Ecco l’intervista a Marc Augé pubblicata su illibraio.it

Sempre per la promozione della cultura e della lettura, sono andata questa volta a Genova ad intervistare don Andrea Gallo, autore della prefazione di un volume che raccoglie articoli e scritti di padre Ernesto Balducci.
Un dialogo aperto sulla pace, sulla laicità, sull’umanità. Per Chiaretelettere, in collaborazione con Casaleggio Associati.
Al grido di “viva l’adattamento”, un vortice discendente in tre tempi sulla nostra società, sulla necessità di apparire, sui sacrifici per la fama, sul successo, sulla sottomissione delle donne.
“La merda”, primo appuntamento di un decalogo del disgusto in corso di scrittura, è un’opera sintetica e vasta allo stesso tempo. L’autore, il giovane Cristian Ceresoli, ha concepito la drammaturgia addosso alla strepitosa interprete del testo, Silvia Gallerano.
In scena un semplice piedistallo da circo in metallo. All’ingresso del pubblico lei è già in scena, seduta sul suo trespolo, nuda, con dei codini da manga e un microfono in mano, a bofonchiare qualcosa che ha un vago sapore di inno nazionale.
Dedicato ai 150 anni di storia italiana, “La merda” è il flusso di coscienza, il cervello scoperchiato di “una piccola” del mondo (ma suo papà diceva sempre che anche i Mille erano tappi denutriti, che le loro camicie ora se le potrebbero mettere dei bambini…). Lei, con la sua voce pungente e precisa, con le sue cosce centro dei suoi discorsi. La sua rincorsa della televisione, il suo spirito di sacrificio: dalla prima toccata ad un compagno handicappato (l’aveva guardata con quella faccia da pietà… lei non poteva rifiutare… ma era preoccupata di vomitare. E poi lui? Nemmeno un saluto? Ma con chi pensava di avere a che fare?), alla proposta di favori sessuali pur di arrivare. Di arrivare a fare una pubblicità in cui una ragazza “bassa e grassa” (ma non proprio “grassa”) doveva cantare con tutta la sua anima l’inno d’Italia. Sacrificio! Questo ci vuole nella vita: sacrificio! Sapersi adattare per andare avanti. Sempre avanti.
E già si immagina quando, in coda in autostrada o al supermercato, quelli di fianco a lei in coda la riconosceranno: “Ma tu sei quella di…?”, “Ma tu hai fatto…?”, “No!! Sei proprio tu, …?”. Sì, certo! Dopo tanti sacrifici sì, è proprio lei, è esattamente lei, precisamente, senza nessun dubbio. Orgogliosamente LEI!
Silvia Gallerano è eccezionale. Una macchina, senza intoppi, perfetta. Ed emozionante. Straordinariamente vera. Raro vedere attori che sappiano usare con tale precisione e consapevolezza il proprio corpo e la propria voce. E, per una volta, un corpo nudo è un elemento scenico , non un pretesto o una scorciatoia. Ci si dimentica che è nuda. Bisogna proprio riguardarla, rendersi conto del perché. È un elemento armonico, coerente. Stiamo guardando dentro al suo cervello, lei, intima. Non il suo corpo. Stiamo guardando la sua ossessione per le cosce, non le sue cosce. E ascoltiamo la sua voce, diretta dalle parole come lungo una partitura musicale.
E l’Italia? Un paese sottilmente deriso. O forse sono gli italiani a essere derisi. O, più in generale, tutti coloro che permettono al meccanismo dell’apparenza di avere il sopravvento.
Resta il fatto che, quando a conclusione, sentiamo di nuovo l’inno borbottato, sgangherato, strascinato, sminuzzato, pensiamo che in fondo è bello cantato così. E forse è anche particolarmente vero.

Grandi incontri, a volte. Oggi ho avuto occasione di conoscere Marc Augé, grande antropologo, filosofo ed etnologo francese, creatore dei “non luoghi”, che ha presentato a Torino il suo nuovo libro: “Futuro”. Grazie all’agenzia Casaleggio Associati di Milano – che si occupa della promozione online di alcune case editrici tra cui la Bollati Boringhieri che ha pubblicato la nuova opera di Augé – ho potuto intervistare ed ascoltare quest’uomo eccezionale parlare di futuro, prospettive, avvenire, educazione, eroismo, religione. Seguirà presto il link all’intervista!
