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Al grido di “viva l’adattamento”, un vortice discendente in tre tempi sulla nostra società, sulla necessità di apparire, sui sacrifici per la fama, sul successo, sulla sottomissione delle donne.
“La merda”, primo appuntamento di un decalogo del disgusto in corso di scrittura, è un’opera sintetica e vasta allo stesso tempo. L’autore, il giovane Cristian Ceresoli, ha concepito la drammaturgia addosso alla strepitosa interprete del testo, Silvia Gallerano.
In scena un semplice piedistallo da circo in metallo. All’ingresso del pubblico lei è già in scena, seduta sul suo trespolo, nuda, con dei codini da manga e un microfono in mano, a bofonchiare qualcosa che ha un vago sapore di inno nazionale.
Dedicato ai 150 anni di storia italiana, “La merda” è il flusso di coscienza, il cervello scoperchiato di “una piccola” del mondo (ma suo papà diceva sempre che anche i Mille erano tappi denutriti, che le loro camicie ora se le potrebbero mettere dei bambini…). Lei, con la sua voce pungente e precisa, con le sue cosce centro dei suoi discorsi. La sua rincorsa della televisione, il suo spirito di sacrificio: dalla prima toccata ad un compagno handicappato (l’aveva guardata con quella faccia da pietà… lei non poteva rifiutare… ma era preoccupata di vomitare. E poi lui? Nemmeno un saluto? Ma con chi pensava di avere a che fare?), alla proposta di favori sessuali pur di arrivare. Di arrivare a fare una pubblicità in cui una ragazza “bassa e grassa” (ma non proprio “grassa”) doveva cantare con tutta la sua anima l’inno d’Italia. Sacrificio! Questo ci vuole nella vita: sacrificio! Sapersi adattare per andare avanti. Sempre avanti.
E già si immagina quando, in coda in autostrada o al supermercato, quelli di fianco a lei in coda la riconosceranno: “Ma tu sei quella di…?”, “Ma tu hai fatto…?”, “No!! Sei proprio tu, …?”. Sì, certo! Dopo tanti sacrifici sì, è proprio lei, è esattamente lei, precisamente, senza nessun dubbio. Orgogliosamente LEI!
Silvia Gallerano è eccezionale. Una macchina, senza intoppi, perfetta. Ed emozionante. Straordinariamente vera. Raro vedere attori che sappiano usare con tale precisione e consapevolezza il proprio corpo e la propria voce. E, per una volta, un corpo nudo è un elemento scenico , non un pretesto o una scorciatoia. Ci si dimentica che è nuda. Bisogna proprio riguardarla, rendersi conto del perché. È un elemento armonico, coerente. Stiamo guardando dentro al suo cervello, lei, intima. Non il suo corpo. Stiamo guardando la sua ossessione per le cosce, non le sue cosce. E ascoltiamo la sua voce, diretta dalle parole come lungo una partitura musicale.
E l’Italia? Un paese sottilmente deriso. O forse sono gli italiani a essere derisi. O, più in generale, tutti coloro che permettono al meccanismo dell’apparenza di avere il sopravvento.
Resta il fatto che, quando a conclusione, sentiamo di nuovo l’inno borbottato, sgangherato, strascinato, sminuzzato, pensiamo che in fondo è bello cantato così. E forse è anche particolarmente vero.

Una madre, una figlia, uno scrittore di teatro: questi i tre personaggi di “Alla meta”, testo scritto da Thomas Bernhard nel 1981. La madre è piena di nostalgia e di rabbia; è brutale con la figlia, che giudica un’incapace ritardata; è severa con se stessa e con le vicende del mondo. La figlia fa le valigie per partire, per andare al mare, la “meta” del titolo; è un gesto meccanico, ripetitivo. Lo scrittore è un amico della figlia, conosciuto anche dalla madre, che per qualche strano motivo è stato invitato a trascorrere qualche giorno con loro al mare.
