La rimozione della morte nella società contemporanea. Questo il tema di un laboratorio, “This Is the End My Only Friend The End”, che Babiliona Teatri aveva condotto la scorsa estate e che aveva portato alla presentazione di uno studio d 30 minuti al Festival di Santarcangelo. Dalla riflessione sulla morte, sulla vita, sul corpo, sulla sua evoluzione e in particolare sulla sua fine, nasce “The end” nuova produzione del gruppo veronese, al suo debutto al CRT di Milano, dove sarà in scena fino al 13 febbraio.
La nostra società, come sempre nei lavori di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, viene messa sotto inchiesta, senza sconti. In scena un frigo, un Cristo di plastica senza braccia (le braccia sparse in giro), un palo in terra, alcuni tiri di corda. Sul palco, per la maggior parte del tempo, la sola Valeria Raimondi, avvolta in un abito di paillettes argentate. Un’unica violenta tirata sulle necroattrazioni, sui profili facebook post mortem, sull’estinzione delle cicogne (i genitori ormai non muoiono: “non invecchiano, si perpetuano”).
“Non dite morto”. Una parola che fa paura, che viene rimossa. Lo stile asciutto, diretto, cantilenante e pungente – da sempre apprezzata e spiazzante cifra stilistica del gruppo – trascina, tra risate e momenti di profonda emozione, attraverso i temi più delicati che riguardano la fine della vita: l’eutanasia (“voglio il mio boia, voglio affittarlo”), il diritto a scegliere la propria morte (un colpo di pistola? “solo, economico, senza controindicazioni”), la dignità della vecchiaia (“non avrò una sacca di piscio attaccata al letto, non guarderò la tv parcheggiato in un salone, non vedrò morire i miei compagni di stanza, non ascolterò le vostre rassicurazioni e le vostre bugie, non sopporterò la vostra indulgenza”). La fine della vita viene analizzata, sviscerata, presentata nei suoi aspetti più pratici: il funerale? Un prete che non ci conosce ci consolerà. Non conta più il rispetto dei dieci comandamenti: è sufficiente non essere suicidati. Non conta nemmeno più se e in cosa si credeva. La malattia? Una fila di benevolenza ipocrita, religione addomesticata, falsa pietà, maratone di solidarietà. Gli ospizi? Celle addobbate da stanze, luoghi in cui si vive ma di cui non si hanno le chiavi.
“The end” è una riflessione su uno dei temi più difficili al mondo proprio perché uno tra i meno affrontati: temiamo la morte, addirittura a volte arriviamo ad averne schifo. La morte puzza. Tira fuori tutto ciò che il corpo porta con sé. Odori, umori, liquidi. La morta può essere una scelta? Può essere affrontata con dignità? Sulla scena viene man mano costruito uno scenario paradossale: il Cristo vene issato su una croce di pali innocenti; ai lati le teste (prima conservate nel frigo) di un bue e un asinello. Presepe e crocifissione. Nascita e morte. Festeggiamento e sacrificio. La religione cattolica ha delle grosse responsabilità rispetto a come nascondiamo, ignoriamo, non parliamo della morte, riducendo tutto ad un passaggio verso un mondo migliore.
Uno spettacolo che presenta sapientemente gli aspetti sia tragici (il dolore) che comici (il mito della giovinezza) della morte come normale evoluzione della vita, come evento insito nella vita stessa che ci tiene per mano dal momento della nascita. Si parla di come morti e vivi non vengano considerati parte dello stesso universo, di quanto traumatico sia per tutti un evento con cui si dovrebbe imparare a convivere. “Il modo in cui viene affrontata e trattata la morte oggi è profondamente bruciante e carico di contraddizioni. E’ una combustione lenta e sotterranea, forse per questo più dolorosa e non cicatrizzabile. Ogni tanto riesce a zampillare all’esterno prima di tornare a scorrere sotto traccia, […] relegata nell’alveo di un individualismo che nega una sua elaborazione collettiva”.
Uno spettacolo intelligente, forte e chiaro, accompagnato dalle commuoventi note della versione di Fabrizio De Andrè di “S’i fosse foco”, da “Ciao Amore Ciao” di Luigi Tenco e, a chiudere, dai Doors con “The end”. Uno spettacolo che ha il grande merito di riuscire a catturare costantemente l’attenzione su un tema dal quale si tende a rifuggire.
