“Dedicato a chi ha paura”: così si apre Kvech – ovvero “piagnistei” in ebraico – dell’inglese Steven Berkoff. La piemontese Accademia dei Folli porta in scena al Teatro Libero una riedizione della loro messa in scena del 2007, con la regia di Carlo Roncaglia.
In scena ci sono cinque personaggi, legati da una fitta trama di cose non dette, di desideri segreti, di inerzie. Al centro una coppia: lei frustrata e delusa, perennemente messa sotto torchio dalle esigenze del marito, insoddisfatta delle scarse attenzioni di lui, in ansia per non essere in grado di preparargli la cena in orario e preoccupata di non essere all’altezza. Lui è un rappresentante squallido ed egocentrico, incapace di assumersi responsabilità, nervoso raccontatore di barzellette, fintamente amichevole, abbarbicato su una facciata sociale dietro cui nasconde dalla sua omosessualità latente. Poi c’è la suocera – chiaramente la madre di lei! – invadente e fastidiosa, spara sentenze, imbarazzante ruttatrice, anima saggia, egoista e disincantata. C’è poi il nuovo “amico”, collega di lui, che è appena stato lasciato dalla moglie e si è ritrovato da solo a casa, a dover gestire un vuoto cui non è abituato, a fare i conti con una insana tendenza a somatizzare e un mal di stomaco che lo costringe sul gabinetto ogni cinque minuti.
L’amico viene invitato – con molta poca convizione, più per cortesia che per reale interesse – a cena: l’evento scatena ogni tipo di conseguenze tragicomiche. La moglie non sa cosa chiedere nel silenzioso imbarazzo generale e insiste nel voler sapere come il nuovo amico trascorre le serate – domanda ovviamente poco delicata subito dopo una separazione; il marito non sa più se e come raccontare una barzelletta che diventa paradossalmente motivo di ansia, non sa come spostare il centro della discussione, è innervosito dalla stupidità della moglie e dalla sconvenienza della suocera; quest’ultima osserva tutti dall’alto della sua saggia anzianità, ruttando e scoreggiando senza sosta e senza vergogna, quasi intenerita dall’affanno dei suoi pulcini nel nido, sentenziosa e impietoso giudice; l’amico cerca come può di nascondere l’ansia di sembrare uno sfigato, tentando in ogni modo di risultare brillante e intraprendente, segretamente trionfante ogni volta che gli pare di aver detto qualcosa di simpatico. Una cena di finzioni e agitazioni sommerse.
L’ultimo personaggio è un uomo d’affari che compra la merce dal marito – un uomo apparentemente solido e spietato, ma in realtà profondamente insicuro – e che ha una relazione con la moglie del suo cliente. Solo la catarsi finale, l’accettazione della situazione (il marito accetta e dichiara di essere innamorato dell’amico, la moglie confessa il tradimento e scappa con l’uomo d’affari) sembra essere una soluzione. Il nuovo equilibrio si rivela però subito instabile e generatore di una nuova catena di misunderstanding e insoddisfazioni.
Lo spettacolo svela i pensieri inconfessabili dei personaggi, in un continuo – e preciso: bravi gli attori – stop and go tra la scena “in corso” e le singole impressioni. I personaggi si animano uno a uno portando avanti la propria, e personalissima, versione della storia, in parallelo a quello che succede realmente intorno a loro. Uno spettacolo che fa ridere, che mette in evidenza in modo divertente quello che a tutti succede: la voglia di scoppiare in una situazione che non ci sta a genio ma nella quale ci siamo ritrovati, più o meno volontariamente, e da cui non sappiamo come uscire. La voglia di fuggire dalle ipocrisie che fondano la nostra esistenza quotidiana e che però – pilastri talmente portanti – non possono essere rimosse. Uno spettacolo sull’insoddisfazione perenne – mostro silenzioso della nostra società, sulla sofferenza patita nel dover stare al proprio posto, senza deviare, senza potersi concedere uno sfogo. Uno spettacolo che fa ricordare il piacere di andare a teatro a vedere uno spettacolo intelligente e ben fatto che ci permette comunque di ridere.

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