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Un quadrato in terra. Due sedie che non si guardano. Un prato decostruito come una scacchiera incompleta. Una luce che disegna una finestra da cui non si può uscire. Da cui non si può nemmeno guardare. “Ti mando un bacio nell’aria” è l’ultima produzione della compagnia siciliana M’Arte, che da oltre dieci anni lavora sulla drammaturgia contemporanea e sulla ricerca teatrale, anche in collaborazione con importanti realtà teatrali italiane, tra cui la compagnia Sud Costa Occidentale di Emma Dante.
In questo testo, Sabrina Petyx – aurice e, in questo caso, anche attrice – racconta il delicato e conflittuale rapporto tra Lui e Lei. Amanti, amici, compagni. Lo sono stati. Ora non si sa.
Lei vuole andarsene, allontanarsi dalla soffocante atmosfera di uno (lui è Massimo Verdastro) che la ingozza di dettagli, che vive annotando su un quadernino in colori diversi pensieri, fatti e appuntamenti. Schedati, incasellati, numerati. Lui lo fa per non dimenticare, o per far finta di non dimenticare. È un maniaco che cerca la perfezione dell’essere sempre uguale a se stesso. Sistema, scrive, mette lei davanti al muro inesistente della sua incapacità di muoversi sul serio. Lei: “Potrei buttarmi dalla finestra”, lui: “Fossi in te mi accontenterei di una porta; è lo stesso ma fa meno rumore”.
Un viaggio attraverso il limite fino a cui può giungere la pazienza. Uno sforzo continuo, tra il tentativo di non sfiorarsi nemmeno e la consapevolezza di non poter sfuggire a qualcuno che si conosce troppo bene.
“Ti mando un bacio nell’aria” è un testo molto interessante, che sfiora con delicatezza e poesia paure, ansie e ostacoli della natura umana, della solitudine, della convivenza, dell’attaccamento. “Ce l’hai almeno un solo ricordo di cosa vuol dire desiderare?”. Lei attacca, lui schiva. Lui attacca, lei crolla. Anche l’incapacità di lei di allontanarsi viene letta da lui, cinicamente e senza pietà, come un appuntamento mancato, da annotare sul quadernino.Una battaglia senza esclusione di colpi, resa forte dalle parole più che dai movimenti in scena, non particolarmente convincenti.
Immobili, restano immobili. Parlano al pubblico spesso, sfogandosi (il regista Giuseppe Cutino cerca di esasperare ciò che ognuno di noi ha vissuto di situazioni analoghe). Sullo sfondo, una parete, rivelata solo alla fine (il disegno luci è di Marcello D’Agostino), che ci mostra tutti i cappotti che lei si è fatta togliere. Era pronta ad andarsene. È rimasta. Si è lasciata togliere il cappotto. Ha aggiunto un altro manichino alla schiera delle cattività autoimposte.

Teatrino Giullare porta avanti da anni la sua particolare e peculiare ricerca sul teatro e sull’attore visto come artificio, come macchina scenica da esplorare e portare al limite. Attraversando la storia della drammaturgia – dalla tragedia greca alla commedia dell’arte, da Shakespeare ai testi moderni – il percorso di Giulia Dall’Ongaro e Enrico Deotta ha portato il gruppo a ricevere numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero (premio per la migliore attrice al World Are Festival di Praga nel 2003; Premio Nazionale della Critica nel 2006; Premio Speciale Ubu nel 2006; Premio Speciale della Giuria e il Premio Brave New World per la regia al 47° Festival Internazionale di Teatro MESS di Sarajevo nel 2007).