Magistrale. Semplicemente: degno di un grande maestro e riguardante la cultura. Cos’è la conoscenza, come si acquisisce, cosa significa essere colti, di cosa e su cosa si costruisce un patrimonio culturale, può la cultura essere generale? E soprattutto, qual è il valore di un vero maestro? Ci sono canoni per definirlo, criteri di valutazione? “The history boys”, di Alan Bennett, messo in scena da Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani al teatro Elfo Puccini, racconta il percorso di otto ragazzi inglesi nel periodo pre-esame di ammissione al college. Otto personalità, otto storie diverse, otto punti di vista. Le loro vite – scolastiche e non – sono guidate ora da Hector (il bravissimo, avevamo dubbi?, Elio De Capitani), eclettico e anticonformista insegnante, poeta irriverente che gioca con la cultura e vive di citazioni, ora da Irwin (interpretato da Marco Cacciola), giovane insegnante apparentemente votato al valore dello stupire a tutti i costi, al “contro per forza”, ma in realtà fragile e insicuro. Il tutto sullo sfondo dello studio della storia e della poesia, grandi velieri di pensiero e di spirito critico dell’umanità. Cosa sono i fatti? Come si giudicano? Cosa serve per rendere un fatto storia o poesia? Come possiamo determinare il valore di un evento: dalle intenzioni? Dalle conseguenze? E ancora: qual è il valore della verità nella lettura a posteriori?
“The history boys” è uno spettacolo corale, fatto di serrati botta e risposta, di cambi di scena eleganti, di riflessioni taglienti e ironiche. L’educazione viene sviscerata e analizzata senza retorica: i pro e i contro del nozionismo, del giornalismo, dell’apparenza, di verità e veridicità. L’educazione culturale più prettamente intesa così come quella sentimentale e sessuale: al discorso più ampio si sovrappongono trame più sottili, fatte di identità sessuali, di ricerca del sé e dell’altro, di confusione, prese in periodi – l’adolescenza per i ragazzi, la maturità per gli insegnanti – molto diversi. E quindi, anche qui, si parla del conflitto tra la passione idealistica e il calcolo di opportunità, tra una vita vissuta in modo leggero e disinteressato e una vita fondata sul cinismo. Ci si interroga sui confini tra esse, sulle sfumature, sui cambiamenti, sulle scelte.
Tra i ragazzi – per ruolo (non per interpretazione: sono bravi tutti) – spiccano Posner (Vincenzo Zampa), ebreo alle prese con una personale rilettura dell’olocausto e con la propria omosessualità agli esordi, Dakin (Angelo Di Genio), arrogante e presuntuoso donnaiolo, che stuzzica Irwin per soddisfare il proprio ego, Scripps (Giuseppe Amato), credente e riflessivo, quasi voce esterna, commentatore e Timms (Andrea Germani) ragazzo in carne, zimbello del gruppo, autoironico e divertente. Bravi anche il preside (Gabriele Calindri), macchietta di arrivismo e ottusità e Mrs Lintott (Ida Martinelli), rigorosa ma ironica insegnante di storia, unico riferimento femminile nella vita dei ragazzi.
“The history boys” è uno spettacolo preciso, intelligente, ben costruito e molto divertente. Non sempre facile cogliere tutti i riferimenti letterari presenti nel testo, ma il discorso sulla cultura trascende le citazioni e gli spunti e diventa universale, graffiante e impietoso. Strepitosamente attuale. Uno spettacolo da non perdere.
È un sodalizio artistico che dura da quindici anni, quello tra la danzatrice Luciana Savignano e la coreografa Susanna Beltrami, cofondatrici della Compagnia Pier Lombardo Danza. Un percorso di studio, esplorazione ed espressività che ha portato alla creazione di coreografie come “La lupa”, “Jules e Jim”, “Tango di Luna”, “Il suo nome è Carmen”, pensate appositamente da Susanna Beltrami per l’étoile, nota in Italia e nel mondo per la sua straordinaria capacità di riempire il palco con il suo fascino e la sua enigmaticità.
