Ci sono progetti che hanno obiettivi precisi. Lo spazio Compost di Prato è uno di questi. Cristina Pezzoli, regista, e Letizia Russo, drammaturga e traduttrice, hanno portato in scena al Teatro Tieffe Menotti una delle creazioni di questo gruppo, “Scuolasbroc”, che – come gli altri – si basa sull’improvvisazione e sul lavoro con gli attori.
Lo spettacolo parte da temi precisi – la scuola, l’educazione, la frustrazione – e si sviluppa per improvvisazione lungo un canovaccio. In scena banchi, cattedra e lavagna. Una normale classe che viene sconvolta il giorno in cui il professore di italiano, disperato e frustrato, entra in classe con una pistola. Un flash back ci riporta alle origini di quest’azione senza speranza, alla tremenda situazione della scuola italiana e di chi la compone, professori in testa.
Nella presentazione dello spettacolo di legge che esistono addirittura sette finali diversi per la storia, e che lo spettatore sarà quindi ridotto a non conoscerne che una. Fa parte del gioco.
Il problema semmai è la struttura dell’improvvisazione. In un canonico testo teatrale (e nelle sceneggiature in generale) le parti, anche quando si tratta di scene corali in cui intervengono tutti gli attori, sono distribuite secondo un preciso equilibrio. Pesate e distribuite per creare il ritmo dello spettacolo, insieme a chi lo dirige e chi lo recita. In “Scuolasbroc” l’improvvisazione – almeno nella replica da me vista! – non ha dosaggi precisi e molte scene arrivano ad essere molto ripetitive senza che questo sia voluto dalla storia o dal testo. Gli attori paiono a tratti non abbastanza sicuri della rete di sicurezza che il canovaccio dovrebbe offrire loro e temporeggiano su passaggi non determinanti, creando situazioni ridondanti (tutti i personaggi che rispondono alla stessa domanda, le reazioni di tutte sempre messe in evidenza, ecc). Sembra quasi di assistere ad un saggio, in cui ognuno deve avere eguale voce in capitolo per non sentirsi trascurato.
“Scuolasbroc” è uno spettacolo con un buonissimo potenziale (la prima parte funziona bene; i temi toccati sono interessanti e facilmente virabili in un’ottica tragicomica) ma va a mio parere meglio dosato nelle diverse parti, altrimenti il rischio e quello di provocare noia: sarebbe un vero peccato.
Si inizia a sipario chiuso, come nella migliore tradizione teatrale. Un attore – Daniele Trambusti, ottimo caratterista e ottima spalla della magnifica, server dirlo? Angela Finocchiaro – entra in scena, dice qualcosa che fa ridere, gioca con alcuni telefonini, facendoli suonare in un crescendo di ansiosa tecnologia invadente. E poi il sipario si apre e il pubblico scivola nel mondo magico dei testi di Stefano Benni, uniti a patchwork in questo spettacolo: “Mai più soli”, messo in scena da Cristina Pezzoli. Il primo è Nonno Stregone, il personaggio di “Pane e tempesta”: è un vecchio, accappatoio, calze spaiate, che racconta il suo risveglio, difficile, angosciante, da anziano. Per sentirsi vivo, per capire che effettivamente è ancora vivo, annusa. Sente gli odori, prima di compiere le ventisette – faticosissime – azioni richieste ad un essere umano per alzarsi dal letto.
Angela Finocchiaro cambia panni: è la volta del disperato racconto di un uomo in treno e della sua epopea attraverso tutti i disagi che i vagoni trenialia gli offrono: affollamento, telefonia folle, asfissia, gelo, gabinetto rotto, blackout…
Quindi vediamo l’esilarante tentativo di una signora che tenta di acquistare un presepe tradizionale e si vede rifilare – in nome di una balzana scusa umanitaria – una villa con giardino e una Sacra Famiglia modaiola e imbellettata. Condizionamento, evidentemente, mica bue e asinello.
C’è poi la storia di un muratore che viene chiamato in paradiso ad aggiustare la porta di Pietro… “Sei sicuro di non essere caduto da un’impalcatura?”. E ancora le storie dei festeggiamenti di Capodanno: il solitario, l’ansioso, la coppia innamorata, quello che sono anni che si ritrova in casa persone che festeggiano perché è buono e tanto, alla fine, i danni li paga lui.