“Dicono che a narrare storie il mondo diventi assai meno terribile, e per tal compito, in questi tempi amari dove a parlare sembra essere solo la realtà, ci siam messi all’opera, con passo volatile e leggero, ma per toccare sostanze alte e un sentire sincero”.
Marco Baliani è un teatrante eclettico: attore e regista, si sposta dal teatro civile alla letteratura con grande facilità e senza sbalzi.
L’ultimo lavoro da regista lo vede alle prese con Ludovico Ariosto e con il suo capolavoro, l’Orlando Furioso. In scena Stefano Accorsi è narratore e protagonista delle vicende, numerose ed intricate, che si snodano lungo il poema. Sullo sfondo sempre lui, l’Amore, nelle sue sfumature, implicazioni e variazioni.
Ad accompagnare Accorsi in questa leggendaria avventura una delicata e spiritosa Nina Savary – francese ma con una pronuncia molto precisa in italiano, nonostante la difficoltà del testo – figlia d’arte ancora non conosciuta in Italia. Presenza femminile leggera e ironica, Nina Savary è la musicista e rumorista dello spettacolo. “Furioso Orlando” infatti è costruito sul testo, sulla musicalità delle rime, sulle assonanze tra le parole e sul ritmo delle sillabe, ma anche sui rumori e sui trucchi scenici. Sul palco, presenze curiose e silenziose, strane macchine vengono avviate a seconda del momento: sentiamo il suono del mare uscire da un setaccio pieno di pietruzze, il vento venire da un mulinello che sfrega contro della stoffa, il tuono liberarsi da una lastra di metallo scossa con forza.
E così, tra rimandi a Omero, Shakespeare (gli attori, in fondo, non sono fatti della stessa sostanza dei sogni?) e Dante, seguiamo Orlando nella sua disperata corsa dietro all’amata Angelica, che continuamente gli sfugge. Voliamo sull’ippogrifo con Ruggero, ci innervosiamo con Bradamante e ridiamo degli incantesimi della maga Alcina. Un tuffo in una letteratura che, troppo spesso, resta confinata a studi liceali e non più ripresa, riletta, rivissuta. Orlando Furioso è un poema ancora in grado di dirci qualcosa, di farci sorridere, di ricordarci quanto la fantasia possa farci visitare mondi lontani e conoscere eroi e mostri e maghe e cavalieri.
Baliani ha reso con semplicità esemplare, aiutato da due bravi attori, una storia basata sull’amore e sulla gelosia. Una sintesi perfetta di un lungo poema che è una pietra miliare della nostra letteratura. Non disturba che il poema sia smontato e ricostruito, adattato e integrato con versi nuovi o altrui. Anzi, lo rende completo e leggibile per il pubblico del ventunesimo secolo, senza la pretesa di restare in un’aura di poetica nostalgia cinquecentesca. E, “se poi sono riusciti ad incuriosirci”, l’invito a rileggere il testo dell’Ariosto è qualcosa che si accoglie volentieri. Un suggerimento prezioso, molto lontano degli obblighi scolastici.
Nel 2008 diciassette ragazze nel Massachusetts decisero di rimanere incinte nello stesso periodo per poter crescere i loro bambini insieme. La più grande aveva 16 anni. La paternità? Del tutto irrilevante.
Da questo particolare evento di cronaca americana, le sorelle Delphine e Muriel Coulin hanno tratto il loro primo lungometraggio, che ha vinto il Premio Speciale della Giuria al Torino Film Festival dello scorso anno.
Spostata l’ambientazione in una piccola città in Bretagna, la storia prende il via dalla scoperta di una delle protagoniste, Camille (Louise Grinberg), di essere rimasta incinta. La notizia viene vissuta da lei e dal suo gruppo di amiche come la possibilità di un cambiamento, l’occasione per dare una svolta. L’aspirazione a cambiare le cose si concretizza così in un largo gruppo di adolescenti incinte nello stesso liceo, tra lo sgomento e i rimproveri degli adulti. Una scelta complicata che viene vissuta con leggerezza, come una rivendicazione, tra le insicurezze nascoste di qualcuna e la paura di qualcun’altra. Il sogno di poter vivere tutte insieme, di crescere i bambini in un ambiente allargato in cui tutti si danno una mano, le porta avanti nell’impresa. Il film non finisce “tout rose” (come dice Muriel Coulin) ma l’impressione che le ragazze abbiano fatto, anche se non in modo corretto né ortodosso, qualcosa di speciale resta.
