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Non è una sorpresa che la compagnia Rootlessroot presenti spettacoli e coreografie di qualità e dalla forte potenza immaginifica. Già vincitori del premio “Herald Angels Award” al Fringe Festival di Edimburgo con “100 wounded tears”, ospite a MilanOltre lo scorso ottobre, i Rootlessroot approdano al Piccolo Teatro di Milano nella serata di chiusura della terza edizione del festival “Milano incontra la Grecia”. Coerente con il tema di quest’anno – “Parole femminili” – che vedeva al centro la donna e le sue relazioni con il mondo, lo spettacolo creato da Jozef Fruček e Linda Kapetanea, anime creatrici della compagnia, parla di donne, di femminilità a partire da una bambina e dal delicatissimo tema dell’abuso. “UNA: Unknown Negative Activity” è uno spettacolo variegato, visionario, duro. Lo spunto di partenza per l’elaborazione coreografica è Theodore Kaczynski – meglio noto come Unabomber – criminale statunitense, condannato per aver inviato pacchi postali esplosivi a numerose persone, durante un periodo di quasi diciotto anni, provocando tre morti e 23 feriti. Unabomber professava il ritorno ad una società più semplice, accusando, soprattutto nel suo manifesto, la società industriale e tecnologica di aver rovinato l’umanità. “UNA” si interroga quindi sulle possibilità di divertimento e di sfruttamento della cultura, partendo dall’assunto che la cultura stessa sia dominata dallo sfruttamento. Il risultato è uno spettacolo ibrido, che combina diverse forme espressive e corporee in modo primitivo, “disfunzionale”. “UNA” è una “shouting opera in movement”: un’opera urlante, in cui le angosce e le relazioni tra i personaggi si esprimono con movimenti esplosivi e toni di voce intensi fino al fastidio. In scena Jozef Fruček, Linda Kapetanea, Edgen Lame e la giovanissima Marianna Tzouda; le musiche dal vivo – colonna sonora spesso spinta fino al disturbo – sono eseguite da Vasilis Mantzoukis. Lo spettacolo si racconta con movimenti artificiali anche se estremamente fluidi: gesti psicologici che ci raccontano l’uomo e il mondo estremamente violento e ostile in cui vive. Martha Frintzila accompagna con voce e canto l’azione, raccontando parti del manifesto di Unabomber e riportando testi che analizzano la violenza e il comportamento umano. Parole sconnesse, discorsi crudi, recitati che vanno a comporre una partitura precisa, fatta di suoni artificiali e voce lirica, oltre che di movimento. In scena pochi elementi: qualche piccolo albero di plexiglas, un cervo svuotato e appeso, un microfono che diventa spia di ogni sospiro, ogni parola, ogni passo. Notevoli le parti di coreografia corale, in cui i quattro danzatori scivolano uno sull’altro lanciandosi e prendendosi come un fluido gelatinoso. “UNA” parla di abuso, di esagerazione, di sforzo: i copri sono sfruttati, presi, afferrati, lanciati, sbattuti, usati. E una piccola bambina, di appena dieci, anni al centro di questo ambiente fa riflettere e risulta tragicamente vera, tragicamente attuale.