Una figura sensuale e flessuosa, quella della Savignano, che ha portato in scena lo scorso weekend al Franco Parenti di Milano un “riassunto” del proprio repertorio: le parti più significative ed emozionanti di alcune coreografie danzate nel corso degli anni, accompagnata da Matteo Bittante, suo partner sul palco nelle ultime creazioni di Susanna Beltrami, dal giovane – quasi efebico e molto teatrale – Cristian Cucco e dalla straordinaria (anche se forse non strettamente necessaria) voce di Lucia Minetti.
“Ukiyo-E” è un omaggio all’amore di Luciana Savignano per l’oriente e alla sua estetica; il sottotitolo “il fluire di una stella”, richiama il concetto, caro al duo artistico, di movimento leggero e dinamico, senza interruzioni, morbido.
Su un palco vuoto – unici attrezzi di scena qualche sedia, un tavolo e alcune stola di stoffa – si muovo i tre danzatori: assoli, passi a due e a tre si susseguono lungo il filo di una drammaturgia che racconta di amore e passione, di sensualità e purezza, di provocazione e innocenza. Luciana Savignano è magnetica, femminile, sinuosa, avvolta ora in un enorme bozzolo che la rende forma pura ora in un seducente abito da tanguera. Uno spettacolo esile ed emotivo che raccoglie in un’ora differenti percorsi e ricerche che hanno segnato la storia della danza italiana degli ultimi decenni.
Quando uno spettacolo è il risultato di un lungo percorso di studio e creazione, in cui lavoro registico, scenico e attoriale arrivano a fondersi, il suo valore appare evidente, potente e emozionante.
“Buio”, ultimo spettacolo di Carmelo Rifici, prodotto dalla Fondazione Teatro Due di Parma in collaborazione con l’associazione Proxima Res, ha debuttato lo scorso ottobre dopo due anni di lavoro sul testo (di Sonia Antinori), movimenti scenici e coreografici (a cura di Alessio Maria Romano) e, soprattutto, sul racconto di storie.
Sono tre le storie che si intrecciano, emergendo da una stanza scura, cupa, di volta in volta adattata alla scena con pochi elementi, una stanza sul fondo della quale incombe una televisione con immagini prese dalla più tragica attualità politica e sociale. Sono storie di solitudine, ognuno con la sua, e di malattia, ognuno con la sua. C’è Teresa, sempre lasciata sola dal marito via per lavoro, e c’è suo fratello, soldato che ha lasciato l’esercito, schifato e immobilizzato dai ricordi di guerra e di morte: una coppia che racconta il vuoto e la difficoltà di affrontare il vacuo, così come la difficoltà di affrontare le relazioni familiari. Poi ci sono Carlo e Piera, lui malato terminale che ha smesso di lottare e ha deciso di abbandonarsi alle cure di un santone, lei travolta dalla rabbia di non riuscire a comunicare con lui e a trasmettergli la sua volontà di amare. E poi ci sono Selma, Daniel e Maria. Selma (la bravissima e commuovente Mariangela Granelli) è una donna scappata da Sarajevo, diventata cieca a causa di una granata, granata che le ha portato via anche il figlio. Daniel e Maria sono una coppia di romeni che le chiede asilo, mentendole sul loro legame, e che alla fine arriva a creare con lei un rapporto di amicizia e condivisione, per quanto ambiguo e basato sulla menzogna, sulla cecità. C’è poi una misteriosa venditrice di libri che apre e chiude lo spettacolo, prima presentandosi a casa di Teresa e mettendone impietosamente a nudo la solitudine e poi acquistandone la casa, che Teresa è costretta a vendere dopo il suo divorzio.
Coppie che si intrecciano, si intersecano. Le scene si susseguono con fluidità, intramezzate da momenti corali intensi e immaginifici, momenti di distacco onirico che abbandonano la realtà, momenti in cui si riaprono ferite, si guariscono malattie e si vedono mondi migliori. Lo spettacolo apre dei sentieri, racconta degli episodi, lascia allo spettatore, come scrive Rifici, “la libertà di legare insieme gli episodi o di lasciarli separati, di creare un legame tra i quadri e i sogni, o di non legare niente e di abbandonarsi alle parole degli attori”.
