Fabrizio De André è uno dei miti dell’Italia che ancora vale. Un mito della cultura, della musica, della poesia. Un maestro che ha messo i nostri genitori, e continua a mettere noi, davanti alle gioie e alle miserie umane con le sue canzoni piene di amore e dolore. Una mostra allestita da Studio Azzurro sta girando da qualche anno le città italiane ricordandoci la poetica e le idee alla base della creazione di De Andrè: la guerra, la morte, la poesia, l’amore, la libertà. Ora uno spettacolo, “All’ombra dell’ultimo sole” al Teatro Menotti fino al 31 dicembre, ci ricorda alcune delle canzoni e dei personaggi più significativi.
In scena un testo (di Massimo Cotto, con la regia di Emilio Russo) che attraverso alcune tra le canzoni più incisive e conosciute del Maestro vuole accompagnarci in un’epoca e nelle sue speranze. Undici attori-cantanti mettono in scena la vita quotidiana in un locale genovese, con le loro storie e i loro sentimenti. Stanno aspettando di aprire il nuovo spazio, per parlare di rivoluzione e ideali – sono gli anni ’70 – e cercano di evitare l’attacco della polizia. Finiranno tutti in carcere.
Lo spettacolo è un musical. Non si parla di De Andrè, che diventa un personaggio solo nominato in qualche discorso, ma del mondo da lui raccontato e cantato. Il problema, in un contesto del genere, è che ci si sta confrontando con qualcosa di quasi sacro. Con qualcuno che ha influenzato generazioni intere ed è stato in grado di esprimere sogni e disagi di molti con le sue note e le sue parole. E, per quanto nobile sia l’intenzione di tramandare e stimolare il pensiero (la compagnia ha bandito un concorso di scrittura: i testi migliori vengono appesi nel foyer del teatro e letti dagli attori prima dello spettacolo), il rischio che imperfezioni anche minime diventino invadenti è in agguato. Gli attori, non supportati da una drammaturgia forte (la storia del locale in apertura “la cattiva compagnia” e dell’arresto collettivo non coinvolgono davvero), sono lasciati nudi a cantare di sentimenti crudi, sporchi, violenti e gli arrangiamenti “carini” non sono sufficienti. Convincono la versione di “Quello che non ho” e di “Don Raffae’”; gli altri brani sono corretti, ma l’interpretazione non convince fino in fondo.
“All’ombra dell’ultimo sole” è comunque uno spettacolo godibile che ci fa ricordare un uomo che ha scritto e cantato la storia degli anni di grandi ideali e di rivoluzioni, di delusioni e di vittorie. Un uomo che con la sua sensibilità e la sua crudezza ha saputo far specchiare gli altri uomini mettendoli davanti alla propria natura.

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