Il loro ultimo lavoro è costruito sul primo testo teatrale di Harold Pinter, premio nobel per la letteratura e grandissimo autore teatrale nel Novecento che ha portato il linguaggio, sulla scia di Beckett e della drammaturgia dell’assurdo, ai suoi confini più estremi. Il testo messo in scena è “La stanza”: un dramma tragicomico costruito intorno alla figura di Rose e ai suoi incontri. La stanza in cui è ambientato il dramma diventa in questa versione un piccolo spazio che il pubblico spia da una sola piccola finestra: vediamo solo ciò che la cornice dell’infisso ci permette di vedere, dirimpettai serali che spiano un interno. Intravediamo solo una stufa e indoviniamo (e immaginiamo) un tavolo, dei fornelli, delle ante, una sedia a dondolo. Le voci degli attori sono amplificate, come se sempre noi, spioni della casa di fronte, avessimo piazzato una cimice nella stanza. L’amplificazione confonde, non permette di avere la direzione della voce, e quindi permette ai due attori di impersonare tutti e sei i personaggi del dramma, cambiando tono, timbro e fisionomia, muovendo oggetti al di fuori della finestra che noi vediamo…
“La stanza” di Teatrino Giullare spinge lascia attoniti per l’incredibile bravura e competenza degli attori; stupisce per le trovate sceniche che creano effetti sorprendenti da un’apparente semplicità; affascina per la sottigliezza delle scelte (mostrare una stanza dall’esterno, attraverso una finestra, lascia all’immaginazione dello spettatore tutto ciò – molto – che non si vede); sconvolge per l’utilizzo delle maschere e della loro elasticità e versatilità. Uno spettacolo raffinato e originale; una partitura di testo, gesti e movimenti precisa e impaccabile, che racconta con potenza il dramma dell’uomo, delle cose che non si sanno, delle relazioni che non si risolvono. Una creazione sorprendente e straniante da vedere.

La milonga è il regno del tango. Un luogo sospeso nel tempo, dove coppie di tangueros si avvicendano sulla pista da ballo, attorcigliandosi e rincorrendosi.
Massimo Navone decide di ambientare qui il suo “Otello… un tango ancora”, che ha debuttato in prima nazionale lo scorso 10 gennaio al Teatro Tieffe Menotti.
Il tango come metafora di passione e follia, di sensualità e lotta. Funziona molto bene per una tragedia come Otello, che Shakespeare fonda sulla gelosia e sull’invidia di Iago nei confronti del suo generale.
Navone presenta un’interpretazione atemporale (anche se scene e costumi sono riconoscibili come anni ’40), sospesa tra la musica e l’oppressione. Gruppi di tangueros ballano realmente in scena come durante una normale serata danzante. Sono il coro silenzioso della tragedia, si muovono complici tra i tavoli.
La scenografa Elisabetta Gabbioneta ricostruisce un ambiente fumoso, buio, denso e semplice. Qui Otello (Giovanni Rosi) presenta pubblicamente Desdemona (Sara Bellodi), sua sposa. Qui Iago (Marco Maccieri) tesse la sua tela per vendicarsi e per invidia. Qui Otello si fa convincere dell’infedeltà di Desdemona e impazzisce. Fino alla fine.
Bravi gli attori a muoversi in uno dei testi più conosciuti e ben costruiti di Shakespeare. Molto appassionati Cecilia Di Donato nel ruolo di Emilia e Giusto Cucchiarini in quello di Cassio.

“La modestia”, nuovo spettacolo messo in scena da Luca Ronconi, è un gioco a incastri che naviga nell’ambiguità e nella mancanza di direzione. L’autore – l’argentino Rafael Spregelburd – ha posto “La modestia” come terzo capitolo di una eptalogia ispiratagli da un dipinto di Bosh, che nel Cinquecento aveva raffigurato i sette peccati capitali. Spregelburd crea una serie di opere che indagano i peccati capitali della nostra epoca, muovendosi lungo percorsi non lineari e assolutamente spiazzanti.
“La modestia” presenta due situazioni che continuano ad alternarsi: da una parte i personaggi si trovano – nella moderna Buenos Aires – a districarsi tra storie d’amore, di legge, di tradimento e di famiglia; dall’altra – in un passato non meglio precisato e in un altrettanto non meglio precisato paese dell’Europa dell’Est – i personaggi si trovano a vivere una situazione paradossale tra malattia e morbosità, tra desiderio di ricchezza e fama e distruzione morale.

