senegal finale2
With my heart full of joy, positivity and energy I came back from from Senegal. Great people, beautiful women. Now the venture begins: more than 40 hours of footage to study for the construction of a documentary able to present – at least a little – this beautiful country and the people. Let’s start!

The two training courses on tuberculosis ended today. They were held for the women of the villages in Diofior district, Senegal. Tomorrow the festival of villages and Djilor Yayeme begins. Another week in this wonderful country.
IMG_5865

Sono partita due giorni fa per girare un documentario sulle attività di formazione di Stop TB Italia in Senegal. Sarò nel distretto di Diofior due settimane, durante i corsi di formazione sulla tubercolosi che verranno fatti a due gruppi di donne. L’obiettivo è di sensibilizzare la popolazione dei villaggi del distretto e di rendere le donne parte attiva nel trovare e aiutare nella cura i pazienti affetti dalla tubercolosi.
IMG_5589

hole in one

Abbiamo chiuso nel weekend il video di animazione che concorre per diventare il nuovo video promozionale dell’agenzia creativa “Hole in One”: un video che racconta come nascono le idee e come si possono diffondere in un mondo in cui la comunicazione cambia continuamente! Ora c’è solo da aspettare!

con voi_mais

Chiuso questa settimana il documentario “Con voi dalla parte del mais”, scritto da Marco Scorso e Roberto Bartolini e diretto da Marco Scordo per Bayer. Un video che racconta le nuove tecniche e le innovazioni nel campo della coltivazione del mais, con un focus particolare sul territorio della Pianura Padana.


In occasione del festival Bookcity, ho intervistato Luis Sepùlveda sul suo nuovo libro “Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico”.
In collaborazione con Casaleggio Associati.

È sempre una drammaturgia esasperata, estrema, cruda, quella degli spettacoli di ricci/forte. È un teatro fisico, fatto di corpi esposti e maltrattati, denudati e posizionati, senza mezzi termini, sotto i riflettori, a scatenare interrogativi e un voyerismo che non pensavamo di avere.
Imitationofdeath, spettacolo di approdo del duo al Piccolo di Milano, è uno studio sulla morte nel suo complesso. Dalla morte fisica alla morte degli ideali.
Corpi, sempre corpi: un campionario di fisicità diverse e, di conseguenza, di messaggi impliciti molto distanti tra loro. Una lunga scena di apertura basata sul respiro, e poi sulla contorsione, quasi sulla negazione di ciò che il corpo è abitualmente. Sono impressioni forti, che scatenano reazioni contrastanti fin dall’inizio.
Qual è la differenza tra chi cammina per strada e chi sorride sulle lapidi? Cosa succede quando ognuno di noi tira fuori il suo momento di “morte” più intimo? Quali sono gli oggetti che restano sul cadavere, quando si muore? Perché il cadavere ha meno dignità di una qualsiasi minoranza emarginata, è ridotto ad oggetto. Questi sono solo alcuni degli spunti lungo cui si snodano le scene corali di Imitationofdeath. Scene che colpiscono per la loro pasta, per la capacità degli attori/atleti di mescolarsi, di diventare un’entità unica anche quando agiscono separatamente o, più spesso, a coppie.
Una colonna sonora potente ed evocativa accompagna gli attori nella loro scoperta/esposizione di sé, tra ricordi, ammissioni, debolezze, negazioni. In un vortice che alterna momenti ludici e divertenti a momenti drammatici e introspettivi. Scene non sempre comprensibili in termini logici o di contenuto, ma comunque profondamente dirette. Certo, resta sempre il dubbio che sia troppo facile comunicare usando mezzi espliciti, che colpiscono per forza. Che esporre corpi nudi arrotolati e distrutti sia una strada, per quanto non semplice, relativamente ovvia. Imitationofdeath però lascia qualcosa, al di là delle sensazioni immediate, dell’erotismo esplicito o dell’estetica. Ci lascia a confrontarci, a spettacolo finito, con quello che sentiamo nei confronti dei nostri vicini. Ci lascia stupiti di fronte alla strana difficoltà che abbiamo a riprendere immediatamente il controllo sul nostro corpo, che ci appare quasi come estraneo.

Immagine

C’è un tipo di teatro che richiede una delicatezza estrema nello svolgimento delle relazioni tra i personaggi. Ci sono testi poi che, per quanto realisti, possono anche trovare una chiave di lettura interessante se diretti ed interpretati in modo del tutto anti naturalistico. Sarebbe potuto essere il caso di “Hilda”, in scena al Teatro I fino al 26 novembre.