Personaggi che ognuno di noi ha visto, sentito, che fanno parte di ciascuno di noi. Personaggi raccontati con un linguaggio vivace, sorprendente, naturale. E messi in scena con sincerità e ironia. Uno spettacolo da vedere, per concedersi un po’ di sano divertimento non senza riflessione, perché questo fanno i testi e gli spettacoli di grande letteratura: divertono e fanno pensare. Ce n’è bisogno.
“Tre studi per una crocifissione” è uno spettacolo del 1992: ha quasi vent’anni. Pochi autori sono in grado di realizzare opere che rimangono attuali a lungo, oltre il tempo e il luogo in cui vanno in scena. Danio Manfredini è uno di questi. Profondamente appassionato – nel senso etimologico del termine – di pittura e affascinato in modo viscerale (visceralità che arriva chiaramente al pubblico) dai mondi comunemente considerati al limite – come quello delle realtà psichiatriche, nelle quali ha lavorato per lunghissimo tempo – Manfredini porta avanti dagli anni ’70 una ricerca teatrale personale ed esrtemamente curata e precisa che lo ha portato, nel 1999, a vincere il premio Ubu.
“Tre studi per una crocifissione” racconta di tre mondi al limite. Quello di un paziente psichiatrico, quello di una transessuale e quello di un immigrato.
Il primo studio si apre su uno spazio riempito da sedie vuote, troni fisici per fantasmi della memoria. L’uomo racconta se stesso e ai suoi interlocutori immaginari il suo mondo, la sua vita: l’amore per la Divina Commedia – e l’inferno dove non si trova pace – e quello per il latino; i suoi studi, la sue capacità, aneddoti che riempiono il vuoto del tempo. Fa riflessioni sulla vita e sulla sorte dell’essere umano, non senza un sottile e delicato umorismo (“Se siamo tristi abbiamo i nostri motivi: siamo motivati”). Uno spezzone di vita solitaria, fatta di film e ricordi. Un crocifisso sullo sfondo. Sempre uguale a se stesso, l’uomo riflette con i suoi fantasmi su cosa sia la normalità: lui ha la canottiera e le mutande. Chi ha la canottiera e le mutande non è forse normale?
Il secondo personaggio, liberamente tratto da Fassbinder, è una transessuale. È diventata donna per amore, voleva solo un po’ di affetto. Si era invaghita di un uomo: “Anche tu mi piaceresti, se fossi donna”. Così è andata a Casablanca ed è tornata donna. E lui ha riso di lei. Ha iniziato a bere. La cogliamo ubriaca, subito prima della sua ultima scelta, quella di suicidarsi. Racconta la sua storia, si rivolge ad una madre assente, morta, usando una filosofia fatta di immagini forti derivanti dalla sua esperienza. Voleva fare l’orafo. Poi voleva fare il macellaio, ma ormai – con le tette – non era più possibile. Eppure, ci dice, il macello è la vita stessa. Ha deciso di togliersi la vita con una considerazione che lascia basiti: il suicida ama la vita, è solo scontento delle condizioni che gliela hanno resa insostenibile.
Il terzo studio coglie invece un extracomunitario, un immigrato che, sotto la pioggia, tenta un dialogo improbabile e impossibile con qualcuno che non lo sta ascoltando, che lo vuole allontanare. Un ballo disperato, sulle note di una struggente musica. Una vitalità che non può liberarsi, che è costretta a rimanere lì, sempre lì, come il matto del primo momento, come la transessuale del secondo. Sono lì. Cercano di condividere, di trovare compagnia, di parlare. Cercano di non far cadere le loro parole nel vuoto. Cercano conforto, amore. Sono feriti, anche umiliati a volte.
“Tre studi per una crocifissione” è uno spettacolo forse non originale, ma che ha la delicatezza di mostrare l’umanità nella sua dimensione più intima, anche a costo di andare a cogliere il disagio, ciò che di solito ci fa voltare la testa da un’altra parte. E lo fa senza giudizio, senza pretese. È uno spettacolo da vedere, anche solo per la bravura e la straordinaria presenza scenica di colui che anima questi personaggi.
Una grande sala dalle pareti rosse, la sala di un museo deserto dove sono convocati i vivi e i morti per vedere come i loro destini si sono incrociati. È in un museo che Patrice Chéreau sceglie di ambientare la sua messa in scena di “Rêve d’automne”, testo del norvegese Jon Fosse. Era un cimitero, in origine, ma la suggestione del museo ha catturato il regista: un mondo di passato, di nomi spesso sconosciuti, di date e di titoli: a loro modo come lapidi per tenere viva la memoria.