La scena (di Marco Rossi) è sempre la stessa per quanto, ad ogni cambio di scena/epoca, si aggiungano continuamente elementi, che diventano parte integrante di entrambe le storie in una sorta di perenne accumulo che appesantisce e incastra. Allo stesso modo la luce (il progetto è di A.J. Weissbard) definisce con sempre meno chiarezza i limiti delle storie, facendole scivolare una dentro l’altra a ritmo sempre più serrato. E gli attori (i bravissimi Francesca Ciocchetti, Maria Paiato, Paolo Pierobon e Fausto Russo Alesi) trascinano il pubblico in un vortice ogni volta più complesso da seguire e lo portano, insieme a loro, allo smarrimento.

A Buenos Aires troviamo una situazione paradossale: Maria Fernanda ha un marito, Alejandro, da cui si sta separando. Frequenta Arturo, vicino di casa ed ex socio di Alejandro. Arturo sta cercando, con l’aiuto dell’avvocato San Javier, di costruire una linea difensiva per un misterioso e accennato disastro in mare in cui è in qualche modo coinvolto. La moglie di Arturo (esilarante e disperata, interpretata dalla Paiano) cerca di trovare la sua dimensione in questo triangolo, trascinando se stessa e la sua pazzia in giro per la stanza.
Nel passato troviamo invece due coppie: Anja è sposata con Terzov, scrittore messo in ginocchio dalla tubercolosi. Un medico straniero, Smederovo, si offre di curarlo in cambio di alcuni manoscritti di Terzov (che non sono in realtà suoi, ma del padre di Anja) dalla cui pubblicazione spera di guadagnare una fortuna. La moglie di Smederovo, Leandra, si innamora di Terzov. Tutti questi incroci di interesse, passione, raggiro, malattia, portano i personaggi verso un finale tragico. Sullo sfondo di un conflitto, siamo sballottati tra la malattia che rende prigionieri e la guerra che rende rifugiati.

“La modestia” presenta dei personaggi persi: persi dentro se stessi, dentro la lingua che parlano, dentro lo spazio che abitano e l’epoca che vivono. È uno spettacolo difficile da seguire (e i mormorii del pubblico in sala lo hanno ricordato per tutta la durata della pièce) che in realtà non pretende di essere seguito. Si continua a cambiare idea sui personaggi, sulla loro relazione, sulle loro azioni. È uno spettacolo ossessivo (Terzov ad un certo punto esprime questo concetto: “Saremo ricordati come gli scrittori del periodo in cui tutti scrivevano dell’ossessione”). La modestia – ridotta a peccato – rimane serpeggiante (Leandra, infuriandosi con Terzov, gli dice: “Non esibisca la sua umiltà davanti a noi, non vede dove viviamo?”) e quello che resta alla fine è un opprimente senso di frustrazione.

Il Cinema Cielo era una sala milanese dove venivano proiettati film per adulti. Danio Manfredini lo ha scelto come luogo privilegiato per mostrare un’umanità fatta di uomini soli, in cerca di amore e calore, respinti. Un genere umano indistinto, sporco, mescolato. Ammiccante e disperato.
A darci un filo conduttore, una trans con delle piccole ali rosse (Danio Manfredini) che racconta direttamente al pubblico, e non senza autoironica, alcune storie della sua vita, dei suoi clienti, dei suoi amori fatti di soldi e delusioni.
Poi arriviamo direttamente dentro al Cinema Cielo. Una scena semplice, essenziale, conosciuta: una platea di un cinema. Con le poltroncine rosse. Con le porte a spinta per il bagno. Con gli spettatori sparsi. È una platea specchiata. In fondo, il pubblico che osserva, noi che guardiamo, siamo schermo o specchio? Questo il primo grande interrogativo: quello che vedremo quanto ci riguarda da vicino?