Teatrino Giullare rende i protagonisti ombre, se non direttamente manichini. La madre è come sprofondata in una poltrona sui cui riesce solo a ruotare. Con un braccio di legno, lancia i suoi anatemi e le sue frecciate senza sosta. La figlia, nel frattempo, si occupa di riporre vecchi cappotti (anche se, si dice, è piena estate) in un baule. La figlia è un burattino. Nel vero senso della parola… Lo scrittore emerge ad un certo punto come emergendo dal baule. Ha un volto rovinato, sembra uscito direttamente dalla terra: l’autore di “Si salvi chi può” offre una prospettiva differente sulla vicenda. Apre la coppia morbosa madre-figlia, ma senza riuscire ad entrare e facendo fatica ad uscire.
Un testo violento sulla condizione umana, “Alla meta”, che ci mette davanti a molte delle nostre debolezze e ai nostri maldestri tentativi di salvarci e di evitare le sofferenze. Così la madre ricorda il marito, morto, come il più accanito ripetitore di “Tutto e bene quel che finisce bene”. Un marito che ha sposato solo per il suo mestiere, solo perché profondamente impressionata dalla parola “fonderia”… e anche un po’ per la casa al mare. Un racconto fatto di presente e ammissioni. La solitudine, la frustrazione, la nostalgia, la delusione. Non rimane forse delusa anche dal mare, nonostante l’imperante desiderio di andarci ogni anno?
Incredibili le scene, che Cikuska progetta e realizza per Teatrino Giullare ormai da anni. La poltrona diventa sdraio da spiaggia. Il baule, pianoforte. L’appendiabiti, finestra. Senza soluzione di continuità. Mentre, nella seconda metà della pièce, una luce che ruota e illumina la scena ad intervalli regolari, come un sole che sorge e tramonta, sembra far passare giorni e giorni nell’immobilità di quello che capita.
“Alla meta” è uno spettacolo forte e chiaro, pieno di sfumature, che Giulia Dall’Ongaro ed Enrico Deotti rendono in modo magistrale e curioso. Spiazzano il pubblico, lo sorprendono, giocano con eleganza con i mezzi teatrali, creando qualcosa di mai visto. Da vedere.

Fabrizio De André è uno dei miti dell’Italia che ancora vale. Un mito della cultura, della musica, della poesia. Un maestro che ha messo i nostri genitori, e continua a mettere noi, davanti alle gioie e alle miserie umane con le sue canzoni piene di amore e dolore. Una mostra allestita da Studio Azzurro sta girando da qualche anno le città italiane ricordandoci la poetica e le idee alla base della creazione di De Andrè: la guerra, la morte, la poesia, l’amore, la libertà. Ora uno spettacolo, “All’ombra dell’ultimo sole” al Teatro Menotti fino al 31 dicembre, ci ricorda alcune delle canzoni e dei personaggi più significativi.
In scena un testo (di Massimo Cotto, con la regia di Emilio Russo) che attraverso alcune tra le canzoni più incisive e conosciute del Maestro vuole accompagnarci in un’epoca e nelle sue speranze. Undici attori-cantanti mettono in scena la vita quotidiana in un locale genovese, con le loro storie e i loro sentimenti. Stanno aspettando di aprire il nuovo spazio, per parlare di rivoluzione e ideali – sono gli anni ’70 – e cercano di evitare l’attacco della polizia. Finiranno tutti in carcere.