È in questa sala che si incontrano un uomo e una donna. Non è il loro primo incontro, ma è passato tanto tempo dall’ultima volta. Una passione inesplicabile, un legame ambiguo. Frasi accennate, ricordi sbiaditi che affiorano con violenza. La disperazione della solitudine al centro del loro discorsi. Lui ha una famiglia, quando inizia la scena. Ha una moglie e un figlio, da qualche parte. Lei è sola, distrutta, amareggiata, spaventata. I loro sentimenti reciproci non sono chiari: si sono mancati, questo sì, lo si capisce, viene dichiarato. Si sono mancati, questo è tutto, i sentimenti sono troppo da sopportare. Si ritrovano per caso in quel cimitero, in occasione della sepoltura della nonna di lui. E così arrivano anche i genitori. Si apre una nuova dimensione, un salto temporale che sfuma tutto. I genitori arrivano e si comprende che il matrimonio di lui è finito, che lui ha deciso di stare con la donna, abbandonando moglie e figlio. La “nuova amica” viene sommersa, stordita, impantanata in una rete di ricordi e malinconie imbarazzanti, che si trascinano sul filo di discorsi di circostanza ripetuti alla nausea. Poi un altro salto. Ancora più avanti. È morto il figlio. L’uomo e la donna arrivano. Sempre lo stesso cimitero/museo. Le stesse lapidi/cartellini. Lo stesso rapporto morboso dell’uomo e della donna, fatto di risentimento e sesso, di solitudine e di cose non dette, non spiegate, mai risolte.
E infine l’ultimo incontro. Sono le donne a sopravvivere. Anche l’uomo è morto, sull’eco di una maledizione della madre: “non scappare con quella donna, morirai”. L’uomo è morto e le tre donne si scoprono insieme, non più nemiche. Superstiti.
“Rêve d’automne” è un testo ambiguo, a tratti comico e allo stesso tempo profondamente drammatico. Amore e morte si intrecciano indissolubilmente. Senza paura (almeno, non della morte), ma con tanta malinconia. L’accettazione della nostra finitezza non è mai nascosta, la paura della solitudine nemmeno. Una lista delle debolezze umane e degli inganni mentali che si costruiscono per ripararsi. Un’alternanza di imbarazzo e aggressività, di morbosità e distacco. “Tutto è un gioco, serio” afferma lui. Attraverso le vite e le morti, gli inganni e le difficoltà. Lui e lei si parlano, poco, del loro rapporto: nonostante tutto sono rimasti sempre insieme. Così si dicono, ma ogni volta che noi li vediamo comparire sembrano sbiaditi, sembra trascorso troppo tempo dall’ultima volta. Essere cani o uomini non fa differenza, in un mondo in cui i sentimenti sembrano essere troppo complessi per essere decifrati e in cui la morte alla fine, è l’unica reale soluzione.
Patrice Chéreau crea un’atmosfera – anche grazie ai suoni di Éric Neveux e alle scene di Richard Peduzzi – tesa e indefinita, molto fisica e densa. Bravi Valeria Bruni-Tedeschi e Pascal Greggory a creare una coppia sempre al limite della violenza e dell’esplosione. Bravi tutti gli attori ad impossessarsi dell’enorme e complicato – perché molto libero – spazio scenico. “Rêve d’automne” parla di presenza e assenza. Anime di morti e vivi che si trovano insieme nello stesso momento, nello stesso luogo, sentendosi, percependosi, influenzandosi. Fantasmi di presente e passato che si susseguono e si mescolano. Presenze indefinite e pesanti, che non lasciano spazio, libertà, autonomia. Tra la nascita – il concepimento, il sesso – e la morte – la sepoltura, i funerali – in fondo non c’è molto.
“Dedicato a chi ha paura”: così si apre Kvech – ovvero “piagnistei” in ebraico – dell’inglese Steven Berkoff. La piemontese Accademia dei Folli porta in scena al Teatro Libero una riedizione della loro messa in scena del 2007, con la regia di Carlo Roncaglia.
