“Le pulle”, puttane in dialetto palermitano, è un’operetta vera e propria. Emma Dante, con questa creazione dello scorso anno, ci porta in un universo costruito di lame di broccato rosso che si abbattono sulla scena come ghigliottine. La scena: un bordello. In scena: tre fate meccaniche e acrobatiche, quattro travestiti e un trans. Guidati da un personaggio “fata levatrice” (che nella versione originale è la regista stessa). Cinque scene, una per ogni personaggio. Cinque monologhi che raccontano una storia di violenza e di emarginazione, con l’accompagnamento di una canzone che confonde i toni mescolando melodie da avanspettacolo a testi degni della più grottesca tragedia; cinque scene di assoluta coralità che trasportano in una dimensione di precisa coerenza e di ovattata forza immaginifica. Rosi, appassionata di balletto, racconta di come è stata stuprata da uomini senza volto dopo aver visto un emozionante “Lago dei Cigni”; Sara, anoressica che non riesce più a trattenere cibo in corpo, orgogliosa del proprio scheletro ostentato, viene imboccata senza sosta fino a vomitare tutto; Moira, che stava iniziando – appena dodicenne – a prendere innocentemente gusto nel travestirsi con gli abiti della madre, viene avviata senza coscienza alla prostituzione dalla stessa madre, perdendo irrimediabilmente ogni possibilità di restare pura; Stellina racconta il suo appassionato amore per un uomo che sicuramente la sposerà, racconta i suoi sogni, vogliosa di suscitare invidia per la propria felicità; Ata, nata donna i corpo maschile, racconta invece l’incomprensione che ha permeato la sua vita, e primo tra tutti il rifiuto di suo padre nei confronti della sua indole più sensibile e profonda, immersa in una omertosa e finta indifferenza. Le fate di muovono intorno a questi personaggi accompagnandone il disvelamento, forzandone le confessioni, attaccando i punti deboli per portare a galla l’amarezza di condizioni al limite. Uno spettacolo fatto di scene forti e crude: copri martoriati, usati, dinoccolati e stanchi. Le fate sono grotteschi clown-bambola che non temono l’urto con oggetti e pavimento e tutta la prima parte ha come colonna sonora lo schianto delle loro membra al suolo. I travestiti e il trans sono rinchiusi in corpi che a volte controllano e a volte li controllano. Corpi ora da scoprire ora da celare; corpi che incuriosiscono e fanno repulsione. Corpi che non si capiscono, che parlano un linguaggio altro, fatto di poesia e carnalità, di leggerezza e violenza. E tra paillettes e stras, tra trucchi pesanti e cicaleccio femminile, tra danze macabre e festoni, si muovono storie che non lasciano respirare, che commuovono anche grazie l’apparente semplicità con cui sono raccontate: “non lo sai che appena esci ti fanno pentire di essere nata?”. Emma Dante e i bravissimi attori della sua compagnia (Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Sabino Civilleri, Clio Gaudenzi, Ersilia Lombardo, Chiara Muscato, Manuela Lo Sicco, Carmine Maringola, Antonio Puccia) trascinano – verso il basso – in una dimensione di elegante e poetica disarmonia, tra peni di plastica e bambole gonfiabili, vestiti appariscenti e nudità ostentate, in una sequenza di scene che culmina in un matrimonio, quello di Stellina con il suo declamato amore, bianco e indecente che lascia traccia solo in una trottola di sgonfiata disperazione.

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