A fare da sfondo, l’audio di un film liberamente ispirato a “Nostra Signora dei Fiori” di Jean Genet, romanzo che racconta le storie crude e ambigue di un omosessuale e dei suoi amanti nella Parigi prima della Guerra. Suoni e dialoghi forti, ora violenti ora erotici, fanno da sfondo a quello che accade nella platea del Cinema Cielo. Uomini e donne che cercano amore, emozioni, sesso. Ognuno ha la sua verità, dalla puttana allo straniero sconosciuto, dal vecchio allo storpio, dalla cassiera al proprietario. In scena, insieme a Manfredini, Patrizia Aroldi, Vincenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro si alternano, insieme ad alcuni manichini, nei ruoli della più variegata umanità, sotto lo sguardo dolce, sconsolato e indulgente, dell’autore. Rapporti consumati in fretta facendo finta di niente, orge improvvisate pur di sentire qualcosa intorno, sentire di non essere completamente soli. In un’atmosfera natalizia – con i festoni attaccati nella squallida sala, sopra alle tende che chiudono gli uomini come in una dark room, o come in una gabbia – in quest’atmosfera natalizia che amplifica la sensazione di sconforto, isolamento ed abbandono, guardiamo (e a volte forse compatiamo) fantasmi della vita che sembrano potersi avvicinare solo strusciandosi, parlare solo con volgarità, muoversi solo con il bacino. Bastano le espressioni – e Manfredini e gli altri attori (e anche i manichini) riescono a trasmettere con corpo e viso più che con mille parole – a farci capire che siamo coinvolti. Tutti.
All’urlo di “Dio sceglie mille modi per introdursi negli animi” – un Dio che fa le creature e sembra abbandonarle, così si intende – assistiamo un po’ sconvolti, un po’ intristiti e un po’ guardoni, allo spettacolo dell’umanità. Sempre intramezzato dalla trans alata, che compare in sala come un messaggero nelle tragedie greche, portando la sua storia sgretolata e ridicola.
Come spesso accade con gli spettacoli di Danio Manfredini, non si può avere la pretesa di capire tutto, ma bisogna lasciarsi trafiggere dall’impatto che le immagini, i suoni e i gesti hanno su di noi. Non bisogna respingere quello che arriva, altrimenti si rischia di rimanere ancorati al difficile limite tra incanto e disgusto. “Cinema Cielo”, che nel 2004 ha vinto il premio Ubu per la miglior regia, non fa eccezione. È uno spettacolo da sentire e guardare, senza pregiudizi, senza schemi. Con tanto amore e tanta indulgenza per chi, coraggiosamente, ci mette in scena.

Fabrizio De André è uno dei miti dell’Italia che ancora vale. Un mito della cultura, della musica, della poesia. Un maestro che ha messo i nostri genitori, e continua a mettere noi, davanti alle gioie e alle miserie umane con le sue canzoni piene di amore e dolore. Una mostra allestita da Studio Azzurro sta girando da qualche anno le città italiane ricordandoci la poetica e le idee alla base della creazione di De Andrè: la guerra, la morte, la poesia, l’amore, la libertà. Ora uno spettacolo, “All’ombra dell’ultimo sole” al Teatro Menotti fino al 31 dicembre, ci ricorda alcune delle canzoni e dei personaggi più significativi.
In scena un testo (di Massimo Cotto, con la regia di Emilio Russo) che attraverso alcune tra le canzoni più incisive e conosciute del Maestro vuole accompagnarci in un’epoca e nelle sue speranze. Undici attori-cantanti mettono in scena la vita quotidiana in un locale genovese, con le loro storie e i loro sentimenti. Stanno aspettando di aprire il nuovo spazio, per parlare di rivoluzione e ideali – sono gli anni ’70 – e cercano di evitare l’attacco della polizia. Finiranno tutti in carcere.