In scena ci sono cinque personaggi, legati da una fitta trama di cose non dette, di desideri segreti, di inerzie. Al centro una coppia: lei frustrata e delusa, perennemente messa sotto torchio dalle esigenze del marito, insoddisfatta delle scarse attenzioni di lui, in ansia per non essere in grado di preparargli la cena in orario e preoccupata di non essere all’altezza. Lui è un rappresentante squallido ed egocentrico, incapace di assumersi responsabilità, nervoso raccontatore di barzellette, fintamente amichevole, abbarbicato su una facciata sociale dietro cui nasconde dalla sua omosessualità latente. Poi c’è la suocera – chiaramente la madre di lei! – invadente e fastidiosa, spara sentenze, imbarazzante ruttatrice, anima saggia, egoista e disincantata. C’è poi il nuovo “amico”, collega di lui, che è appena stato lasciato dalla moglie e si è ritrovato da solo a casa, a dover gestire un vuoto cui non è abituato, a fare i conti con una insana tendenza a somatizzare e un mal di stomaco che lo costringe sul gabinetto ogni cinque minuti.
L’amico viene invitato – con molta poca convizione, più per cortesia che per reale interesse – a cena: l’evento scatena ogni tipo di conseguenze tragicomiche. La moglie non sa cosa chiedere nel silenzioso imbarazzo generale e insiste nel voler sapere come il nuovo amico trascorre le serate – domanda ovviamente poco delicata subito dopo una separazione; il marito non sa più se e come raccontare una barzelletta che diventa paradossalmente motivo di ansia, non sa come spostare il centro della discussione, è innervosito dalla stupidità della moglie e dalla sconvenienza della suocera; quest’ultima osserva tutti dall’alto della sua saggia anzianità, ruttando e scoreggiando senza sosta e senza vergogna, quasi intenerita dall’affanno dei suoi pulcini nel nido, sentenziosa e impietoso giudice; l’amico cerca come può di nascondere l’ansia di sembrare uno sfigato, tentando in ogni modo di risultare brillante e intraprendente, segretamente trionfante ogni volta che gli pare di aver detto qualcosa di simpatico. Una cena di finzioni e agitazioni sommerse.
L’ultimo personaggio è un uomo d’affari che compra la merce dal marito – un uomo apparentemente solido e spietato, ma in realtà profondamente insicuro – e che ha una relazione con la moglie del suo cliente. Solo la catarsi finale, l’accettazione della situazione (il marito accetta e dichiara di essere innamorato dell’amico, la moglie confessa il tradimento e scappa con l’uomo d’affari) sembra essere una soluzione. Il nuovo equilibrio si rivela però subito instabile e generatore di una nuova catena di misunderstanding e insoddisfazioni.
Lo spettacolo svela i pensieri inconfessabili dei personaggi, in un continuo – e preciso: bravi gli attori – stop and go tra la scena “in corso” e le singole impressioni. I personaggi si animano uno a uno portando avanti la propria, e personalissima, versione della storia, in parallelo a quello che succede realmente intorno a loro. Uno spettacolo che fa ridere, che mette in evidenza in modo divertente quello che a tutti succede: la voglia di scoppiare in una situazione che non ci sta a genio ma nella quale ci siamo ritrovati, più o meno volontariamente, e da cui non sappiamo come uscire. La voglia di fuggire dalle ipocrisie che fondano la nostra esistenza quotidiana e che però – pilastri talmente portanti – non possono essere rimosse. Uno spettacolo sull’insoddisfazione perenne – mostro silenzioso della nostra società, sulla sofferenza patita nel dover stare al proprio posto, senza deviare, senza potersi concedere uno sfogo. Uno spettacolo che fa ricordare il piacere di andare a teatro a vedere uno spettacolo intelligente e ben fatto che ci permette comunque di ridere.
La famiglia come un’isola deserta. Una fotografia spietata dei rapporti – in un certo senso obbligati – all’interno di quello che, in modo particolare in Italia, è considerato il nucleo base della società: una famiglia. È natale: si ritrovano per un ultimo saluto padre, madre e i due figli. L’intenzione è quella di mangare un’ultima volta insieme e poi di dirsi addio per sempre. Niente rimpatri, niente ritorni, niente di niente; nemmeno in caso di emergenza si dovranno chiamare. Perché? Semplicemente non si sopportano più. Non riescono a vivere senza acuse reciproche e ricerche di colpe più o meno inesistenti.
