Una madre, una figlia, uno scrittore di teatro: questi i tre personaggi di “Alla meta”, testo scritto da Thomas Bernhard nel 1981. La madre è piena di nostalgia e di rabbia; è brutale con la figlia, che giudica un’incapace ritardata; è severa con se stessa e con le vicende del mondo. La figlia fa le valigie per partire, per andare al mare, la “meta” del titolo; è un gesto meccanico, ripetitivo. Lo scrittore è un amico della figlia, conosciuto anche dalla madre, che per qualche strano motivo è stato invitato a trascorrere qualche giorno con loro al mare.
Teatrino Giullare rende i protagonisti ombre, se non direttamente manichini. La madre è come sprofondata in una poltrona sui cui riesce solo a ruotare. Con un braccio di legno, lancia i suoi anatemi e le sue frecciate senza sosta. La figlia, nel frattempo, si occupa di riporre vecchi cappotti (anche se, si dice, è piena estate) in un baule. La figlia è un burattino. Nel vero senso della parola… Lo scrittore emerge ad un certo punto come emergendo dal baule. Ha un volto rovinato, sembra uscito direttamente dalla terra: l’autore di “Si salvi chi può” offre una prospettiva differente sulla vicenda. Apre la coppia morbosa madre-figlia, ma senza riuscire ad entrare e facendo fatica ad uscire.
Un testo violento sulla condizione umana, “Alla meta”, che ci mette davanti a molte delle nostre debolezze e ai nostri maldestri tentativi di salvarci e di evitare le sofferenze. Così la madre ricorda il marito, morto, come il più accanito ripetitore di “Tutto e bene quel che finisce bene”. Un marito che ha sposato solo per il suo mestiere, solo perché profondamente impressionata dalla parola “fonderia”… e anche un po’ per la casa al mare. Un racconto fatto di presente e ammissioni. La solitudine, la frustrazione, la nostalgia, la delusione. Non rimane forse delusa anche dal mare, nonostante l’imperante desiderio di andarci ogni anno?
Incredibili le scene, che Cikuska progetta e realizza per Teatrino Giullare ormai da anni. La poltrona diventa sdraio da spiaggia. Il baule, pianoforte. L’appendiabiti, finestra. Senza soluzione di continuità. Mentre, nella seconda metà della pièce, una luce che ruota e illumina la scena ad intervalli regolari, come un sole che sorge e tramonta, sembra far passare giorni e giorni nell’immobilità di quello che capita.
“Alla meta” è uno spettacolo forte e chiaro, pieno di sfumature, che Giulia Dall’Ongaro ed Enrico Deotti rendono in modo magistrale e curioso. Spiazzano il pubblico, lo sorprendono, giocano con eleganza con i mezzi teatrali, creando qualcosa di mai visto. Da vedere.

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