Come può un mito venire attualizzato? Come può l’antica Grecia – i suoi personaggi, la sua etica, la sua morale, ciò che, in fondo, costituisce la base della nostra cultura – arrivare alle coscienze del ventunesimo secolo? Quali sono gli aspetti traducibili, o anche solo direttamente interrogabili? Sono queste domande il punto di partenza della ricerca che Luigi Lo Cascio ha svolto su “Le Baccanti” di Euripide. Un lavoro sul mito che dal 2008 porta nelle sale italiane una libera reinterpretazione del mito greco e che ha fruttato a Lo Cascio il premio Hystrio all’interpretazione e allo spettacolo il Biglietto d’oro per il teatro. “La caccia” è uno spettacolo intenso, immaginifico, che mette al centro della vicenda il tiranno Penteo e le sue visioni, nella loro evoluzione dalla sicurezza alla tragedia. Nella scena di Alice Mangano e Nicola Console si muove uno schizofrenico Penteo, assillato dalla sete di controllo e di potere, che alla fine cede alla curiosità di vedere le baccanti, le donne fuggite a festeggiare il rito di Dioniso, il dio che egli stesso non aveva voluto accogliere a Tebe. Un tiranno che crolla di fronte alla perdita di certezze, che arriva a mettere in discussione tutto della sua esistenza, dalla propria identità sessuale alla propria origine. Fino alla tragica fine: Penteo viene ucciso dalla baccante più infervorata, Agave, sua madre. La sensazione più potente dello spettacolo è lo smarrimento. Assoluto. Visivamente anche la scena resta quasi sempre buia (le luci, disegnate da Stefano Mazzanti, creano squarci, strappi nell’oscurità: non sono che apparenti ed effimere finestre che creano l’illusione di poter ritrovare la direzione) e Penteo risulta costretto nell’oscurità, condannato a non poterne uscire: perso. “La caccia” analizza lo smarrimento di direzione di Penteo per parlare del nostro smarrimento, della nostra perdita di valori, quei valori che il mito greco custodiva e tramandava attraverso il tempo e le generazioni. A questo servono i brevi interventi pop: grotteschi spot che pubblicizzano pillole per un corpo perfetto, kit per sballare in solitudine, vacanze in resort per la ricostruzione facciale. Una tragica fotografia della nostra società e della nostra cultura: l’esternazione (se non la denuncia) – ironicamente trattata – del tragico rischio della banalizzazione della cultura e dell’intelletto. Chi cerca di soffermarsi a capire il senso, chi tenta di analizzare in profondità ciò che succede, finisce preda delle sue stesse ricerche. Questa la sorte del secondo personaggio “in scena” (il personaggio è virtuale, proiettato): un bambino studioso/critico letterario e teatrale (interpretato da Pietro Rosa) che vuole rivelarci il senso del mito, dell’essenza di Dioniso e della tragedia e che finisce divorato da rapaci impazziti. Lo Cascio costruisce uno spettacolo sdoppiato, sempre in bilico tra il suo personaggio e le sue visioni drammatiche. I video (in questi casi più che negli interventi del giovanissimo critico) costruiscono una drammaturgia forte e visionaria: scheletri, masse informi, agglomerati di corpi, enormi mani che strangolano il tiranno ormai disarmato: immagini dell’inconscio che si materializzano in graffiti sinistri e sfuggevoli. Notevole la fisicità dell’attore, in grado di trasformarsi da dittatore nazista a fragile donna, da cavaliere/combattente a spaurito schermidore. “La caccia” mette a nudo la debolezza della nostra attuale condizione, la falsità che porta all’annullamento di ogni certezza. E ci fa dare uno sguardo, pallido e si spera non inconsapevole, a quello che accade quando rinneghiamo e mettiamo al bando non solo la parte irrazionale (Dioniso) ma anche, più genericamente, ciò che è diverso e che in quanto diverso ci spaventa.

“Primo amore” è prima di tutto un viaggio. Un ritorno per la precisione. Un uomo torna nel suo paese di origine, da cui è scappato appena adolescente, e ritrova il suo passato. Letizia Russo, autrice di questo monologo, racconta la tragica riscoperta della memoria che si era tentato di ignorare. Quest’uomo, seduto in un bar, riconosce nel cameriere che lo serve il suo primo amore, il ragazzino che a quindici anni lo fece invaghire e gli fece prendere coscienza della sua omosessualità. In scena, con uno scarto interessante scelto dal regista Luigi Saravo, troviamo Laura Nardi. Una donna, un corpo di donna, una sensibilità femminile che ci racconta i dubbi, le paure, le irresistibili attrazioni, le ossessioni di un giovane adolescente gay che si scopre potentemente e irrimediabilmente attratto dal copro di una persona del suo stesso sesso. Solo una sedia ad aiutare il suo racconto. L’uomo ripercorre tutta la storia, i primi approcci, l’attrazione, la paura, il sesso, l’amore. E poi il momento in cui furono scoperti, il tradimento del suo amore che lo rinnegò, fuggì, non ebbe il coraggio delle proprie azioni. Riaffiora la sofferenza di un quindicenne abbandonato, di una storia segnata che nessuno ha accompagnato, di una inevitabile solitudine condita di rabbia. “Primo amore” è uno spettacolo poetico. Il testo trasporta in una dimensione sospesa, lascia intendere, fa presagire, si rivela lentamente. Un modo diverso ed elegante per raccontare l’indissolubile legame tra amore e sofferenza.

