Non è una sorpresa che la compagnia Rootlessroot presenti spettacoli e coreografie di qualità e dalla forte potenza immaginifica. Già vincitori del premio “Herald Angels Award” al Fringe Festival di Edimburgo con “100 wounded tears”, ospite a MilanOltre lo scorso ottobre, i Rootlessroot approdano al Piccolo Teatro di Milano nella serata di chiusura della terza edizione del festival “Milano incontra la Grecia”. Coerente con il tema di quest’anno – “Parole femminili” – che vedeva al centro la donna e le sue relazioni con il mondo, lo spettacolo creato da Jozef Fruček e Linda Kapetanea, anime creatrici della compagnia, parla di donne, di femminilità a partire da una bambina e dal delicatissimo tema dell’abuso. “UNA: Unknown Negative Activity” è uno spettacolo variegato, visionario, duro. Lo spunto di partenza per l’elaborazione coreografica è Theodore Kaczynski – meglio noto come Unabomber – criminale statunitense, condannato per aver inviato pacchi postali esplosivi a numerose persone, durante un periodo di quasi diciotto anni, provocando tre morti e 23 feriti. Unabomber professava il ritorno ad una società più semplice, accusando, soprattutto nel suo manifesto, la società industriale e tecnologica di aver rovinato l’umanità. “UNA” si interroga quindi sulle possibilità di divertimento e di sfruttamento della cultura, partendo dall’assunto che la cultura stessa sia dominata dallo sfruttamento. Il risultato è uno spettacolo ibrido, che combina diverse forme espressive e corporee in modo primitivo, “disfunzionale”. “UNA” è una “shouting opera in movement”: un’opera urlante, in cui le angosce e le relazioni tra i personaggi si esprimono con movimenti esplosivi e toni di voce intensi fino al fastidio. In scena Jozef Fruček, Linda Kapetanea, Edgen Lame e la giovanissima Marianna Tzouda; le musiche dal vivo – colonna sonora spesso spinta fino al disturbo – sono eseguite da Vasilis Mantzoukis. Lo spettacolo si racconta con movimenti artificiali anche se estremamente fluidi: gesti psicologici che ci raccontano l’uomo e il mondo estremamente violento e ostile in cui vive. Martha Frintzila accompagna con voce e canto l’azione, raccontando parti del manifesto di Unabomber e riportando testi che analizzano la violenza e il comportamento umano. Parole sconnesse, discorsi crudi, recitati che vanno a comporre una partitura precisa, fatta di suoni artificiali e voce lirica, oltre che di movimento. In scena pochi elementi: qualche piccolo albero di plexiglas, un cervo svuotato e appeso, un microfono che diventa spia di ogni sospiro, ogni parola, ogni passo. Notevoli le parti di coreografia corale, in cui i quattro danzatori scivolano uno sull’altro lanciandosi e prendendosi come un fluido gelatinoso. “UNA” parla di abuso, di esagerazione, di sforzo: i copri sono sfruttati, presi, afferrati, lanciati, sbattuti, usati. E una piccola bambina, di appena dieci, anni al centro di questo ambiente fa riflettere e risulta tragicamente vera, tragicamente attuale.

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