Chiara Stoppa. Attrice. Trentun’anni. A ventisei anni, nel 2005, scopre di non essere pigra. Scopre che la stanchezza che ha sempre addosso ha una causa: un tumore. Da un palcoscenico vuoto – solo un tavolo che diventa sedia, tavolo operatorio, divano – Chiara Stoppa ci racconta, senza retorica e senza paura, la sua storia. Un’estate stanca, la diagnosi, la difficoltà di dirlo a sua madre. Due cicli devastanti di chemio, inutili. La faccia di circostanza per essere una perfetta paziente, pazientemente pazientante. Gli amici che sfottono per sdrammatizzare, le cure che non funzionano. L’espropriazione del corpo in nome della scienza medica.
E così Chiara, dopo un anno di torture, a portarsi sopra il polmone un tumore grande come un hamburger, decide di smettere. Dice basta al sequestro. Basta al tentativo di andare contro qualcosa che stava nel suo corpo e che, evidentemente, non era intenzionato ad andarsene.
È ironica, scoppiettante, vera e sincera. Come potrebbe essere altrimenti? La storia è la sua. Mattia Fabris, coautore e regista, rimane delicatamente sullo sfondo. La regia serve solo a sottolineare alcuni attimi, il resto scorre a prescindere. Un solo momento – quello in cui Chiara si abbassa leggermente la scollatura della maglietta a scoprire la cicatrice della linea centrale – un solo momento in cui lei e la storia coincidono con la carne. E suscita ancora più commozione sentire una giovane donna che ha scelto. Ha scelto di non curarsi più come i medici volevano si curasse. Ha deciso di non firmare più, di non dire più di sì. Ha scelto.
Chiara si è messa in gioco con l’umiltà di dire che la sua è una delle scelte possibili. Un tumore ti cambia: cambia la tua routine, il tuo modo di vivere, di respirare, di stare con gli amici. Si può scegliere come relazionarsi con esso. Si può ascoltare il proprio corpo per decidere quale sia la soluzione più adatta. Gli uomini sono diversi, e diverse possono essere le cure.
Uno spettacolo intenso, “Il ritratto della salute”, forte e spiritoso. Una prova di forza. “Mi sono emozionata quando mi sono resa conto di riuscire a camminare veloce, veloce come una ragazza di trent’anni”. Ora c’è uno spettacolo, altro che camminata veloce.

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