“Le pulle”, puttane in dialetto palermitano, è un’operetta vera e propria. Emma Dante, con questa creazione dello scorso anno, ci porta in un universo costruito di lame di broccato rosso che si abbattono sulla scena come ghigliottine. La scena: un bordello. In scena: tre fate meccaniche e acrobatiche, quattro travestiti e un trans. Guidati da un personaggio “fata levatrice” (che nella versione originale è la regista stessa). Cinque scene, una per ogni personaggio. Cinque monologhi che raccontano una storia di violenza e di emarginazione, con l’accompagnamento di una canzone che confonde i toni mescolando melodie da avanspettacolo a testi degni della più grottesca tragedia; cinque scene di assoluta coralità che trasportano in una dimensione di precisa coerenza e di ovattata forza immaginifica. Rosi, appassionata di balletto, racconta di come è stata stuprata da uomini senza volto dopo aver visto un emozionante “Lago dei Cigni”; Sara, anoressica che non riesce più a trattenere cibo in corpo, orgogliosa del proprio scheletro ostentato, viene imboccata senza sosta fino a vomitare tutto; Moira, che stava iniziando – appena dodicenne – a prendere innocentemente gusto nel travestirsi con gli abiti della madre, viene avviata senza coscienza alla prostituzione dalla stessa madre, perdendo irrimediabilmente ogni possibilità di restare pura; Stellina racconta il suo appassionato amore per un uomo che sicuramente la sposerà, racconta i suoi sogni, vogliosa di suscitare invidia per la propria felicità; Ata, nata donna i corpo maschile, racconta invece l’incomprensione che ha permeato la sua vita, e primo tra tutti il rifiuto di suo padre nei confronti della sua indole più sensibile e profonda, immersa in una omertosa e finta indifferenza. Le fate di muovono intorno a questi personaggi accompagnandone il disvelamento, forzandone le confessioni, attaccando i punti deboli per portare a galla l’amarezza di condizioni al limite. Uno spettacolo fatto di scene forti e crude: copri martoriati, usati, dinoccolati e stanchi. Le fate sono grotteschi clown-bambola che non temono l’urto con oggetti e pavimento e tutta la prima parte ha come colonna sonora lo schianto delle loro membra al suolo. I travestiti e il trans sono rinchiusi in corpi che a volte controllano e a volte li controllano. Corpi ora da scoprire ora da celare; corpi che incuriosiscono e fanno repulsione. Corpi che non si capiscono, che parlano un linguaggio altro, fatto di poesia e carnalità, di leggerezza e violenza. E tra paillettes e stras, tra trucchi pesanti e cicaleccio femminile, tra danze macabre e festoni, si muovono storie che non lasciano respirare, che commuovono anche grazie l’apparente semplicità con cui sono raccontate: “non lo sai che appena esci ti fanno pentire di essere nata?”. Emma Dante e i bravissimi attori della sua compagnia (Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Sabino Civilleri, Clio Gaudenzi, Ersilia Lombardo, Chiara Muscato, Manuela Lo Sicco, Carmine Maringola, Antonio Puccia) trascinano – verso il basso – in una dimensione di elegante e poetica disarmonia, tra peni di plastica e bambole gonfiabili, vestiti appariscenti e nudità ostentate, in una sequenza di scene che culmina in un matrimonio, quello di Stellina con il suo declamato amore, bianco e indecente che lascia traccia solo in una trottola di sgonfiata disperazione.