“17 ragazze” è un film che suscita, volutamente, sensazioni contrapposte: la tenerezza per delle giovani future madri, partite da una visita medica nella loro scuola e approdate all’ecografia in un baleno; il fastidio per i loro comportamenti irresponsabili; l’irritazione per l’egoismo alla base della scelta della loro utopia; la nostalgia di un periodo, l’adolescenza, pieno di energia e sogni. La loro utopia funziona perché sono tante. È il mezzo scelto, in fondo, a non permettere a questo sogno di diventare realtà: la gravidanza non può essere una scelta collettiva, ma è esclusivamente individuale.
Il film non è manicheo, lascia aperti molti squarci a sensazioni opposte e ad interpretazioni differenti. Camille non è un’eroina, è solo la prima. È sicuramente però, come evidenziato da Gianni Canova durante un incontro con una delle registe, un film “circolare”, basato sulla rotondità. È un cinema di sensazioni, avvolgente, che trasmette questo senso si appartenenza magistralmente anche a livello visivo, con panoramiche, riprese circolari, oggetti che ruotano, pancioni, gruppi, ambientazioni caratterizzate da curve. Le due sorelle hanno creato un contorno di ambienti agli antipodi: da una parte il vento, il mare, le onde, la sabbia; dall’altra una città immobile, fissa che le rinchiude in una dimensione che loro non vogliono rispettare.
“17 filles” è un film da vedere. Si può vederlo come una domanda sul limite verso cui ci si può spingere per inseguire un sogno. O una domanda sul perché di una vita che nasce. O sull’adolescenza e il senso di appartenenza. O su cosa si vive in modo solitario all’interno di un gruppo (memorabili i momenti in cui le ragazze vengono riprese nelle loro – vere – stanze a riflettere). In ogni caso, è un film che fa domande. Una sfida necessaria.

Stare in piedi, schiacciati, pressati, al buio. Non vedere bene quello che succede, cercare di star dietro alle voci che spiccano sparpagliate nella folla, cercare di sollevarsi sulla punta dei piedi per vedere meglio, anche solo un’ombra. Turbinare tra una luce che si accende sulla destra e un urlo che viene da sinistra… Questo è l’inizio de “L’istruttoria”, storico spettacolo di Peter Weiss che Gigi Dall’Aglio e il Teatro Due portano in giro in Italia e nel mondo da ventotto anni, senza interruzione. Uno spettacolo che resta, per forza di cose, un momento fondamentale del percorso della memoria. Con le sue quasi 100 repliche, “L’istruttoria” è un caso unico in Italia: sono infatti sempre gli stessi attori a portare in scena lo spettacolo. Roberto Abbati, Paolo Bocelli, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Gigi Dall’Aglio: sempre loro, dal 1984.
La drammaturgia si basa sui processi contro i crimini nazisti tenutisi a Francoforte negli anni ’60. Weiss presenziò a molte sedute del processo – il processo durò in totale oltre 100 giornate, e vide la partecipazione di più di quattrocento testimoni, più della metà dei quali erano sopravvissuti al lager – e trasformò deposizioni e testimonianze in un testo strutturato in capitoli.
La sensazione provocata nel pubblico è forte. Si inizia appunto in piedi, senza capire, si resta spaesati, pigiati gli uni agli altri. È fastidioso, e quindi perfettamente coerente. Dopo un primo canto così, il pubblico si accomoda in sala e seguono altri canti, ognuno dei quali racconta una storia personale o un tema: le torture, gli esperimenti sulle donne, le camere a gas, i forni crematori, la punizione per chi cercava di aggirare le regole.
In una scena spoglia, cupa, con una grossa parete-lavagna sul fondo, la voce che compie le indagini legge senza tono – limitandosi a piccole impercettibili pause quando c’è troppo da dire – le atrocità e le violenze che hanno caratterizzato i campi e la vita (o la morte) al loro interno. Gli altri attori impersonano i protagonisti delle vicende narrate, strazianti, ma senza enfasi. È solo scorrere di momenti, di tragedie, come a dire che è stato tutto – per davvero – possibile.
Il finale resta sospeso. Al momento dell’incontro con alcuni dei responsabili delle stragi, seduti al banco, il pubblico viene fatto uscire dalla sala. Ancora una volta, non capiamo cosa stia succedendo. Semplice: non abbiamo la possibilità di vedere come va a finire. Si resta sospesi, con una sensazione di disagio addosso. Una sensazione giusta, provocata, pungente.