“Fine Famiglia”, testo di Magdalena Barile messo in scena dalla compagnia Animanera, è una commedia: si ride, e di gusto, osservando i quattro personaggi che come pedine su una scacchiera cercano di seguire i percorsi meno coinvolgenti per la propria incolumità emotiva. Nella scena di Petra Trombini – una cucina su ruote, simbolo per eccellenza di nucleo familiare in ogni famiglia italiana “da copione” – i quattro litigano, si accusano, si lanciano anatemi: inadeguatezza, soffocamento, fallimento. Il padre (Nicola Stravalaci) accusa la madre di essere stata opprimente con il suo amore devastante e senza pietà, di aver rovinato i figli, di cui per altro lui non si è mai occupato. Ora il padre è un inascoltato brontolone, con una carriera secondo lui brillante alle spalle. Si sente l’unico ad aver aiutato, dal momento che i soldi per far andare avanti la baracca sono suoi. Il figlio (Matteo Barbé) accusa i genitori di averlo fatto praticamente crescere da orfano e di averlo reso sociopatico. Ora è un insegnante che indottrina i bambini con teorie terroristiche sulla famiglia e sui legami di parentela. Un ragazzo insicuro e nevrotico, con strane manie erotiche. La figlia (Natascia Curci) accusa tutti di essere stati deboli, senza sentimento, assenti; di aver fatto crescere, loro – i figli, le vittime – sociofobici, problematici, pieni di ansie e di fobie. Lei ora, incinta, aspetta di capire che direzione dare alla sua vita. Rifugge i contatti, costruisce la sua esistenza su bugie e cattiveria. Si difence, come può.
E poi c’è lei, al figura centrale della famgilia italiana: la madre. La bravissima Debora Zuin ci restituisce un personaggio onnipresente, attorno cui tutto ruota, in grado di sfoderare sempre un irritante sorriso che crea però un legame morboso. Una donna disposta a chiudere un occhio sull’ingratitudine e sulle critiche, accomodante e insieme tirannica. La madre riesce a far crollare i propositi di fuga degli altri tre con la semplice preparazione di una torta. La sua torta: non è più possibile allontanarsi. Una calcolatrice con il mestolo in mano, apprentemente indifesa e invece profondamente manipolatrice.
Il regista Aldo Cassano spinge le tensioni all’estremo: tra stacchi a suon di sigle televisive e canzonette e momenti di estrema drammaticità, lo spettacolo è semplice ed efficace. Non ci si può dimettere, e allontanarsi – cercare di non amarsi o addirittura di odiarsi – per non fare più danni è un’utopia. E se, ad un certo punto, si trovano il coraggio, lo slancio, la necessità di andarsene, non è detto che non si presentino circostanze inimmaginabili che si oppongono.
Uno spettacolo semplice e ben costruito che ha il grandissimo, e raro, pregio di far ridere e divertire. Da vedere.
Codice Ivan è un giovane gruppo teatrale che affonda le radici tra Bolzano e la Toscana. Eterogeneo per provenienze e percorsi formativi, il collettivo è formato da Benno Steinegger (drammaturgo e regista), Anna Destefanis (formatrice e performer) e Leonardo Mazzi (esperto di comunicazione e immagine digitale).
Codice Ivan ha raggiunto il grande pubblico con la vittoria, nel 2009, del Premio Scenario con “Pink, me & the Roses”, spettacolo che si interroga sull’arte e sui suoi percorsi. Lo spettacolo viene definito dagli autori stessi – tutto il gruppo – come un processo di decadimento, una continua interrogazione sul confine tra le cose, gli eventi, le forme d’arte, gli esseri nel mondo.
Vivendo il teatro come uno strumento di autodeterminazione, Codice Ivan affronta la natura dell’uomo e della sua posizione nel mondo con pochi elementi, basando la propria poetica sulla scena vuota come luogo di accadimento. Una comunicazione frammtaria e sfaccettata, tra canzoni e narrazioni di semplici storie metaforiche, che costruisce piani di lettura diversi. “Pink, me & the Roses” è uno spettacolo che scardina i metodi di comunicazione teatrale canonici, per domandarsi con più profondità e non senza ironia cosa sia la creazione artistica.
Lo spettacolo è stato ospite a Milano al Pim Off, che rilancia ancora una volta la sua volontà di diffondere il nuovo teatro italiano e di promuovere le nuove realtà artistiche e creative, con un’attenzione particolare a coloro che fanno della commistione di linguaggi e della multidisciplinarietà un marchio di fabbrica da cui partire per fare ricerca.