Si tratta di una questione di luci e ombre nella vita. Si tratta di capire quali sono le zone oscure e quelle chiare, con la consapevolezza che in generale ci sono molte più cose oscure, rispetto alle prime. Questo è il sottotesto di “Troia’s discount”, nuova produzione di Ricci/Forte in scena al Teatro I fino al 17 gennaio. “È l’era di una nuova glaciazione: spero sia la mia razza che si estingue”: uno spettacolo che parla di quotidiano, di banale, di ciò che ci passa sotto gli occhi tutti i giorni, formando o sformando le nostre coscienze, senza che noi lo realizziamo pienamente. Siamo tutti “richiusi in recipienti ermetici senza il buon gusto di scoppiare”. Gli attori (i bravi Fausto Cabra, Enzo Curcurù, Anna Gualdo, Alberto Onofrietti e Angela Rafanelli) riescono a comunicare questo sentimento di isolamento, di chiusura, di ottusità, ma i loro movimenti e le dinamiche che si instaurano in scena faticano a distaccarsi dal semplice mostrare una serie di esercizi di training attoriale. C’è una storia di fondo, quella di Eurialo e Niso, amici e anche un po’ compagni, che decidono di dare fuoco ad un supermercato – snodo essenziale delle nostre vite – e finiscono pestati e seviziati da una banda. Su questa si innestano una serie di episodi singoli: una ragazza costretta alla prostituzione, un trans (vera “figura tragica del nostro tempo”, come l’ha definita Andrea Porcheddu) che racconta dei suoi sudici e violenti incontri, una donna comune (Anna Gualdo rende senza dubbio questa la parte più intensa di tutto lo spettacolo) che ripercorre la sua squallida e banale vita reprimendo il desiderio di bruciare tutto, tagliare via tutto. È anche un’invettiva contro una società che ci rende schiavi, contro uno stile di vita – quello del consumo -, che ci rende puttane. Vortici di simboli commerciali, immagini di moda e design, falconi, barattoli, scatole, sacchetti di patatine, spray antibatterici, vestiti… appariamo sommersi e impotenti di fronte all’intrusione esasperata di una commercializzazione generalizzata che monopolizza il nostro vivere in ogni sua sfumatura. Dovrebbe essere poetico e dissacrante. Ci sono corpi nudi, spogliati, picchiati, derisi, mutilati, usati. La drammaturgia è però debole e sconnessa e diventa in più punti pura retorica. Un viaggio che passa da miti classici a sonorità industriali ed assordanti con scarti individualisti. Il testo appare criptico, spesso incomprensibile, senza però trasportare in una dimensione poetica, ma piuttosto ad una sensazione di irritazione permanente. “Troia’s discount” è senza dubbio uno spettacolo competente e studiato, che si distacca dalla produzione tradizionale del nostro paese; attori e registi hanno fatto un grande ed evidente lavoro su corpo, voce e movimenti. Troppo spesso però la forza del discorso viene nascosta dietro ad astrusità testuali e a manierismi fisici. Un messaggio che giunge avariato, che percorre troppe deviazioni per poter arrivare puro, ma che sicuramente costituisce un passo verso un altro modo di fare teatro.