Lo spettacolo è un musical. Non si parla di De Andrè, che diventa un personaggio solo nominato in qualche discorso, ma del mondo da lui raccontato e cantato. Il problema, in un contesto del genere, è che ci si sta confrontando con qualcosa di quasi sacro. Con qualcuno che ha influenzato generazioni intere ed è stato in grado di esprimere sogni e disagi di molti con le sue note e le sue parole. E, per quanto nobile sia l’intenzione di tramandare e stimolare il pensiero (la compagnia ha bandito un concorso di scrittura: i testi migliori vengono appesi nel foyer del teatro e letti dagli attori prima dello spettacolo), il rischio che imperfezioni anche minime diventino invadenti è in agguato. Gli attori, non supportati da una drammaturgia forte (la storia del locale in apertura “la cattiva compagnia” e dell’arresto collettivo non coinvolgono davvero), sono lasciati nudi a cantare di sentimenti crudi, sporchi, violenti e gli arrangiamenti “carini” non sono sufficienti. Convincono la versione di “Quello che non ho” e di “Don Raffae’”; gli altri brani sono corretti, ma l’interpretazione non convince fino in fondo.
“All’ombra dell’ultimo sole” è comunque uno spettacolo godibile che ci fa ricordare un uomo che ha scritto e cantato la storia degli anni di grandi ideali e di rivoluzioni, di delusioni e di vittorie. Un uomo che con la sua sensibilità e la sua crudezza ha saputo far specchiare gli altri uomini mettendoli davanti alla propria natura.

Se già l’autore ha scritto il famoso “Boris” ed è tra gli autori di Serena Dandini – parlo di Mattia Torre – ci si aspetta uno spettacolo scoppiettante.
“456” è ancora più che scoppiettante. È magnetico. Una famiglia ristretta – madre, padre e figlio – si prepara con ansia ad accogliere un ospite (e forse la moglie) per una cena pantagruelica che deve servire a fare in modo che quest’uomo faccia qualcosa per la famiglia; qualcosa di non chiaro, di non precisato. Qualcosa di cui nemmeno i diretti interessati sembrano preoccuparsi più di tanto: quando la cosa è in mano al capofamiglia si può stare tranquilli…
In scena – siamo in un indeterminato paese del Sud Italia isolato dal mondo, si parla un dialetto grezzo, mescolato, meticcio, gestuale, una sorta di gramelot – una cucina. Sullo sfondo il sugo perpetuo, un pentolone inquietante in cui sbollenta da anni il sugo della nonna. Appeso sul tavolo un enorme salame tiene il tempo oscillando.
I bravissimi Carlo De Ruggeri, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Franco Ravera trasportano il pubblico in una realtà tragicomica fatta di non ascolto, violenza, incomprensioni, nervi scoperti e fraintendimenti. Aiutati anche dalle splendide luci di Luca Barbati, gli attori danno vita a quello che hanno sul palco, facendo piombare chi guarda nel mezzo di una scena familiare costruita sui più macabri cliché italiani: il padre padrone, la madre rassegnata, il figlio invecchiato dalla noia che aspira ad uno squallido futuro purché lontano dal suo paese di origine, i discorsi sul tempo, il tentativo di costruire una scenetta perfetta per l’arrivo dell’ospite (che, chiaramente, dev’essere preso per la gola), l’immaginazione, il rapporto strano e diretto di ognuno dei personaggi con Dio e la religione. Una summa dei difetti italiani e della famiglia chiusa e costruita per non subire attacchi dall’esterno e dall’interno. Un inno all’ignoranza e all’assenza di larghe vedute. Perché poi, in fondo, l’ospite doveva solo confermare che tutti i soldi della famiglia – il gruzzoletto che doveva servire a far emigrare il figlio – sono stati spesi dal padre per comprare tre loculi. All’urlo di “l’unica cosa cui si può ambire è una degna sepoltura”, scoppia l’ultima furibonda lite che chiude uno scenario drammatico e sconfortante, e insieme ridicolo e profondamente comico. Tutti morti, con un salame che oscilla.
Ginesio, Ovidio e Mariaguglielma sono personaggi che hanno un po’ di ciascuno di noi. Simbolo di una popolazione che non si muove, che non ha ambizioni, che non é disposta a uscire dal proprio percorso di vita per scoprire altro. “456” è uno spettacolo intelligente, molto ben costruito (dov’è la regia? Tutta dentro a quello che fanno gli attori. Non si vede. Questa è regia), che fa ridere, sorridere e sospirare nei suoi momenti ermetici e fatti di noia e grottesca ripetitività.