Lo spettacolo è un musical. Non si parla di De Andrè, che diventa un personaggio solo nominato in qualche discorso, ma del mondo da lui raccontato e cantato. Il problema, in un contesto del genere, è che ci si sta confrontando con qualcosa di quasi sacro. Con qualcuno che ha influenzato generazioni intere ed è stato in grado di esprimere sogni e disagi di molti con le sue note e le sue parole. E, per quanto nobile sia l’intenzione di tramandare e stimolare il pensiero (la compagnia ha bandito un concorso di scrittura: i testi migliori vengono appesi nel foyer del teatro e letti dagli attori prima dello spettacolo), il rischio che imperfezioni anche minime diventino invadenti è in agguato. Gli attori, non supportati da una drammaturgia forte (la storia del locale in apertura “la cattiva compagnia” e dell’arresto collettivo non coinvolgono davvero), sono lasciati nudi a cantare di sentimenti crudi, sporchi, violenti e gli arrangiamenti “carini” non sono sufficienti. Convincono la versione di “Quello che non ho” e di “Don Raffae’”; gli altri brani sono corretti, ma l’interpretazione non convince fino in fondo.
“All’ombra dell’ultimo sole” è comunque uno spettacolo godibile che ci fa ricordare un uomo che ha scritto e cantato la storia degli anni di grandi ideali e di rivoluzioni, di delusioni e di vittorie. Un uomo che con la sua sensibilità e la sua crudezza ha saputo far specchiare gli altri uomini mettendoli davanti alla propria natura.

Chiara Stoppa. Attrice. Trentun’anni. A ventisei anni, nel 2005, scopre di non essere pigra. Scopre che la stanchezza che ha sempre addosso ha una causa: un tumore. Da un palcoscenico vuoto – solo un tavolo che diventa sedia, tavolo operatorio, divano – Chiara Stoppa ci racconta, senza retorica e senza paura, la sua storia. Un’estate stanca, la diagnosi, la difficoltà di dirlo a sua madre. Due cicli devastanti di chemio, inutili. La faccia di circostanza per essere una perfetta paziente, pazientemente pazientante. Gli amici che sfottono per sdrammatizzare, le cure che non funzionano. L’espropriazione del corpo in nome della scienza medica.
E così Chiara, dopo un anno di torture, a portarsi sopra il polmone un tumore grande come un hamburger, decide di smettere. Dice basta al sequestro. Basta al tentativo di andare contro qualcosa che stava nel suo corpo e che, evidentemente, non era intenzionato ad andarsene.
È ironica, scoppiettante, vera e sincera. Come potrebbe essere altrimenti? La storia è la sua. Mattia Fabris, coautore e regista, rimane delicatamente sullo sfondo. La regia serve solo a sottolineare alcuni attimi, il resto scorre a prescindere. Un solo momento – quello in cui Chiara si abbassa leggermente la scollatura della maglietta a scoprire la cicatrice della linea centrale – un solo momento in cui lei e la storia coincidono con la carne. E suscita ancora più commozione sentire una giovane donna che ha scelto. Ha scelto di non curarsi più come i medici volevano si curasse. Ha deciso di non firmare più, di non dire più di sì. Ha scelto.
Chiara si è messa in gioco con l’umiltà di dire che la sua è una delle scelte possibili. Un tumore ti cambia: cambia la tua routine, il tuo modo di vivere, di respirare, di stare con gli amici. Si può scegliere come relazionarsi con esso. Si può ascoltare il proprio corpo per decidere quale sia la soluzione più adatta. Gli uomini sono diversi, e diverse possono essere le cure.
Uno spettacolo intenso, “Il ritratto della salute”, forte e spiritoso. Una prova di forza. “Mi sono emozionata quando mi sono resa conto di riuscire a camminare veloce, veloce come una ragazza di trent’anni”. Ora c’è uno spettacolo, altro che camminata veloce.

“Coco. L’ultimo sogno” è l’ultima produzione di Teatrino Giullare, vivace gruppo teatrale del bolognese che ha ottenuto negli anni numerosi riconoscimenti di prestigio (tra cui l’Ubu nel 2006). Mossi dalla ricerca di una recitazione ai limiti dell’artificialità, Giulia Dall’Ongaro ed Enrico Deotti – aiutati dalla sempre incredibile creatività di Cikuska, decoratrice e scenografa che collabora con loro da anni – portano sul palcoscenico Coco Chanel, ormai vecchia, immersa in una sorta di enorme vasca-letto insieme al suo cane. Una scena semplice ed estremamente efficace, inquadrata sullo sfondo da una cornice bianca che sembra sospesa nel nero, dove un pianista di spalle con ali dorate accompagna alcuni momenti dello spettacolo, una sorta di angelo controllore.