“Buio” è uno spettacolo molto intenso, che racconta di uomini e donne che non sanno comunicare, che navigano nell’incapacità di guarire, guarirsi e lasciarsi aiutare. Dialoghi sospesi, frasi accennate, sguardi eloquenti, movimenti mozzati: la natura delle relazioni si mostra delicatamente, senza esagerazioni, eppure con una straordinaria forza emotiva. Uno spettacolo che, nonostante la lunghezza di alcune scene, mantiene un ritmo calibrato e denso, fatto di situazioni che parlano, senza bisogno di urlare, di ciò che ognuno porta dentro di sé: una solitudine irrimediabile alla quale è necessario sopravvivere.
La società moderna si scontra ogni giorno con le questioni che riguardano le droghe. Si sente parlare in continuazione di droghe pesanti, leggere, psicotrope, stimolanti, che creano dipendenza, che uccidono. Droghe assassine, demonizzanti e demonizzate. Ormai pare che la percentuale di persone che fa uso di una qualsiasi sostanza stupefacente sia talmente alta da rendere impossibile non conoscerne qualcuna.
Il fuoco di “Quale droga fa per me” – il testo è di Kai Hensel, grande drammaturgo tedesco contemporaneo, la regia di Andrée Ruth Shammah – però non è questo. In scena Hanna, interpretata dalla efficace Anna Galiena, madre di famiglia, casalinga perfetta, che si prende cura della sua famiglia con premura e costanza. Hanna un giorno ha occasione di provare l’ecstasy e da lì inizia il suo tour, “la sua avventura”, nel mondo delle droghe e della percezione.
Il punto, ci dice, non è che droga si assume: le droghe sono soggettive, così come sono soggettivi gli effetti. Il punto è il motivo. La felicità. Le situazioni. Hanna non racconta le droghe con tono moralista né tanto meno di condanna. Anzi, a tratti pare che Hanna voglia convincerci che ci sono droghe che possono fare al caso nostro, di ciascuno di noi. È davanti al pubblico e il racconto diventa quello di una vita stanca, di giornate senza stimoli, di insicurezze e debolezze, senza per questo diventare un inno alla fragilità di chi si droga. Ciò che colpisce maggiormente però non è la sua storia, raccontata con un riferimento continuo a Seneca, maestro di vita, ma alcune considerazioni sapientemente infilate nel discorso, come quella che, per quanto la cocaina sia illegale, si possono acquistare comodamente, e legalmente, in molti negozi le cannule per tirare “igienicamente” e in tutta tranquillità. O come la parentesi sulle droghe di cui, legalmente, abusano in moltissimi sotto gli occhi di tutti: alcol, psicofarmaci, antidepressivi e via dicendo. Insomma si affrontano le contraddizioni di un sistema che condanna chi fa uno si sostanza stupefacenti ma che procura a chiunque voglia il modo più comodo e adatto a farne uso.
“Quale droga fa per me?” è sicuramente uno spettacolo che ha delle buone intenzioni ma ormai, e lo scrivo non senza un pizzico di pessimismo e rammarico, alcune cose non fanno più effetto: la droga? È normale. La solitudine? Anche. Siamo abituati a sentir parlare della droga come di una piaga propria del nostro tempo (e qui verrebbe da chiedersi cosa venga effettivamente fatto per combattere questa “piaga” e quali siano gli interessi che circolano dietro a questo mondo); usare la stessa base di partenza, così come lo stesso linguaggio, non crea più attenzione, non aggiunge niente a discorsi già fatti e rifatti (e che così, evidentemente, non funzionano).
È una piccola sala quella del teatro Mohole. Intima, diretta, dove la vicinanza al palco e tra gli spettatori stessi permette un contatto che è ormai raro trovare a teatro. Nata nel 1998 come laboratorio e come scuola, Mohole diventa negli anni una realtà aperta e variegata, frutto di esperienze e spunti di diversi settori. L’associazione apre la stagione nello spazio di via Desiderio (sede dal 2004) con uno spettacolo divertente e paradossalmente astratto, per quanto indissolubilmente legato alla nostra quotidianità.