Cosa succede quando la saggezza è della strada e l’inutilità si riversa in televisione? Cosa succede quando a darci insegnamenti di vita sono persone semplici, poveri cristi senza casa e senza lavoro, che abitano sotto i ponti e passano le giornate a rovistare nella spazzatura per trovare oggetti da riutilizzare? Cosa succede quando uno dei riferimenti culturali più forti della nostra epoca, la televisione, basa la sua esistenza su format che mettono in mostra e sviscerano ogni bassezza umana senza vergogna?
Paolo Mazzarelli e Lino Musella portano in scena ancora una volta, dopo il successo al Festival Primavera dei Teatri del 2010, “Figlidiunbruttodio” al Teatro Tieffe Menotti.
Lo spettacolo inizia con una scena beckettiana: due poveracci, degni della migliore tradizione del teatro dell’assurdo, aspettano il loro personale Godot, un autobus che li deve portare al lavoro. I due attendono, trascorrono il tempo: uno assembla cianfrusaglie raccattate in giro, l’altro è incaricato di smistare il pattume in scatole, da una parte il cibo, dall’altra i vestiti. Aspettano, fiduciosi, che l’autobus arrivi e li porti a lavorare in un posto dove possano restare per un po’, a fare un lavoro che non siano costretti a cambiare subito. Sognano qualcosa di stabile, di definito. Sognano di allevare conigli, di avere una casa. In una sorta di sogno d’amore, sono spalla uno dell’altro, ridicoli, penosi e simpatici.
C’è poi il violento mondo della televisione, della presunta realtà portata nel piccolo schermo. Un conduttore di successo, emblema dell’uomo che non si ferma mai, sempre al telefono e con le scarpe alla moda, fa un colloquio a un giovane che spera nella svolta della vita e vuole a tutti i costi partecipare al reality, il “Figlidiunbruttodio” che dà il titolo alla piéce, basato sulle storie di quelli che il conduttore definisce gli sfigati del mondo. Storie banali, tristi, senza niente da dire, di gente vuota. Un reality il cui scopo è quindi mostrare la pochezza dell’essere umano e delle sue speranze.
Bravissimi Mazzarelli (prima barbone un po’ tonto e poi squalo della produzione mediatica) e Musella (prima clochard pratico e incoraggiante e poi timido e accondiscendente aspirante concorrente) nel trascinarci in un mondo fatto di situazioni rovesciate e vane speranze. “Figlidiunbruttodio” è un ritratto spietato e divertente di una società che manipola e impoverisce, che abbatte il senso del rispetto e del pudore, che crea l’idolo del successo televisivo come massima aspirazione esistenziale. Sia la fermata dell’autobus che il patinato ufficio del conduttore sono luoghi vuoti, di attesa, di speranza.
I punti in comune tra le due storie e le due coppie di personaggi? “Fanno ridere, ma non lo sanno; non hanno speranze, ma sono convinti di averne; sono figli diversi, e illegittimi, di una stessa Realtà, di un comune Tempo, di un brutto Dio”, scrivono i due registi e attori. Le differenze? Chi non ha come paradigma la televisione e i suoi sistemi sa ancora capire il valore delle piccole cose, dei sogni, di una vita fatta di attese che non è detto si avverino; chi al contrario basa la propria realizzazione sull’effimero successo mediatico, arriva a compiere azioni terribili e senza senso, che scavalcano ogni etica (come rinnegare o uccidere un fratello che era diventato di ostacolo alla scalata televisiva). Si ragiona sostanzialmente sul concetto di fallimento, chiedendosi se sia meglio fallire sognando, ma senza pretese e con umiltà, o fallire con l’inganno e l’illusione di raggiungere un mondo dorato attraverso la fama ma venendo, in fondo, derisi.
“Figlidiunbruttidio” è uno spettacolo da vedere per vari motivi. Prima di tutto per il piacere di vedere due attori recitare in perfetta sintonia e con uno spirito di gioco e complicità fuori dal comune. In secondo luogo perché la scelta di affrontare il tema della nostra attuale società – di per sé banale – dai punti di vista di un reality e di una vita passata ad aspettare che qualcosa cambi in meglio permette agli autori, molto più di tanti discorsi retorici, di far emergere a pieno la mancanza di ideali e di etica. I personaggi funzionano molto bene in scena e a livello drammaturgico; quattro caratteri complementari e riconoscibili che permettono agli spettatori di entrare immediatamente nello spirito della regia e di godersi le sfumature della recitazione.
