È curioso come una storia lontana – siamo nel 1630 – possa non fare fatica ad arrivare fino ad oggi. Ancora più strano è che questa storia possa ancora dire qualcosa. La “Storia della colonna infame”, portata in scena dal regista Giovanni Guerrieri al CRT Salone per la seconda stagione di fila, è in grado di comunicarci sicuramente qualcosa. In scena, un disordine ottocentesco: divani e poltrone imbottite, tavolini dalle gambe sinuose, ammassi di oggetti pesanti e polverosi. Una sorta di soffitta stanca. Due personaggi eleganti, pacati, come ombre, riportano la storia raccontata da Alessandro Manzoni a corredo della vicenda de “I promessi sposi”. Durante la pestilenza a Milano la fantasia di una donna pettegola e con manie di protagonismo porta alla condanna di due innocenti: il commissario di sanità Guglielmo Piazza e il barbiere Gian Giacomo Mora vengono condannati a morte con l’accusa di essere untori (la donna li aveva visti dalla finestra!), di contribuire volontariamente a diffondere la peste tra i cittadini.
Silvio Castiglioni usa la sua capacità di raccontare, di modulare la voce, di far scivolare lo spettatore in un fiume di parole, di immagini, di relazioni. Accanto a lui una donna misteriosa (Emanuela Villagrossi), presenza quasi impalpabile, gli fornisce spunti, lo osserva. I due personaggi sono svuotati, come sfiancati da una vita rinchiusa in quella soffitta. Una pesantezza fragile, come quella della piramide di bicchieri di cristallo che Castiglioni costruisce con maestria e precisione. Come quella degli oggetti che sul finale iniziano a muoversi come per magia, andando a costruire un tessuto visivo e sonoro che si aggiunge a quello di suoni stravaganti (belati di pecore) uditi fino a quel momento. E alla fine una cornice di luce (il disegno luci è di Giuliano Bottacin e Anna Merlo) lascia intendere una realtà altra, un mondo diverso, leggero, quanto meno aperto. Ma con delle pecore, vittime per antonomasia.
La colonna infame è la lapide che fu eretta sulla casa ridotta in macerie di Gian Giacomo Mora, a testimonianza di come le autorità dell’epoca avessero duramente colpito un colpevole. Fu rimossa nel 1778 ma resta comunque in vita, presenza di pietra. Un testo asciutto, senza giudizio, quello di Manzoni. Lo spettacolo di Guerrieri è altrettanto semplice, ma conserva una strana vena di inquietudine che non lascia indifferenti.

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