“Oche acerbe in fila”, scritto e diretto da Cosimo Lupo, uno dei fondatori della compagnia, è un testo che racconta di noi, dell’uomo, dei suoi contatti e scontri con la realtà in cui vive. In scena due personaggi: una commercialista spietata e senza peli sulla lingua e un suo cliente, integerrimo ed ingenuo, che è stato da lei trascinato in una frode dopo aver ricevuto una consistente eredità. I due si trovano in uno spazio senza tempo, indeterminato – la pancia di un qualche essere marino – novelli Giona della nostra società che viene fotografata, strizzata, derisa a tratti, in un dialogo serrato e pieno di umorismo. Bravi Rachele Bonifacio e Alessandro Quattro a palleggiarsi le battute che si susseguono tra massime di vita, luoghi comuni (fonte inesauribile di verità…), ragionamenti che sfiorano la follia (come l’elogio delle tasse) e amare ammissioni (“è difficile essere etici quando si è indispensabili”). In fondo però, ci si interroga sul valore del restare rispetto al viaggiare, sul coraggio di rimanere a fare i conti con la quotidianità e le difficoltà che essa ci pone davanti invece di scappare seguendo l’utopia di poter sfuggire a noi stessi e a ciò che siamo. La vita e la sua complessità diventano tema di discussione, di scambio, senza retorica e senza moralismo. Una fotografia astratta che racconta di spazio, di istinto, di indole umana, di relazioni, di etica. “Oche acerbe in fila” si gode dalla prima all’ultima battuta proprio perché flusso continuo di parole: non ci si sofferma sui concetti esposti, ci si lascia trasportare dalle associazioni di idee, vagando dallo Stato al sesso senza soluzione di continuità. Uno spettacolo che sicuramente invoglia a seguire la programmazione del teatro.
La stagione 2010/11 di Tieffe nella nuova sede dell’ex Teatro dell’Elfo apre con la ripresa di uno spettacolo di Renato Sarti, direttore del Teatro della Cooperativa, ormai alla decima stagione di repliche: “Mai morti”. Bebo Storti, attore unico di questo travolgente monologo, chiude così la prima serata: “Quando io e Renato abbiamo creato questo spettacolo, non pensavamo che ce ne sarebbe stato bisogno per tanto tempo… ed invece eccoci qui”. Amara considerazione, visto che “Mai morti” è una denuncia del nostro mondo attuale, del “noi” italiano del duemiladieci, così come lo ero del “noi” italiano di quando è nato. Un nostalgico della Decima Mas ripercorre vorticosamente la storia del nostro paese dagli anni del fascismo, arrivando ad intrecciarvi gli eventi del G8 di Genova e alcuni tragici episodi degli anni Sessanta e Settanta.
Renato Sarti porta in scena una sorta di credente, che filtra ciò che racconta presentando la sua visione. Un uomo che, al principio a letto, impasticcato a sorseggiare jack daniels, si alza e si veste di tutto punto con la propria uniforme, simbolo di quello che è stato, e da alcuni è stato considerato giusto.
E così l’Italia viene denudata, mostrata nuda, per quello che è: una realtà in cui alcuni modi di vedere la vita e gli altri sono ancora radicati. Una realtà nella quale alcune vicende accadono ancora adesso con spaventosa frequenza.
Ha debuttato in Italia, lo scorso 19 settembre al Teatro Out Off, nell’ambito della programmazione del Festival MITO Settembre Musica, “Cheval”, uno spettacolo musical-atletico-rumorista ideato dai francesi Antoine Defoort e Julien Fournet.
“Cheval” è uno spettacolo che racconta la musica (e, più in generale, il suono) da punti di vista assolutamente inediti e inaspettati: si esplorano gli accordi in relazione al paesaggio, si suonano strumenti praticando sport, si gioca con la percezione e con gli scarti occhio-orecchio.
In scena, sotto la discreta e divertente regia di François Philips e Joëlle Reyns, i due performer giocano (e rimbalzano) tra un pianoforte, uno schermo interattivo, una porta da calcio che protegge computer e strumenti elettronici, due aspirapolvere, una macchina lanciapalle, un saccone da boxe.
I due artisti si lasciano andare alle più pindariche elucubrazioni sulla musica e sulla costruzione delle melodie, componendo e distruggendo suoni (e idee), utilizzando metodi e trucchi particolari (come l’aspirapolevere, che permette di avere il filo riavvolgibile) e sempre, alla fine, palesando al pubblico lo scopo del percorso fatto.