“Hilda” è la prima pièce teatrale di Marie Ndiaye, scrittrice francese di origini senegalesi. Hilda è il nome della protagonista, la protagonista assente. La “cameriera definitiva” per la padrona (interpretata da Federica Fracassi, premio Ubu 2011, che sicuramente in “Incendi” aveva potuto mostrare molto più che in questo caso) che la prende in casa a lavorare, fermamente convinta che Hilda possa essere la soluzione ad ogni suo problema, e la moglie per Frank (Alberto Astorri), lo smidollato e pavido marito che non riesce più a vederla, visti gli orari di lavoro cui Hilda è costretta a casa della padrona.
La signora e Frank – la pièce è costruita lungo il filo di cinque incontri tra i due – partono da una contrattazione sulle condizioni di lavoro di Hilda per poi, nel corso dello spettacolo, arrivare ad uno scontro aperto sulla possibilità stessa di essere presenti nella vita di Hilda: Hilda sembra ormai essere proprietà della signora e Frank appare come un perdente che ha perso il controllo sulla sua vita e non riesce a fare nulla più che vedere Hilda da lontano, da dietro le sbarre del cancello della proprietà della ricca signora.
La signora e Frank sono due personaggi che, a livello di testo teatrale, hanno un chiaro ed interessante sviluppo. La padrona si muove da un quasi ridicolo bisogno di forzata amicizia verso un senso di possesso privo di ogni controllo razionale e allo stesso tempo parte da una sorta di falso mecenatismo per arrivare al disinteresse cui si arriva dopo aver ottenuto e spremuto l’oggetto di un capriccio. Frank invece parte da una sorta di timida accettazione del bisogno (è lui a mostrarci come la sua famiglia abbia effettivamente bisogno dei soldi che la signora offre per il lavoro di Hilda) per arrivare alla rassegnazione rabbiosa di una privazione contro cui non può combattere: non è autorizzato dalla signora a vedere Hilda, ma non può ribellarsi, perché ricattato dal bisogno stesso, o – e questa potrebbe essere un’altra chiave di lettura suggerita – dall’avidità.
La messa in scena di Renzo Martinelli però non racconta questa complessità, lanciando fin da subito gli attori, e gli spettatori di conseguenza, in un vortice che svela tutto dal primo istante e rende i personaggi delle macchiette che si ripetono di scena in scena. Frank diventa uno stupido maschio attento ai soldi che mostra tutta la sua inettitudine (ma ce l’aspettavamo!) non appena si ferisce e non ha il supporto della sua donna. La signora è immediatamente presentata – e resta fino alla fine – come una nevrotica e dispotica borghese che vede in Hilda sia una debitrice (in fondo, come farebbero Frank e la sua famiglia a vivere senza i suoi soldi?) sia una sua amica forzata (infatti così si lamenta con Frank: “Hilda vuole essere solo una domestica, potrebbe essere mia amica”).

Lo spettacolo potrebbe parlare della condizione della donna nella società contemporanea (Hilda in fondo diventa una sorta di schiava: è l’unica a non avere voce in capitolo sul suo lavoro e sulla sua vita) così come potrebbe far riflettere su ciò che i soldi riescono a fare (alla fine la padrona arriva addirittura a chiedere a Frank una sorta di riscatto: gli ha infatti anticipato i soldi per i tre mesi successivi, quindi Hilda non potrà tornare a casa finché non avrà lavorato fino all’estinzione del “debito” o finché Frank non ripagherà la cifra anticipata). “Hilda” potrebbe raccontare (e il testo di Marie Ndiaye lo fa!) il sottile ma inesorabile slittamento dei personaggi verso le rispettive zone più oscure e potrebbe mostrare come cambia il conflitto tra la signora a Frank, ma finisce per essere piatto e senza ritmo. Le scene – intervallate da stacchi musicali durante i quali Francesca Garolla, terza figura in scena, si limita a spostare gli elementi scenici ballando – sono monocordi e non riescono a suscitare emozioni reali. La solitudine, la gelosia, l’avidità, l’ambizione, l’affermazione sociale vengono mostrare in modo banale e senza profondità.
“Hilda” è un esempio di come spesso – soprattutto per il genere di piéce di cui si parlava all’inizio – forzature ed esagerazioni, così come un linguaggio fisico troppo astratto e simbolico, possano essere non efficaci, se non addirittura controproducenti.


È in dirittura d’arrivo il documentario realizzato per Bayer Crop Science sulla coltivazione del mais, in collaborazione con Scordo&Partners.


Al 39° piano di Palazzo Lombardia si è svolto l’evento di presentazione della nuova gamma di gomme Bridgestone.
In uno spazio suggestivo, un allestimento altrettanto suggestivo.
Vai al video
Video realizzato per Spazipervoi, in collaborazione con Scordo&Partners