Era ora che qualcuno riuscisse a portare in scena un’istituzione così radicata – la famiglia – con occhio disincantato e discreto. E soprattutto con (auto)ironia.

“Questa è la legge, non è la giustizia”. Joe, uno dei tragici protagonisti della seconda parte di “Angels in America”, sintetizza così la situazione del suo tempo. Anche in questa seconda parte del dramma di Tony Kushner, “Perestroika”, i protagonisti lottano, o più semplicemente vivono, in un mondo complesso, fatto di contraddizioni, psicofarmaci, apparizioni, ingiustizie e piaceri fulminei. Rispetto a “Si avvicina il millennio” però, questa seconda tappa della storia porta un messaggio positivo, di speranza. I personaggi, tutti, appaiono liberati, più diretti, più consapevoli delle proprie azioni, decisioni e conseguenze. Non più solo rabbia o impotenza. Ma anche fiducia e sprazzi di possibile condivisione. Roy M. Cohn (il sempre efficace Elio De Capitani) appare morente mangiato dall’AIDS ma quasi umano, e – in fondo, una volta morto – anche salvatore di Prior. Joe Pitt (Cristian Giammarini), avvocato mormone che nella prima parte si era faticosamente reso conto della sua omosessualità, appare qui, nella sua relazione con Louis Ironson – ex amante di Prior – almeno parzialmente libero dalle imposizione che il suo status e la sua religione sembravano imporgli e ha il coraggio di ammettere a se stesso e agli altri i suoi sentimenti, per quanto questi, alla fine, lo portino a desiderare di tornare sui suoi passi. Prior Walter (Edoardo Ribatto) diventa in questa seconda metà il messia, il profeta: viene incaricato dall’angelo di predicare l’immobilità, la stasi per l’umanità. Abbandonato dal compagno Louis (Umbero Petrarca) – ora amante di Joe – perché malato di AIDS, Prior ha con l’angelo un rapporto fatto di immaginifica sensualità e violenta imposizione e trova alla fine il coraggio di ribellarsi, rifiutando la parola annunciata, in grado di affermare la sua fiducia nell’inevitabile movimento dell’umanità, nel suo dinamismo, nel suo progresso, nella sua necessità di non stare ferma. Belize (il divertente Fabrizio Metteini), infermiere gay di Louis e di Roy, incarna la capacità dell’uomo di vedere il lato positivo, pur nella consapevolezza di tutto ciò che di negativo c’è. In un’America “terminale e sordida”, in un mondo abbandonato da Dio, a cui non basta la fede nella grandezza del cielo e nella possibilità di salvezza divina, l’uomo assume una consapevolezza maggiore della necessità di agire da sé. Tra domande esistenziali sulle modalità di cambiamento e tragiche affermazioni sull’impossibilità di sentimenti veri, i personaggi del dramma (tra cui Harper– la brava Elena Russo Arman – visionaria psicolabile moglie di Joe; la madre di Joe – Ida Martinelli – che da un’apparenza di rigida mormone omofobica si rivela essere una delle persone più aperte e comprensive; Ethel Rosenberg – Cristina Crippa – fantasma/coscienza di Roy) mostrano i valori più difficili, tra cui il perdono. Ma non il perdono per Dio, che ci ha lasciati qui senza rimedio, senza chiavi, abbandonati a noi stessi. “Perestroika”, la ricostruzione, inizia così: “Noi non possiamo fermarci, noi desideriamo, non possiamo aspettare” urla Prior. Non si può restare immobili. Ma se Dio – che non ritornerà – dovesse tornare, fategli causa, fate causa a quel bastardo per essersene andato. Un dramma che rilancia l’uomo e la sua possibilità di riscatto, di costruzione, di assoluta speranza.