Coco, adagiata in un mare di cotone, legge alcune biografie che sono state scritte su di lei, sulla sua leggenda, la sua vita. È irascibile, nervosa, scontrosa. O semplicemente un’anziana ormai stanca. Nata povera, infanzia difficile, infinite congetture sulla nascita del suo soprannome Coco, la ricchezza, gli amanti famosi, il sesso. Tra le righe lette ad alta voce si intravede una vita piena di successi e di difficoltà, un’esistenza sempre in bilico tra fama e solitudine, tra paradiso dorato e inferno nero. Picasso, il suo cane, è rimasto l’unico a tenerle compagnia. Picasso. Come l’amico pittore – Coco conosceva bene tutto l’ambiente artistico della Parigi dei primi del Novecento: Stravinskij, Colette, Cocteau… – con cui litigò, si intuisce: altra grande delusione. Una vita circondata da gente, assediata, eppure irrimediabilmente sola. Una donna che ha liberato le donne, che le ha rese moderne, che ha permesso loro di indossare abiti che le lasciavano libere di muoversi e lavorare comodamente, ritratta tra momenti di ridicola misoginia (“Le teste di certe donne servono solo a consumare shampoo”) e attimi di puro femminismo. Coco Chanel, icona indiscussa della moda: grande rivale di Dior, perfezionista, sarta con le forbici sempre attaccate al collo, capelli corti (Coco si tagliò i capelli dopo essersi bruciata alcune ciocche e venne subito imitata da migliaia di donne). Ormai ottantasettenne, Coco affida i suoi pensieri e i suoi sfoghi al suo cane, personaggio vivo che arriva a tramutarsi in un destriero alato che la trasporta in alto, sempre più in alto.
Immersa nel suo letto di schiuma, guardiamo Coco interrogarsi paradossalmente, attraverso le biografie che legge, su che cosa sia successo la notte del 10 gennaio 1971: la notte in cui morì nella sua suite all’Hotel Ritz, con vista su nulla.
“Coco. L’ultimo sogno” è uno spettacolo di grande impatto visivo, molto sensibile e ironico. Dopo un inizio forse un po’ lento, lo spettacolo trascina lo spettatore in un gioco teatrale fatto di pupazzi e di maschere che danno vita ad espressioni più umane che mai. Tutto bianco e nero, come lo stile essenziale ed elegante lanciato da Coco negli anni venti.

Se già l’autore ha scritto il famoso “Boris” ed è tra gli autori di Serena Dandini – parlo di Mattia Torre – ci si aspetta uno spettacolo scoppiettante.
“456” è ancora più che scoppiettante. È magnetico. Una famiglia ristretta – madre, padre e figlio – si prepara con ansia ad accogliere un ospite (e forse la moglie) per una cena pantagruelica che deve servire a fare in modo che quest’uomo faccia qualcosa per la famiglia; qualcosa di non chiaro, di non precisato. Qualcosa di cui nemmeno i diretti interessati sembrano preoccuparsi più di tanto: quando la cosa è in mano al capofamiglia si può stare tranquilli…
In scena – siamo in un indeterminato paese del Sud Italia isolato dal mondo, si parla un dialetto grezzo, mescolato, meticcio, gestuale, una sorta di gramelot – una cucina. Sullo sfondo il sugo perpetuo, un pentolone inquietante in cui sbollenta da anni il sugo della nonna. Appeso sul tavolo un enorme salame tiene il tempo oscillando.