Una pertica, un sipario, un ammasso di costumi, qualche elemento scenico sparso. Una scena colorata e versatile, quella di “Cirk”, spettacolo della compagnia Pantakin da Venezia, da qualche anno concentrata su produzioni di teatro acrobatico, di figura e di piazza. La storia raccontata è quella di una compagnia di circensi che smarrisce il suo elefante Bombo e che fa di tutto per trovarlo e recuperarlo, passando attraverso una serie di eventi che complicano la vicenda. Pensato dal regista Ted Keijser – artista poliedrico che lavora con compagnie sparse in tutto il mondo e che ha curato la regia di più di 50 spettacoli – per un pubblico di tutte le età, “Cirk” è una tragedia comica sulla sopravvivenza. Si ride, ci si commuove, ci si stupisce, si resta incantati davanti alla semplicità della magia del teatro. I cinque attori-acrobati-comici in scena trasportano il pubblico in paesaggi fatti di gioco e ironia con una straordinaria capacità comunicativa. C’è Emanuele Pasqualini nei panni di un capocomico confusionario e poliglotta; ci sono i suoi (nella finzione) figli, Emmanuelle Annoni che saltella in giro per il palco roteando acrobaticamente (splendido il suo numero sulla corda) e Benoit Roland, divertente e ingenuo pasticcione che combina solo guai e si nutre di gaffes; ci sono poi Beppe Tenenti, buffo personaggio che non può evitare di giocare con qualsiasi elemento gli capiti tra le mani e Giovanna Bolzan, danzatrice e acrobata, che gioca a fare l’infiltrata nella compagnia e che viene assunta per la sua bravura (il suo numero sulla pertica cinese Al centro dello spettacolo, e in generale della ricerca di Pantakin, si trova la figura del Clown, “inteso nella sua accezione comico circense, ma che racchiude soprattutto in sé un ricco potenziale poetico, evocativo e mimico, dunque teatrale. Il Clown che diventa trait d’union tra la spettacolarità del circo e la poesia del teatro”. Sono clown che risvegliano l’immaginazione degli spettatori, che accompagnano le fantasie di chi guarda in un viaggio fatto di accenni, giochi e ombre. Il tutto con le splendide e allegre musiche originale di Andrea Mazzacavallo e il disegno luci di Enrico Maso. “Cirk” è un momento di teatro in cui ritmo, rischio, leggerezza, tempi comici e gioia si fondono in una drammaturgia semplice ed efficace, capace di evocare un sorriso con niente. “Una realtà assurda, nella quale il tentativo di fare le cose per bene fallisce quasi sempre. Perché soltanto accettando il rischio di non riuscire, possiamo pensare di riuscire veramente. Uno spettacolo in cui tutto è possibile, che incanta quando dovrebbe stupire e stupisce nel raccontare”.

È fin dalla sua nascita, nel 2003, un percorso improntato alla ricerca e alla sperimentazione, quello portato avanti dalle Scimmie Nude, compagnia teatrale guidata dal regista Gaddo Bagnoli, consacrata dallo spettacolo “PauraEDesiderio”, presentato con successo al Festival di Napoli. Un percorso fatto di discussione, indagine, autoironia. Un tracciato che si distacca dal un iniziale confronto con i classici e diviene, proprio con “PauraEDesiderio”, autonomo e personale. Il perno della ricerca è l’uomo, osservato, analizzato e studiato nei suoi comportamenti, nelle sue pulsioni, nelle sue azioni e i suoi pensieri. Nasce così l’idea di progettare e mettere in scena una trilogia sulla scimmia nuda: l’essere umano. Il primo lavoro vedeva come perno motore e nucleo la fisarmonica emotiva che l’uomo compie tra la gioia del raggiungimento di un obiettivo desiderato e la successiva perdita di felicità e sicurezza causata dalla paura di poter fallire. “Macchine. Sinfonietta per corpi e voci” mette invece al centro il meccanismo di azione-reazione che l’uomo ha nei confronti di se stesso e del mondo circostante. Una scena essenziale: un rettangolo di prato che definisce un perimetro e una panca-cassa di plexiglas, unico spazio