“Santa Giovanna dei macelli” è il testo in cui Bertolt Brecht raccontò la sua versione della crisi economica del 1929 (l’opera è dell’anno successivo). Protagonisti sono Giovanna – una giovane donna animata da spirito cristiano che vuole salvare l’umanità dalla miseria (e dalla corruzione che dalla miseria deriva) – e Mauler – imprenditore della carne di Chicago che specula su bestiame e scatolame per poi finire, almeno per un po’, in rovina. Entrambi sono circondati da una serie di personaggi che creano come dei cori (i Cappelli Neri, “i soldati del buon Dio” da una parte e gli speculatori allevatori di carne dall’altra, a loro volta immersi nel marasma della povera gente che lavora ai macelli).
Questo lo scenario del testo che Luca Ronconi, alla sua prima regia dell’autore tedesco, porta sul palco del Teatro Grassi. In una scena estremamente sintetica e meccanica (realizzata da Margherita Palli) vediamo i personaggi secondari spostarsi nello spazio spesso mossi da carrelli o issati da una gru, accompagnati da immagini cinematografiche che ne sottolineano la distanza dalla realtà. Gli imprenditori/allevatori sono immersi in grosse latte di carne in scatola colorate e vistosamente pubblicizzate, che si accartocciano man mano a simboleggiare la caduta di uno stile imprenditoriale che pare, nelle buone intenzioni, essere destinato al fallimento. Mauler appare la prima volta in sella ad una latta sospesa, imponente e inquietante non solo in scena ma anche sul pubblico. Uno schermo sempre presente fa da quinta per proiezioni ora funzionali (capitoli, titoli di giornale che raccontano il contesto) ora narrative (Slift l’assistente senza scrupoli di Mauler, mostra a Giovanna la bassezza dello spirito umano riprendendo e proiettandole davanti alcuni poveracci che si mostrano nudi con la propria avidità; le mostra “la malvagità dei poveri”).
È una messa in scena complessa e ardita, quella che Ronconi sottopone al pubblico. Maria Palato (Giovanna) e Paolo Pierobon (Mauler), insieme a Fausto Russo Alesi (Slilft) e agli altri numerosi attori (dieci i personaggi principali, una quindicina gli attori che creano i cori) impersonano caratteri ambigui, che oscillano in continuazione per opinioni e atteggiamenti. Giovanna, da naif ingenua piena di entusiasmo e pronta a convertire alla carità chiunque, si scontra con l’avidità umana e la corruzione che rende chi ha fame insensibile anche di fronte alle proprie disgrazie. Mauler, dopo l’incontro con la ragazza, sembra rinsavire e pentirsi. Affronta un presunto tracollo finanziario, arriva a farci quasi pietà. Poi torna a essere cinisco, spietato e avido, a fianco del fidato Slift, nella morale finale: all’interno di ogni uomo albergano due anime opposte, una pura l’altra nera, una onesta l’altra ingannatrice. In sostanza bisogna accettare l’uomo così, per come è: ambiguo.
I due hanno fin dall’inizio un rapporto strano, costruito su attrazione e diffidenza, che però non arriva mai a toccare e parlare in profondità. Alla stessa maniera la metafora del mondo come macello, il messaggio “quelli in alto sono lì perché gli altri sono in basso”, la continua discussione sulla necessità della violenza come mezzo di cambiamento, non sono temi che rimangono particolarmente impressi.
Certo: la coerenza con il momento storico che viviamo e l’evidenza di analogie tra la storia e il sistema finanziario attuale è chiara, ma non supera la retorica. Si sarebbe potuto approfondire qualche aspetto non evidente, come per esempio il fatto che Mauler riceva ordini dai misteriosi e onniscienti “amici di New York”, o l’atteggiamento contrariato dei – presunti cristiani – Cappelli Neri quando Mauler si presenta da loro senza nemmeno un soldo: “Il suo cuore egli ha portato, non i suoi soldi”. Invece lo spettacolo indugia a presentare cose note – in una cornice sempre scenografica e con attori sicuramente molto bravi, certo – senza scavare veramente dove avremmo potuto capire qualcosa di nuovo.

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