È difficile descrivere un’emozione forte. Difficile parlare di commozione. Sono sentimenti che si vivono in modo istantaneo. A volte improvviso. Non avvisano. Non seguono le regole, quelle che vogliamo rispettare per non mostarci vulnerabili.
“Trilogia degli occhiali”, ultimo spettacolo realizzato da Emma Dante con la sua compagnia Sud Costa Occidentale, è un momento di poesia. Un momento di racconto composto da tre brevi spettacoli, che affrontano tre diversi temi.
“Acquasanta” è il primo. La povertà. Come un tarocco, ‘o Spicchiato è un mezzo mozzo, da sempre in mare. Un’esistenza a navigare, a scrutare le onde. Un burattino della vita, un poveraccio con un solo grande amore, il mare. Unico destinatario delle sue condivisioni. E poi ‘o Spicchiato viene abbandonato. Viene lasciato a terra, un luogo che non conosce, che non lo fa sentire a casa, sicuro. Dimenticato. Legato a tre ancore in sospensione, come dei pupi, il marinaio sembra un burattino. L’eccezionale Carmine Maringola ci trascina in un turbine di personaggi: il secondo, il capitano, il mare stesso. Una prova d’attore incredibile e travolgente; precisa, perfetta, come i timer che, caricati all’inizio, esplodono uno dopo l’altro sul finale, quando ‘o Spicchiato sogna di diventare una polena, una statua di legno. Di nuovo in contatto con il mare. Come crocifisso.
“Il castello della Zisa” è il secondo. La malattia. Intendiamo un istituto. Siamo in un luogo di silenzio. Due donne, due suore?, bisbigliando una cantilena mista di italiano e francese, sorta di sottofondo rapido e incalzante, si occupano di un malato. Un ragazzo immobile, nel suo pigiama azzurro, insensibile agli stimoli. Le donne, sempre confabulando, lo lavano, cercano di farlo giocare, gli lanciano palline, fanno partire carillon. Momenti di grande, anche se macabra, comicità. Nicola: niente. Finché, all’ennesima preghiera, Nicola si risveglia. Piano. Un pezzo alla volta. E dopo una scoperta lenta e dolorosa del proprio corpo, corre. Corre sempre più veloce. La parola, ciò che dice nella parte finale, non serve. Quasi rompe la poesia del momento. Si chiama Nicola, ci racconta la sua storia. Ci trasmette il suo entusiasmo, la grandezza del miracolo. Poi è un flash. Di nuovo la preghiera. Di nuovo Nicola immobile. È stato un sogno? Incredibili Claudia Benassi e Stéphanie Taillandier, in sincronia perfetta, due corpi per un unico personaggio, e Onofrio Zummo, emozionante passione di movimento.
“Ballarini” è il terzo e ultimo. La vecchiaia. Puro. Semplice. Di una teatralità spoglia e chiara, oltre che incredibilmente competente. In scena una coppia. Fisici piegati dagli anni, tremolanti e barcollanti. Una coppia. Due compagni, due complici; insieme amici e amanti. Un reciproco aiuto nell’età in cui si torna ad avere bisogno di aiuto. Gesti abitudinari, la certezza di trovare l’altro, accanto. Un cielo di lampadine sopra la testa, firmamento elettrico. Una storia, la loro, a ritroso. Le schiene si drizzano, i capelli tornano castani, la camminata incerta diventa rock acrobatico. Sulle note di canzoni italiane che fanno sorridere e ricordare. La nascita di un amore, la gioia di diventare genitori. Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco ci accompagnano a ritroso. Una festa di amore e sentimento. Per poi tornare alla scena iniziale. Lei china su un baule di ricordi: il velo, una bottiglia di champagne. Da mettere via. È sola. Lui si è dissolto, mai tornato verso il presente dopo il tuffo nel passato. Una tristezza densa e contagiosa. Che resta appiccicata addosso. Senza parole, solo corpi e suoni, qualche grugnito, qualche verso. Una potenza fatta di gesti, di energia, di espressione. Un piccolo capolavoro. Una perla.