I bravissimi Carlo De Ruggeri, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Franco Ravera trasportano il pubblico in una realtà tragicomica fatta di non ascolto, violenza, incomprensioni, nervi scoperti e fraintendimenti. Aiutati anche dalle splendide luci di Luca Barbati, gli attori danno vita a quello che hanno sul palco, facendo piombare chi guarda nel mezzo di una scena familiare costruita sui più macabri cliché italiani: il padre padrone, la madre rassegnata, il figlio invecchiato dalla noia che aspira ad uno squallido futuro purché lontano dal suo paese di origine, i discorsi sul tempo, il tentativo di costruire una scenetta perfetta per l’arrivo dell’ospite (che, chiaramente, dev’essere preso per la gola), l’immaginazione, il rapporto strano e diretto di ognuno dei personaggi con Dio e la religione. Una summa dei difetti italiani e della famiglia chiusa e costruita per non subire attacchi dall’esterno e dall’interno. Un inno all’ignoranza e all’assenza di larghe vedute. Perché poi, in fondo, l’ospite doveva solo confermare che tutti i soldi della famiglia – il gruzzoletto che doveva servire a far emigrare il figlio – sono stati spesi dal padre per comprare tre loculi. All’urlo di “l’unica cosa cui si può ambire è una degna sepoltura”, scoppia l’ultima furibonda lite che chiude uno scenario drammatico e sconfortante, e insieme ridicolo e profondamente comico. Tutti morti, con un salame che oscilla.
Ginesio, Ovidio e Mariaguglielma sono personaggi che hanno un po’ di ciascuno di noi. Simbolo di una popolazione che non si muove, che non ha ambizioni, che non é disposta a uscire dal proprio percorso di vita per scoprire altro. “456” è uno spettacolo intelligente, molto ben costruito (dov’è la regia? Tutta dentro a quello che fanno gli attori. Non si vede. Questa è regia), che fa ridere, sorridere e sospirare nei suoi momenti ermetici e fatti di noia e grottesca ripetitività.
Era ora che qualcuno riuscisse a portare in scena un’istituzione così radicata – la famiglia – con occhio disincantato e discreto. E soprattutto con (auto)ironia.

Mai come in questo momento, ci si rende facilmente conto di sapere poco – troppo poco – della storia del nostro paese. Della sua nascita. Delle implicazioni che il Risorgimento ha avuto e delle conseguenze che ha portato con sé. Marco Balliani di presenta, in “Terra promessa”, la stessa storia da un punto di vista inusuale: il protagonista è un brigante del Sud.
Se si è briganti non si può più tornare tra i cristiani. In scena insieme a Balliani, tre schermi che raccontano le vicende di alcuni personaggi. Chi del Nord, chi del Sud, chi cafone, chi signore. Tutti. Ognuno ha avuto le sue ragioni per compiere le azioni che ha compiuto. Chi aveva ragione o torto lo ha deciso, e contiuna a deciderlo, la storia. Di solito la storia dei vinti.
Carmine Crocco è un poveraccio che lavora la terra in Basilicata. Alla promessa dei nobiluomini del Nord, promessa di libertà, giustizia, uguaglianza, si schiera con i garibaldini. Promettono terra. Poi la situazione degenera. Emergono le ingiustizie, le rivalità, gli interessi personali. E, con la guerra contro gli austriaci, i giovani del Sud vengono arruolati per combattere una guerra di nemmeno-si-sa-chi. Vengono tolte braccia alla terra, i figli partono, la ricchezza della zona parte. Il Sud resta desolato, preda di bramosia e insurrezioni. Lo stato è visto come qualcosa che accade, come destino, ma l’annessione del Sud è percepita sempre più come un atto di forza.
L’ultima parte dello spettacolo racconta la fine di Crocco, il disperato tentativo di restare tutti uniti. Ma gli interessi e i tradimenti, ancora una volta, rovinano un sogno di dignità e coraggio. Spinti dalle tragiche condizioni della loro terra, tra il 1865 e il 1905 emigrano dal Sud otto milioni di contadini, un terzo della popolazione italiana di allora. “L’Italia nasce nello strappo”.
Un testo forte, partecipato, in parte tratto dalla stessa autobiografia di Carmine Crosso. Video scenografie che – eccezione nell’attuale panorama teatrale italiano – non disturbano e non sono superflue, ma aiutano a contestualizzare, capire, mostrare altro che la scena “fisica” non rivela. “Terra promessa” è uno spettacolo semplice, di narrazione. Fa piacere sentir raccontata la propria storia. Dovremmo ascoltare tutti.