci non sono chiari: si sono mancati, questo sì, lo si capisce, viene dichiarato. Si sono mancati, questo è tutto, i sentimenti sono troppo da sopportare. Si ritrovano per caso in quel cimitero, in occasione della sepoltura della nonna di lui. E così arrivano anche i genitori. Si apre una nuova dimensione, un salto temporale che sfuma tutto. I genitori arrivano e si comprende che il matrimonio di lui è finito, che lui ha deciso di stare con la donna, abbandonando moglie e figlio. La “nuova amica” viene sommersa, stordita, impantanata in una rete di ricordi e malinconie imbarazzanti, che si trascinano sul filo di discorsi di circostanza ripetuti alla nausea. Poi un altro salto. Ancora più avanti. È morto il figlio. L’uomo e la donna arrivano. Sempre lo stesso cimitero/museo. Le stesse lapidi/cartellini. Lo stesso rapporto morboso dell’uomo e della donna, fatto di risentimento e sesso, di solitudine e di cose non dette, non spiegate, mai risolte.
E infine l’ultimo incontro. Sono le donne a sopravvivere. Anche l’uomo è morto, sull’eco di una maledizione della madre: “non scappare con quella donna, morirai”. L’uomo è morto e le tre donne si scoprono insieme, non più nemiche. Superstiti.
“Rêve d’automne” è un testo ambiguo, a tratti comico e allo stesso tempo profondamente drammatico. Amore e morte si intrecciano indissolubilmente. Senza paura (almeno, non della morte), ma con tanta malinconia. L’accettazione della nostra finitezza non è mai nascosta, la paura della solitudine nemmeno. Una lista delle debolezze umane e degli inganni mentali che si costruiscono per ripararsi. Un’alternanza di imbarazzo e aggressività, di morbosità e distacco. “Tutto è un gioco, serio” afferma lui. Attraverso le vite e le morti, gli inganni e le difficoltà. Lui e lei si parlano, poco, del loro rapporto: nonostante tutto sono rimasti sempre insieme. Così si dicono, ma ogni volta che noi li vediamo comparire sembrano sbiaditi, sembra trascorso troppo tempo dall’ultima volta. Essere cani o uomini non fa differenza, in un mondo in cui i sentimenti sembrano essere troppo complessi per essere decifrati e in cui la morte alla fine, è l’unica reale soluzione.
Patrice Chéreau crea un’atmosfera – anche grazie ai suoni di Éric Neveux e alle scene di Richard Peduzzi – tesa e indefinita, molto fisica e densa. Bravi Valeria Bruni-Tedeschi e Pascal Greggory a creare una coppia sempre al limite della violenza e dell’esplosione. Bravi tutti gli attori ad impossessarsi dell’enorme e complicato – perché molto libero – spazio scenico. “Rêve d’automne” parla di presenza e assenza. Anime di morti e vivi che si trovano insieme nello stesso momento, nello stesso luogo, sentendosi, percependosi, influenzandosi. Fantasmi di presente e passato che si susseguono e si mescolano. Presenze indefinite e pesanti, che non lasciano spazio, libertà, autonomia. Tra la nascita – il concepimento, il sesso – e la morte – la sepoltura, i funerali – in fondo non c’è molto.

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