“La modestia”, nuovo spettacolo messo in scena da Luca Ronconi, è un gioco a incastri che naviga nell’ambiguità e nella mancanza di direzione. L’autore – l’argentino Rafael Spregelburd – ha posto “La modestia” come terzo capitolo di una eptalogia ispiratagli da un dipinto di Bosh, che nel Cinquecento aveva raffigurato i sette peccati capitali. Spregelburd crea una serie di opere che indagano i peccati capitali della nostra epoca, muovendosi lungo percorsi non lineari e assolutamente spiazzanti.
“La modestia” presenta due situazioni che continuano ad alternarsi: da una parte i personaggi si trovano – nella moderna Buenos Aires – a districarsi tra storie d’amore, di legge, di tradimento e di famiglia; dall’altra – in un passato non meglio precisato e in un altrettanto non meglio precisato paese dell’Europa dell’Est – i personaggi si trovano a vivere una situazione paradossale tra malattia e morbosità, tra desiderio di ricchezza e fama e distruzione morale.

La scena (di Marco Rossi) è sempre la stessa per quanto, ad ogni cambio di scena/epoca, si aggiungano continuamente elementi, che diventano parte integrante di entrambe le storie in una sorta di perenne accumulo che appesantisce e incastra. Allo stesso modo la luce (il progetto è di A.J. Weissbard) definisce con sempre meno chiarezza i limiti delle storie, facendole scivolare una dentro l’altra a ritmo sempre più serrato. E gli attori (i bravissimi Francesca Ciocchetti, Maria Paiato, Paolo Pierobon e Fausto Russo Alesi) trascinano il pubblico in un vortice ogni volta più complesso da seguire e lo portano, insieme a loro, allo smarrimento.

A Buenos Aires troviamo una situazione paradossale: Maria Fernanda ha un marito, Alejandro, da cui si sta separando. Frequenta Arturo, vicino di casa ed ex socio di Alejandro. Arturo sta cercando, con l’aiuto dell’avvocato San Javier, di costruire una linea difensiva per un misterioso e accennato disastro in mare in cui è in qualche modo coinvolto. La moglie di Arturo (esilarante e disperata, interpretata dalla Paiano) cerca di trovare la sua dimensione in questo triangolo, trascinando se stessa e la sua pazzia in giro per la stanza.
Nel passato troviamo invece due coppie: Anja è sposata con Terzov, scrittore messo in ginocchio dalla tubercolosi. Un medico straniero, Smederovo, si offre di curarlo in cambio di alcuni manoscritti di Terzov (che non sono in realtà suoi, ma del padre di Anja) dalla cui pubblicazione spera di guadagnare una fortuna. La moglie di Smederovo, Leandra, si innamora di Terzov. Tutti questi incroci di interesse, passione, raggiro, malattia, portano i personaggi verso un finale tragico. Sullo sfondo di un conflitto, siamo sballottati tra la malattia che rende prigionieri e la guerra che rende rifugiati.

“La modestia” presenta dei personaggi persi: persi dentro se stessi, dentro la lingua che parlano, dentro lo spazio che abitano e l’epoca che vivono. È uno spettacolo difficile da seguire (e i mormorii del pubblico in sala lo hanno ricordato per tutta la durata della pièce) che in realtà non pretende di essere seguito. Si continua a cambiare idea sui personaggi, sulla loro relazione, sulle loro azioni. È uno spettacolo ossessivo (Terzov ad un certo punto esprime questo concetto: “Saremo ricordati come gli scrittori del periodo in cui tutti scrivevano dell’ossessione”). La modestia – ridotta a peccato – rimane serpeggiante (Leandra, infuriandosi con Terzov, gli dice: “Non esibisca la sua umiltà davanti a noi, non vede dove viviamo?”) e quello che resta alla fine è un opprimente senso di frustrazione.

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