“Trilogia degli occhiali” è forte. Prepotente. Preciso come una macchina. Attori eccezionali si muovono lungo una linea drammaturgica in questo caso soprattutto costruita sul corpo. Parole poche. Non necessarie. Un’emozione finale difficile da scrollare via.
Serena Sinigaglia si è ormai affermata tra i giovani registi italiani. I suoi spettacoli hanno sempre una spinta in più, una vena di comicità sottile o dichiarata, un gusto speciale per gli oggetti e per l’uso che ne viene fatto in scena. La sua ultima produzione, “Prospettive sulla guerra civile” – ispirato a “Prospettive sulla guerra civile” e “Il perdente radicale” dello scrittore, poeta e filosofo tedesco Hans Magnus Enzensberger – si discosta da questo stile che aveva caratterizzato la sua produzione degli ultimi anni.
In scena un cumulo di oggetti di scarto – sedie rotte, banchi scassati, dei neon – e Massimo De Francovich che, nella parte di un professore in pensione, fa una pubblica orazione e legge una serie di interventi realizzati a proposito della guerra a seguito di alcuni viaggi fatti in luoghi devastati dalle violenze. “Prospettive sulla guerra civile” racconta, per punti, alcuni concetti fondamentali sulla guerra: la differenza tra lotta e guerra (naturale, propria anche degli animali, la prima; tipicamente umana la seconda); la diffusione del sentimento di odio e rancore a tutti i livelli della società, in modo molecolare; le ragioni che spingono un popolo ad insorgere, quelle che lo spingono a non farlo. Una lettura interessante, affiancata da immagini che scorrono su tre schermi: immagini di guerra, di rivolte, di politica, di popoli. Frasi che ci ricordano tragedie insensate – di cronaca, non solo di guerra – degli ultimi anni.
In scena, ospiti silenziosi, anche Irene Bonifazi, Pietro Paroletti e Sandra Zoccolan, che aiutano a costruire la scena, ora scrivendo i temi su una lavagnetta, ora con l’interpretazione di una testimonianza dal G8, ora con una scena di comune vita cittadina serale, diffidente e impaurita, in metropolitana.
Sicuramente lo spettacolo ha il grandissimo pregio di portare in scena un tema delicato, quello della guerra civile, del malcontento, della violenza. I punti toccati sono molti: si parla di razzismo; dell’aggressività dei giovani che deriva da quella latente nei genitori; delle attese e pretese di uguaglianza dei “perdenti radicali” che non avranno mai occasione di essere soddisfatte; dell’indifferenza che, mischiata al rancore, crea una miscela esplosiva. E ancora di fondamentalismo islamico; dell’odio ormai penetrato nella vita quotidiana di ognuno di noi; dell’impossibilità di identificare con esattezza l’origine del pericolo e della conseguente invenzione del capro espiatorio; dei concetti di migrazione e disgregazione; dell’ansia di sicurezza e isolamento che spinge chi ha la possibilità economica a chiudersi in ghetti a massima sorveglianza; di propaganda. E infine di consumismo, di una società che ci pone in una condizione di perenne ricatto. Se potenzialmente conosciamo tutto, siamo teoricamente responsabili di tutto, automaticamente indifferenti perché negatori di responsabilità. A chiusura della lettura, una considerazione pratica: i soldi spesi per ventisei ore di permanenza dell’esercito italiano in Afghanistan basterebbero a finanziare un intero anno di attività di un ospedale di Emergency. Si rimane perplessi. Stupiti, nella concretezza di un’affermazione, ma forse nemmeno troppo. “Siamo pronti a stringere i pugni, ma non siamo pronti a riaprire le mani”, parola di Anna Politkovskaja.
Uno spettacolo che, come si diceva, ha il pregio di toccare argomenti su cui ancora oggi non si riflette e dibatte a sufficienza anche se, da un punto di vista prettamente teatrale, risulta in alcuni punti un po’ debole. Uno spettacolo, però, che lascia con una sorta di sfida. Sisifo, considerato dai greci un eroe, intelligente e operoso da Omero, artefice di numerose imprese in vita, fu condannato – una volta morto – ad una pena eterna: spingere un masso su da un pendio per poi vederlo rotolare di nuovo a valle a pochi metri dall’arrivo. Un eroe tragico. Con una meta irraggiungibile. E il messaggio è preciso: quel macigno – pesante, da spingere sperando di non fallire – è la pace.