definito. Sul perenne, essenziale ed elegante sfondo del paradosso di un prato palesemente artificiale, si muovono tre figure. Ci mostrano come i loro corpi reagiscano a pensieri e sensazioni, prima tra le quali quella della costrizione. “L’anima soffre il peso della carne”. Il corpo appare come una prigione, un confine che limita le possibilità, una scatola che ci costringe ad una dimensione esigua, un “minuscolo spazio vitale”. Il corpo è una macchina: deve essere nutrita, deve essere utilizzata per non grippare, produce scorie, ma soprattutto – come effetto base – produce energia. I bravissimi Claudia Franceschetti, Marco Olivieri e Andrea Magnelli, elastici e ironicamente espressivi, ci trasportano in una panoramica sulla nostra gestualità, il nostro linguaggio fisico: dall’affetto alla rabbia, dalle curiosità sessuale ai bisogni primari. Dalla percezione degli odori all’attrazione; dal sonno alla superstizione. Un’analisi precisa e intelligente sulle reazioni muscolari alle continue oscillazioni tra accettazione e rifiuto, tra gradimento e avversione. E per quanto i movimenti non siano quelli artificiali propri di un meccanismo robotico, lo spettacolo è esso stesso una macchina, puntuale e impeccabile: in un’alternanza tra improvvisazioni ed esercizio coreografato, i corpi si muovono reagendo in modo preciso a precisi stimoli, in sequenze che slittano una nell’altra senza soluzione di continuità. Si ride – e molto anche, fino a quando tutto si rivela per quello che è, inesorabilmente, in un vortice grottesco verso il basso: la vita appare – ma siamo costretti alla sola supposizione – altro da quello che ci è concesso di vivere, proprio perché il corpo e i meccanismi biochimici che esso si trascina incollati addosso ci incatenano ad una dimensione che ci schiaccia a terra. “Ci si abitua a morire, poco a poco, in silenzio”, senza poter uscire mai, in nessun caso, dal perimetro artificiale e meccanico che ci è stato messo addosso nascosto sotto a uno strato di pelle.

Potrebbe sembrare un “banale” triangolo amoroso, ma non lo è. “Tradimenti” – testo teatrale scritto nel1978 da Harold Pinter – mette in scena menzogne, ipocrisie, falsità, così come l’accettazione di esse. La vicenda inizia con la fine: la fine della relazione tra Emma (Nicoletta Braschi) e Jerry (Enrico Ianiello), migliore amico e testimone di nozze di Robert (Tony Laudario), marito di Emma. È una storia fatta di mezzi racconti, costruita sul disvelamento lento ma inesorabile della vicenda a partire dalla sua fine, dalla sua estinzione. Nella prima scena si incontrano Emma e Jerry, al bar: sono passati due anni dalla fine della loro relazione, ma Emma ha sentito il bisogno di vederlo, dopo una notte insonne a parlare con Robert, notte che ha probabilmente sancito la fine del loro matrimonio. I due iniziano a ricordare il passato, le vicende intrecciate delle loro famiglie, gli incontri clandestini, anche se in realtà si percepisce immediatamente che non hanno più nulla da dirsi. Nella scena successiva vediamo Jerry che incontra Robert; vuole scusarsi – dopo che Emma ha ammesso di aver detto al marito della loro relazione -, è convinto di dover sistemare le cose, di doversi scusare con l’amico, ma invece appare subito chiaro che tutto, nella storia e nel modo di conoscersi dei loro ultimi anni, è stato costruito su una catena di omissioni e di bugie. Robert infatti non sembra adirato e anzi ammette di sapere della loro relazione da anni. Le scene successive vedono i tre personaggi risalire nel tempo, tornare indietro di nove anni, fino al primo approccio di Jerry a Emma. Sono momenti scelti, i momenti di snodo, in cui la memoria di accavalla, si confonde, si sporca, si inquina. I ricordi sono dichiarati nella loro soggettività, le intuizioni e le paure sono affrontate nel loro momento di nascita, nell’attimo stesso della loro creazione. E nel loro dissolversi in un