Se già l’autore ha scritto il famoso “Boris” ed è tra gli autori di Serena Dandini – parlo di Mattia Torre – ci si aspetta uno spettacolo scoppiettante.
“456” è ancora più che scoppiettante. È magnetico. Una famiglia ristretta – madre, padre e figlio – si prepara con ansia ad accogliere un ospite (e forse la moglie) per una cena pantagruelica che deve servire a fare in modo che quest’uomo faccia qualcosa per la famiglia; qualcosa di non chiaro, di non precisato. Qualcosa di cui nemmeno i diretti interessati sembrano preoccuparsi più di tanto: quando la cosa è in mano al capofamiglia si può stare tranquilli…
In scena – siamo in un indeterminato paese del Sud Italia isolato dal mondo, si parla un dialetto grezzo, mescolato, meticcio, gestuale, una sorta di gramelot – una cucina. Sullo sfondo il sugo perpetuo, un pentolone inquietante in cui sbollenta da anni il sugo della nonna. Appeso sul tavolo un enorme salame tiene il tempo oscillando.
I bravissimi Carlo De Ruggeri, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Franco Ravera trasportano il pubblico in una realtà tragicomica fatta di non ascolto, violenza, incomprensioni, nervi scoperti e fraintendimenti. Aiutati anche dalle splendide luci di Luca Barbati, gli attori danno vita a quello che hanno sul palco, facendo piombare chi guarda nel mezzo di una scena familiare costruita sui più macabri cliché italiani: il padre padrone, la madre rassegnata, il figlio invecchiato dalla noia che aspira ad uno squallido futuro purché lontano dal suo paese di origine, i discorsi sul tempo, il tentativo di costruire una scenetta perfetta per l’arrivo dell’ospite (che, chiaramente, dev’essere preso per la gola), l’immaginazione, il rapporto strano e diretto di ognuno dei personaggi con Dio e la religione. Una summa dei difetti italiani e della famiglia chiusa e costruita per non subire attacchi dall’esterno e dall’interno. Un inno all’ignoranza e all’assenza di larghe vedute. Perché poi, in fondo, l’ospite doveva solo confermare che tutti i soldi della famiglia – il gruzzoletto che doveva servire a far emigrare il figlio – sono stati spesi dal padre per comprare tre loculi. All’urlo di “l’unica cosa cui si può ambire è una degna sepoltura”, scoppia l’ultima furibonda lite che chiude uno scenario drammatico e sconfortante, e insieme ridicolo e profondamente comico. Tutti morti, con un salame che oscilla.
Ginesio, Ovidio e Mariaguglielma sono personaggi che hanno un po’ di ciascuno di noi. Simbolo di una popolazione che non si muove, che non ha ambizioni, che non é disposta a uscire dal proprio percorso di vita per scoprire altro. “456” è uno spettacolo intelligente, molto ben costruito (dov’è la regia? Tutta dentro a quello che fanno gli attori. Non si vede. Questa è regia), che fa ridere, sorridere e sospirare nei suoi momenti ermetici e fatti di noia e grottesca ripetitività.
Era ora che qualcuno riuscisse a portare in scena un’istituzione così radicata – la famiglia – con occhio disincantato e discreto. E soprattutto con (auto)ironia.

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