Gli autori presentano lo spettacolo come “un trattato astratto sul rimbalzo in seguito al quale si cerca di far risuonare degli oggetti inconsistenti (idee, concetti o stratagemmi) su delle superfici dure (schermi, chitarre o pianoforti)”. In effetti si tratta proprio di questo: tra una partita a squash giocata con due chitarre (e sugli accordi che essere creano) e qualche tiro a pallone (i cui rimbalzi contro lo schermo attivano delle risposte elettriche e, di conseguenza, serie di suoni ed immagini); tra una lunga sosta ad ascoltare tutte le possibili declinazioni degli accordi di DO e un coro virtuale costruito a partire da alcune parole ripetute ritmicamente, tutto il gioco viene progressivamente svelato, dichiarato, raccontato.
Seguendo il filo di una drammaturgia precisa e ben costruita, lo spettatore assiste – divertendosi e sorprendendosi continuamente – alla nascita e alla composizione progressiva di musiche conosciute (come lo “Stabat Mater” di Pergolesi o “Billy Jean” di Michael Jackson) e non, attraverso le più differenti tecniche di costruzioni musicale. Si fa musica con rumori, suoni, con un flauto suonato con il naso mentre si imita la base ritmica con la bocca, con una telecronaca di calcio, con un circuito elettrico che si attiva schioccando le dita. Si fa musica chiacchierando, giocando sulla confusione creata dal parlare alternando velocemente due lingue, soffermandosi ad ascoltare l’armonia creata da suoni meccanici.
Uno spettacolo contro la “mafia armonica” che ci costringe a considerare la musica solo come l’insieme di quella infinitesimale parte di accordi (categoricamente suonati da strumenti musicali!) che siamo abituati a sentire. Un gioco – un “cavallo”, un po’ matto e un po’ maestoso – fondato sull’autoironia e su un’estrema preparazione tecnica e tecnologica. Un’ora di buona musica e di sano divertimento davvero imperdibile.
Travolgente, divertente e commuovente. “La Molli” è milanese, insonne e in perenne tensione tra una comicità venata di malizia e la disperazione di chi attende, sommersa dai ricordi, senza sapere cosa succederà. Il punto di partenza che ha ispirato questo lavoro a Gabriele Vacis (che ne ha curato la regia) e Arianna Scommegna (la Molli in scena) è il capitolo conclusivo dell’Ulisse di Joyce, capitolo in cui Marion (Molly) Bloom, aspettando il ritorno del marito, si abbandona ad un flusso di pensieri che si snoda vorticosamente lungo la sua storia, le sue bugie, i suoi tradimenti. La Molli meneghina aspetta il ritorno di suo marito, ora sdraiata su un letto scricchiolante, ora in bagno, ora alla finestra. Restando immobile su una sedia, con solo un bicchiere d’acqua accanto. Arianna Scommegna rende suo questo personaggio, lo vive, facendo diventare la Molli un’amica in piena confessione, sfrontata, diretta, senza peli sulla lingua. Ci racconta dei suoi primi approcci al sesso, delle sue rivincite (sessuali) sul marito, delle tecniche migliori per mascherare il meteorismo. Si ricorda ad alta voce – e tra le righe, perché il punto non è quello – di come è stato duro stare sola, da piccola. Facendoci oscillare senza sosta tra riso e lacrime, ci fa un resoconto sboccato e allo stesso tempo drammatico dei suoi tradimenti, delle sue scappatelle, dei suoi rapporti intimi. E della sua, non dichiarata ma evidente, solitudine, passata a contare i rintocchi delle campane per sapere che ora è. Una femminilità esuberante e sottilmente malinconica: una Penelope moderna senza eroismo ma traboccante di desiderio. Una donna che vive il suo corpo e il sesso con gioiosa e ironica ostinazione. Una bambina che ha bisogno di conferme per potersi sentire viva, viva davvero. E così, seduta su una sedia, con un fazzoletto che si tortura in mano, la Molli ci guarda dritti in faccia e ci fa sentire ora confidenti ora giudici. E la Scommegna è così reale e così intensa che verrebbe voglia di alzarsi e abbracciarla o di offrirle un bicchiere di vino per continuare a farsi raccontare le sue (di Molli) storie. Un monologo costruito sull’attrice, bravissima, e sul personaggio, che non ha bisogno di nulla, se non del buio alla fine, buio che conclude la sua dichiarazione più forte, più tesa, più vera, più urlata: la sua voglia di vivere, di dire sì. Uno spettacolo da vedere, da sentire, da godere lasciandosi trasportare da questo flusso di pensieri e confidenze così vicino al nostro mondo. Talmente vicino da ricordare ad ognuno di noi i passaggi della propria vita vissuta e le speranze a cui non si rinuncerà mai.