“L’istruttoria” è uno spettacolo importante, un testo necessario che non smette di toccare e che si spera possa non smettere mai. Da vedere.
I personaggi più interessanti dei drammi hanno sempre una vena di ambiguità al loro interno. Anche se sono spietati gangster, o assassini, o violenti guerrieri non riescono mai a distaccarci completamente, resta in loro una potenza ermetica che attrae il pubblico dalla loro parte. Almeno un po’.
È sicuramente questo il caso di Arturo Ui – personaggio che Brecht creò nel 1941 – e di tutta la cricca di personaggi che attorno a lui ruota: Ui è un gangster della Chicago degli anni ’30, che tiene sotto scacco il mercato dei cavolfiori, in risalita dopo il crollo del ’29. Brecht scrisse “La resistibile ascesa di Arturo Ui” dall’esilio finlandese, in attesa di espatriare verso gli Stati Uniti. È un testo scritto velocemente, con la guerra e le violenze naziste nelle mani. Arturo Ui è, a tutti gli effetti, Hitler e i personaggi della storia sono riconducibili – per nomi e azioni, per equilibri di potere e servilismi – a uomini e donne realmente esistiti e a fatti storici avvenuti nella Germania oppressa dal nazismo.
Claudio Longhi porta all’Elfo di Milano una versione del dramma estremamente interessante e originale. In scena – accanto allo strepitoso Atruro Ui/Umberto Orsini, la cui espressività corporea da sola basterebbe a far percepire il personaggio e il suo spirito complesso – un cast di giovani e talentuosi attori/cantanti. Primo su tutti Luca Micheletti, anche dramaturg del progetto, che impersona un rigoroso e precisissimo Giuseppe Givola (alias di Goebbels, ministro della propaganda nazista), pieno di sfumature e ironicamente inquietante. Uno zoppo costruito fisicamente intorno ai movimenti di una gamba nevrotica, un cantante espressivo negli stacchi musicali, una presenza costante ma mai in disequilibrio. Nel ruolo di Ernesto Roma (alter ego di Ernst Röhm) c’è Lino Guanciale: tecnica attoriale pura costruita con competenza e attenzione, fatta di pause e toni, di registri variabili ed elastici. Un personaggio ironico, drammatico, che viene tradito dalla sua stessa fedeltà a Ui. Attori, ed è una gioia poterlo dire, che non permettono – e poi, perché dovremmo? – distrazione. E ancora Diana Manea – ovvero tutte le donne presenti in scena, dalla prostituta alla signora Dullfett – spiritosa ed elegante; e Giorgio Sangati, Michele Nani, Nicola Bortolotti, Simone Francia, Ivan Olivieri, Antonio Tintis. Da non dimenticare Olimpia Greco, fisarmonicista che accompagna con la sua discreta presenza le parti musicali.
In Arturo Ui sono presenti (non per mano dell’autore, ma per mano di coloro che lo misero in scena successivamente) alcune canzoni. La scelta musicale di Longhi e Micheletti è stata operata a partire sia da altri lavori di Brecht che da opere coeve che da canzonette tedesche di satira. Il risultato è uno spettacolo che miscela in modo equilibrato e divertente scene in prosa e stacchi musicali, che creano una magica connessione con il pubblico.
In una scena pulita e monumentale (le scenografie sono di Csaba Antal), fatta per lo più di cassette per la verdura bianche impilate, i personaggi prendono vita e forma, ci trascinano in uno spettacolo molto fisico, movimentato, corporeo. Uno spettacolo che riporta in superficie il significato vero di teatro: profondo e magico il momento, intimo, in cui Arturo Ui indossa definitivamente i panni del Fuhrer, truccandosi e indossando baffi e parrucca davanti allo specchio. Uno spettacolo che lascia soddisfatti anche coloro – me inclusa – che sono scettici nei confronti di Brecht e della sua opera (soprattutto della sua attualità); che lascia soddisfatti giovani – il pubblico più implacabile! – e adulti; che è in grado di far passare il tempo senza sbalzi e senza lungaggini.
“La resistibile ascesa di Arturo Ui” è da vedere, perché non è comune, di questi tempi, vedere concentrata così tanta competenza e così tanta voglia e capacità di fare quel teatro, unico e irrinunciabile, che non si prende troppo sul serio.

