Come può un mito venire attualizzato? Come può l’antica Grecia – i suoi personaggi, la sua etica, la sua morale, ciò che, in fondo, costituisce la base della nostra cultura – arrivare alle coscienze del ventunesimo secolo? Quali sono gli aspetti traducibili, o anche solo direttamente interrogabili? Sono queste domande il punto di partenza della ricerca che Luigi Lo Cascio ha svolto su “Le Baccanti” di Euripide. Un lavoro sul mito che dal 2008 porta nelle sale italiane una libera reinterpretazione del mito greco e che ha fruttato a Lo Cascio il premio Hystrio all’interpretazione e allo spettacolo il Biglietto d’oro per il teatro. “La caccia” è uno spettacolo intenso, immaginifico, che mette al centro della vicenda il tiranno Penteo e le sue visioni, nella loro evoluzione dalla sicurezza alla tragedia. Nella scena di Alice Mangano e Nicola Console si muove uno schizofrenico Penteo, assillato dalla sete di controllo e di potere, che alla fine cede alla curiosità di vedere le baccanti, le donne fuggite a festeggiare il rito di Dioniso, il dio che egli stesso non aveva voluto accogliere a Tebe. Un tiranno che crolla di fronte alla perdita di certezze, che arriva a mettere in discussione tutto della sua esistenza, dalla propria identità sessuale alla propria origine. Fino alla tragica fine: Penteo viene ucciso dalla baccante più infervorata, Agave, sua madre. La sensazione più potente dello spettacolo è lo smarrimento. Assoluto. Visivamente anche la scena resta quasi sempre buia (le luci, disegnate da Stefano Mazzanti, creano squarci, strappi nell’oscurità: non sono che apparenti ed effimere finestre che creano l’illusione di poter ritrovare la direzione) e Penteo risulta costretto nell’oscurità, condannato a non poterne uscire: perso. “La caccia” analizza lo smarrimento di direzione di Penteo per parlare del nostro smarrimento, della nostra perdita di valori, quei valori che il mito greco custodiva e tramandava attraverso il tempo e le generazioni. A questo servono i brevi interventi pop: grotteschi spot che pubblicizzano pillole per un corpo perfetto, kit per sballare in solitudine, vacanze in resort per la ricostruzione facciale. Una tragica fotografia della nostra società e della nostra cultura: l’esternazione (se non la denuncia) – ironicamente trattata – del tragico rischio della banalizzazione della cultura e dell’intelletto. Chi cerca di soffermarsi a capire il senso, chi tenta di analizzare in profondità ciò che succede, finisce preda delle sue stesse ricerche. Questa la sorte del secondo personaggio “in scena” (il personaggio è virtuale, proiettato): un bambino studioso/critico letterario e teatrale (interpretato da Pietro Rosa) che vuole rivelarci il senso del mito, dell’essenza di Dioniso e della tragedia e che finisce divorato da rapaci impazziti. Lo Cascio costruisce uno spettacolo sdoppiato, sempre in bilico tra il suo personaggio e le sue visioni drammatiche. I video (in questi casi più che negli interventi del giovanissimo critico) costruiscono una drammaturgia forte e visionaria: scheletri, masse informi, agglomerati di corpi, enormi mani che strangolano il tiranno ormai disarmato: immagini dell’inconscio che si materializzano in graffiti sinistri e sfuggevoli. Notevole la fisicità dell’attore, in grado di trasformarsi da dittatore nazista a fragile donna, da cavaliere/combattente a spaurito schermidore. “La caccia” mette a nudo la debolezza della nostra attuale condizione, la falsità che porta all’annullamento di ogni certezza. E ci fa dare uno sguardo, pallido e si spera non inconsapevole, a quello che accade quando rinneghiamo e mettiamo al bando non solo la parte irrazionale (Dioniso) ma anche, più genericamente, ciò che è diverso e che in quanto diverso ci spaventa.

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