Impietosamente: Joyce Carol Oates, graffiante scrittrice statunitense, descrive così la società che osserva intorno a sé in “Nel buio dell’America”. Francesco Frongia porta in scena uno dei due testi che compongono l’opera, “Dissonanze”, spietata analisi di una coppia occidentale media. È un atto unico che vede protagonisti Frank e Emily Gulick, genitori di Karl, accusato dell’omicidio della giovane vicina di casa. Un viaggio serrato e martellante nella memoria, nell’incredulità, nella certezza – motivata da ragioni di sangue – che il figlio sia innocente. Un interrogatorio sotto forma di talk-show, triste realtà del nostro tempo che processa pubblicamente tutti suo piccolo schermo: il pubblico osserva senza pietà e senza contegno, quasi gode nel vedere l’imbarazzo dei due e ride della loro ingenua e ostinata sicurezza. Frank e Emily ci appaiono piccoli, ignoranti, costruiti su sogni ed aspettative mediocri, incapaci di rendersi conto dell’evidenza del crimine solo perché compiuto da loro figlio. Corinna Agustoni e Luca Toracca costruiscono due personaggi fintamente disinvolti e profondamente combattuti tra la voglia di apparire bene in televisione e l’imperativo di fuggire agli sguardi giudicanti della gente di fronte alla notizia. Due personaggi che cercano di farsi forza nell’unione e in ciò che dicono e che invece appaiono estremamente fragili nei loro momenti singoli e nei gesti. Vengono loro mostrate delle foto della giovane vittima e raccontati gli aspetti più contorti della personalità del figlio che teneva coltelli e feticci del nazismo in camera. I Gulick sono ciechi: Karl era una ragazzo come tutti gli altri, si faceva i fatti suoi, per questo non aveva amici; cercava lavoro, coscienziosamente, e sì, conosceva la ragazza, ma non le avrebbe torto un capello: “Siamo i suoi genitori, lo sappiamo”. Interrogati da una voce fuori campo (la voce è di Ferdinando Bruni) che li massacra facendoli rimbalzare tra questioni esistenzialiste e filosofiche fuori dalla loro portata (“può la colpa risiedere in chi no ha coscienza? E può l’umanità risiedere in chi non ha memoria?”) e tuffi nella realtà cruda e violenta in cui si sono ritrovati (i tagli, la violenza sessuale, le impronte), Frank ed Emily ci appaiono come animali in gabbia, pavoni terrorizzati che però non riescono a rinunciare a fare la ruota. I loro ricordi si confondono, la loro versione è, pur senza malizia, contraddittoria, la memoria si appanna e i due arrivano a fare affermazioni insensate pur di restare sulla loro posizione: Karl sta probabilmente difendendo qualcun altro, un amico, che dovrebbe avere il coraggio di venire allo scoperto. Riparati dietro alla loro religiosità, alla loro rettitudine, alla loro storia di vita media e normale, tra citazione dal Vangelo e tristi pettegolezzi su quello che ora dice la gente, Frank ed Emily sono disarmati: “Dio non ci ha fatto abbastanza forti”. Un testo sottile e intelligente, che scava discretamente ma senza sosta nei meandri della personalità umana e in particolare in quella di genitore, che parla indirettamente di memoria e fallibilità umana. Un dialogo più voce – un interrogatorio – messo in scena da Frongia con pulizia e precisione anche se a tratti con toni troppo teatrali rispetto all’ambientazione televisiva scelta. Un testo che ci mostra senza mezzi termini quanto la disgregazione propria della nostra epoca porti alla perdita dell’individuo e che, altrettanto direttamente, ci mette davanti alla nostra anima di voyeurs assetati di particolari e convinti di poter avere la nostra, superiore, versione.