mare di muta accettazione e consapevole ignoranza. Pinter stesso spiegò che la costruzione drammaturgia era solo “un trucco della memoria” perché, spiegava, “la memoria è così. Comincia tutto dall’ultimo istante, si riavvolge all’indietro. Solo che sopra c’è la testa o il cervello o la logica o l’abitudine a pensare”. Nella messa in scena di Andrea Renzi i personaggi appaiono solo in parte così densi di passato e memoria e risultano a tratti “monodimensionali” nel presente, senza riuscire davvero a creare – se non grazie al testo, che è un capolavoro di drammaturgia e costruzione narrativa – un legame tra i vari piani temporali e sentimentali. Anche le ambientazioni – disegnate da Lino Fiorito e costruite soprattutto tramite la proiezione di immagini ambientali su due grandi schermi/quinte – finiscono per togliere spessore alla scena, ridotta a didascalica elaborazione digitale delle note (e non – come nelle intenzioni di Renzi – a fotografia che immobilizza il momento specifico). Alla fine ci si chiede se alcune spunti testuali, come “Non importa. È tutto passato. È tutto finito”, che chiude la vicenda (sebbene sia pronunciata nella prima scena), o “Hai mai pensato di cambiare vita?”, potessero diventare chiavi di lettura più forti. Perché il testo è, come sottolinea Ianiello, un congegno perfetto fatto di riferimenti interni montati che estrema esattezza e precisione, ma il sottotesto sarebbe forse stato più pregnante se trasmesso con maggiore intensità.

Una stanza, due scene, due spettacoli. Si chiude così, con “La madre” e “Donne in amore”, la serie di “Spara/trova il tesoro/ripeti” di Mark Ravenhill, portata in scena al Teatro I dall’Accademia degli Artefatti. Da sempre attento alla contemporaneità e ai suoi linguaggi (si pensi a “Shopping and fucking” o a “Some explicit polaroids”), Ravenhill concepisce quest’opera durante l’Edinburgh Festival Fringe del 2007, scrivendo una pièce per ogni giorno della manifestazione: “Shoot/get treasure/repeat” è composto da diciassette microdrammi epici, diciassette piccoli episodi quotidiani trasformati in classici, diciassette “schegge”, come li definisce Fabrizio Arcuri, regista e direttore artistico della compagnia. Al Teatro I sono otto le pièces rappresentate (altre due verranno preparate per l’inizio del 2010) e tutte parlano, più o meno direttamente, di guerra e di violenza. La storia contemporanea trascritta in teatro, chiaramente e dichiaratamente. Troviamo “Delitto e castigo” di Dostojeskij, così come “Guerra e pace” di Tolstoj, ma anche l’Odissea e “Le troiane”: classici moderni e antichi. Il ciclo si chiude con la rappresentazione di due drammi claustrofobici, a tratti quasi soffocanti. “La madre” – ispirato all’omonimo libro di Maksim Gor’kij, che racconta la storia di una madre con un figlio attivista politico che viene condannato per le sue idee – si apre su una stanza vuota: un divano di schiena, una tv sulla parete di fronte, qualche oggetto sparso. Tre personaggi: due soldati, venuti ad annunciare la morte del figlio in guerra, e la madre (la bravissima Francesca Mazza), che resta nascosta dietro allo schienale del divano fumando sigarette fino alla fine. Uno spettacolo che racconta la rabbia, l’incredulità, l’incapacità di affrontare dolori come la perdita di un figlio. Una madre immobilizzata nel suo terrore o scatenata nella ribellione alla comunicazione della verità, assente dopo la conferma del suo presentimento. Una madre che fa capolino dal suo nascondiglio soltanto alla fine, rimasta sola, per guardare un programma alla tv, per fare qualche pettegolezzo inutile sulle televendite, perché non basta che “le parole” della comunicazione siano dette con amore e sincero dispiacere e perché “una volta che tuo figlio è saltato in aria, cosa resta da dire? Sono solo sacchi neri per i cadaveri e quella è una noia”. “Donne in amore” – inspirato dal film “Women in love” di