“Primo amore” è prima di tutto un viaggio. Un ritorno per la precisione. Un uomo torna nel suo paese di origine, da cui è scappato appena adolescente, e ritrova il suo passato. Letizia Russo, autrice di questo monologo, racconta la tragica riscoperta della memoria che si era tentato di ignorare. Quest’uomo, seduto in un bar, riconosce nel cameriere che lo serve il suo primo amore, il ragazzino che a quindici anni lo fece invaghire e gli fece prendere coscienza della sua omosessualità. In scena, con uno scarto interessante scelto dal regista Luigi Saravo, troviamo Laura Nardi. Una donna, un corpo di donna, una sensibilità femminile che ci racconta i dubbi, le paure, le irresistibili attrazioni, le ossessioni di un giovane adolescente gay che si scopre potentemente e irrimediabilmente attratto dal copro di una persona del suo stesso sesso. Solo una sedia ad aiutare il suo racconto. L’uomo ripercorre tutta la storia, i primi approcci, l’attrazione, la paura, il sesso, l’amore. E poi il momento in cui furono scoperti, il tradimento del suo amore che lo rinnegò, fuggì, non ebbe il coraggio delle proprie azioni. Riaffiora la sofferenza di un quindicenne abbandonato, di una storia segnata che nessuno ha accompagnato, di una inevitabile solitudine condita di rabbia. “Primo amore” è uno spettacolo poetico. Il testo trasporta in una dimensione sospesa, lascia intendere, fa presagire, si rivela lentamente. Un modo diverso ed elegante per raccontare l’indissolubile legame tra amore e sofferenza.

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