Teatrino Giullare porta avanti da anni la sua particolare e peculiare ricerca sul teatro e sull’attore visto come artificio, come macchina scenica da esplorare e portare al limite. Attraversando la storia della drammaturgia – dalla tragedia greca alla commedia dell’arte, da Shakespeare ai testi moderni – il percorso di Giulia Dall’Ongaro e Enrico Deotta ha portato il gruppo a ricevere numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero (premio per la migliore attrice al World Are Festival di Praga nel 2003; Premio Nazionale della Critica nel 2006; Premio Speciale Ubu nel 2006; Premio Speciale della Giuria e il Premio Brave New World per la regia al 47° Festival Internazionale di Teatro MESS di Sarajevo nel 2007).
Il loro ultimo lavoro è costruito sul primo testo teatrale di Harold Pinter, premio nobel per la letteratura e grandissimo autore teatrale nel Novecento che ha portato il linguaggio, sulla scia di Beckett e della drammaturgia dell’assurdo, ai suoi confini più estremi. Il testo messo in scena è “La stanza”: un dramma tragicomico costruito intorno alla figura di Rose e ai suoi incontri. La stanza in cui è ambientato il dramma diventa in questa versione un piccolo spazio che il pubblico spia da una sola piccola finestra: vediamo solo ciò che la cornice dell’infisso ci permette di vedere, dirimpettai serali che spiano un interno. Intravediamo solo una stufa e indoviniamo (e immaginiamo) un tavolo, dei fornelli, delle ante, una sedia a dondolo. Le voci degli attori sono amplificate, come se sempre noi, spioni della casa di fronte, avessimo piazzato una cimice nella stanza. L’amplificazione confonde, non permette di avere la direzione della voce, e quindi permette ai due attori di impersonare tutti e sei i personaggi del dramma, cambiando tono, timbro e fisionomia, muovendo oggetti al di fuori della finestra che noi vediamo…
“La stanza” di Teatrino Giullare spinge lascia attoniti per l’incredibile bravura e competenza degli attori; stupisce per le trovate sceniche che creano effetti sorprendenti da un’apparente semplicità; affascina per la sottigliezza delle scelte (mostrare una stanza dall’esterno, attraverso una finestra, lascia all’immaginazione dello spettatore tutto ciò – molto – che non si vede); sconvolge per l’utilizzo delle maschere e della loro elasticità e versatilità. Uno spettacolo raffinato e originale; una partitura di testo, gesti e movimenti precisa e impaccabile, che racconta con potenza il dramma dell’uomo, delle cose che non si sanno, delle relazioni che non si risolvono. Una creazione sorprendente e straniante da vedere.

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