Ken Russel, che racconta le storie d’amore parallele di due sorelle e i loro risvolti morbosi e violenti – mette invece in scena una sorta di triangolo amoroso ospedaliero tra Anna, Dan e Rusty l’infermiere (i bravi Caterina Silva, Matteo Angius, Michele Andrei). In una squallida stanza solo un letto ortopedico e due fredde sedie. Dan è a letto, Anna lo sommerge di ricordi, passaggi, ricostruzioni della loro vicenda. Tutto sotto l’occhio attento (e comico) di Rusty, l’infermiere che concede ancora qualche barlume di normalità ai ricoverati, barattando bustine di zucchero con soldatini di plastica. Qualche rapido accenno alla guerra, a un bus saltato, a un soldato che – di notte, nel sonno, nei suoi incubi – scambia spesso il suono di una scorreggia per quello di una mina. Anna non vuole che Dan guardi le notizie, legga i giornali, parli di scuola o università, altrimenti “non starà meglio”. Bisogna restarne fuori per poter guarire, perché se ci entri il male e il senso di desolazione ti afferreranno al punto da non lasciarti più voglia di lottare o, come per la soldatessa de “La madre”, da non lasciarti nemmeno gli istinti più naturali. I testi di “Spara/trova il tesoro/ripeti” sono snelli, diretti, forti. Può essere con la rabbia esplosiva della madre così come con la balbuzie isterica di Anna: i testi risaltano crudi, amari, carichi di significato. E il titolo stesso dichiara il suo intento: mettere sotto i riflettori la nuova filosofia della guerra e della violenza, ormai considerate alla stregua di un videogioco, di un punteggio, di una notizia vuota che fa solo audience. Polaroids che ancora una volta ci immobilizzano nella nostra ipocrisia e nella nostra ignoranza, ma lo fanno con classe ed ironia, quindi – forse – possono sperare di lasciare qualcosa nelle nostre coscienze assuefatte.

Letteralmente: “Parole che cadono dalla bocca”. Un fiume, ininterrotto, schizofrenico, dissociato, spezzettato di frasi, impressioni, considerazioni. Roberto Trifirò porta in scena Samuel Beckett. I suoi romanzi (in particolare la trilogia), i suoi drammi, le sue scene. E soprattutto, le sue omissioni, le cose non dette, i gesti accennati, la maniacalità in cui sono costretti gli uomini per sopravvivere, per ritagliarsi una pace personale fatta di isolamento autistico. In una stanza neutra (scene e luci, evocative ed estremamente curate sono di Giovanni Carluccio) si muove uno strano personaggio, storpio, confuso, immerso in una dimensione sospesa. Una specie di clown – viso dipinto, larghi pantaloni con bretelle, grandi scarpe – che cerca la madre, saltellando senza posa tra ricordi e astrusi conteggi che lo tengono attento (“è bestiale come le matematiche ti aiutino a conoscerti” dice). Un uomo condannato al suo destino, quasi vittima del rapporto con due persone (donne?) di cui non è sicuro di conoscere il sesso (gli pare di poter dire che fossero donne: “ma sì, uomo o donna che importanza ha”), costretto dagli eventi a succhiare in riva al mare pietre meticolosamente disposte nelle sue tasche, a ragionare disordinatamente su dio, l’anticristo, i suoi testicoli. Un personaggio doppio e duplice, spaccato tra se stesso protagonista e il se stesso che lo guarda, ne scrive e ne legge (chiuso nella stanza della madre, lui scrive e un uomo lo paga a pagina – così l’incipit di “molloy”. E legge anche di se stesso, la parte che recita, il copione che ogni tanto pare sfuggirgli). Una storia che non si chiude, che riparte nel momento stesso in cui finisce. L’attesa di Godot, l’infermità di Hamm e di Clov, l’immobilità di Winnie. Un ciclo ininterrotto che non può avere fine. Una claustrofobia inconsapevole che rinchiude la nascita in un circolo che termina con l’immagine iniziale: lui, immobile, mezzo busto, inquadrato da una finestra di luce intensa. Uno spot. Un attimo. E sembra quasi che nel mezzo non sia successo niente, ma c’è un abisso.