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La milonga è il regno del tango. Un luogo sospeso nel tempo, dove coppie di tangueros si avvicendano sulla pista da ballo, attorcigliandosi e rincorrendosi.
Massimo Navone decide di ambientare qui il suo “Otello… un tango ancora”, che ha debuttato in prima nazionale lo scorso 10 gennaio al Teatro Tieffe Menotti.
Il tango come metafora di passione e follia, di sensualità e lotta. Funziona molto bene per una tragedia come Otello, che Shakespeare fonda sulla gelosia e sull’invidia di Iago nei confronti del suo generale.
Navone presenta un’interpretazione atemporale (anche se scene e costumi sono riconoscibili come anni ’40), sospesa tra la musica e l’oppressione. Gruppi di tangueros ballano realmente in scena come durante una normale serata danzante. Sono il coro silenzioso della tragedia, si muovono complici tra i tavoli.
La scenografa Elisabetta Gabbioneta ricostruisce un ambiente fumoso, buio, denso e semplice. Qui Otello (Giovanni Rosi) presenta pubblicamente Desdemona (Sara Bellodi), sua sposa. Qui Iago (Marco Maccieri) tesse la sua tela per vendicarsi e per invidia. Qui Otello si fa convincere dell’infedeltà di Desdemona e impazzisce. Fino alla fine.
Bravi gli attori a muoversi in uno dei testi più conosciuti e ben costruiti di Shakespeare. Molto appassionati Cecilia Di Donato nel ruolo di Emilia e Giusto Cucchiarini in quello di Cassio.

“La modestia”, nuovo spettacolo messo in scena da Luca Ronconi, è un gioco a incastri che naviga nell’ambiguità e nella mancanza di direzione. L’autore – l’argentino Rafael Spregelburd – ha posto “La modestia” come terzo capitolo di una eptalogia ispiratagli da un dipinto di Bosh, che nel Cinquecento aveva raffigurato i sette peccati capitali. Spregelburd crea una serie di opere che indagano i peccati capitali della nostra epoca, muovendosi lungo percorsi non lineari e assolutamente spiazzanti.
“La modestia” presenta due situazioni che continuano ad alternarsi: da una parte i personaggi si trovano – nella moderna Buenos Aires – a districarsi tra storie d’amore, di legge, di tradimento e di famiglia; dall’altra – in un passato non meglio precisato e in un altrettanto non meglio precisato paese dell’Europa dell’Est – i personaggi si trovano a vivere una situazione paradossale tra malattia e morbosità, tra desiderio di ricchezza e fama e distruzione morale.

La scena (di Marco Rossi) è sempre la stessa per quanto, ad ogni cambio di scena/epoca, si aggiungano continuamente elementi, che diventano parte integrante di entrambe le storie in una sorta di perenne accumulo che appesantisce e incastra. Allo stesso modo la luce (il progetto è di A.J. Weissbard) definisce con sempre meno chiarezza i limiti delle storie, facendole scivolare una dentro l’altra a ritmo sempre più serrato. E gli attori (i bravissimi Francesca Ciocchetti, Maria Paiato, Paolo Pierobon e Fausto Russo Alesi) trascinano il pubblico in un vortice ogni volta più complesso da seguire e lo portano, insieme a loro, allo smarrimento.

A Buenos Aires troviamo una situazione paradossale: Maria Fernanda ha un marito, Alejandro, da cui si sta separando. Frequenta Arturo, vicino di casa ed ex socio di Alejandro. Arturo sta cercando, con l’aiuto dell’avvocato San Javier, di costruire una linea difensiva per un misterioso e accennato disastro in mare in cui è in qualche modo coinvolto. La moglie di Arturo (esilarante e disperata, interpretata dalla Paiano) cerca di trovare la sua dimensione in questo triangolo, trascinando se stessa e la sua pazzia in giro per la stanza.
Nel passato troviamo invece due coppie: Anja è sposata con Terzov, scrittore messo in ginocchio dalla tubercolosi. Un medico straniero, Smederovo, si offre di curarlo in cambio di alcuni manoscritti di Terzov (che non sono in realtà suoi, ma del padre di Anja) dalla cui pubblicazione spera di guadagnare una fortuna. La moglie di Smederovo, Leandra, si innamora di Terzov. Tutti questi incroci di interesse, passione, raggiro, malattia, portano i personaggi verso un finale tragico. Sullo sfondo di un conflitto, siamo sballottati tra la malattia che rende prigionieri e la guerra che rende rifugiati.

“La modestia” presenta dei personaggi persi: persi dentro se stessi, dentro la lingua che parlano, dentro lo spazio che abitano e l’epoca che vivono. È uno spettacolo difficile da seguire (e i mormorii del pubblico in sala lo hanno ricordato per tutta la durata della pièce) che in realtà non pretende di essere seguito. Si continua a cambiare idea sui personaggi, sulla loro relazione, sulle loro azioni. È uno spettacolo ossessivo (Terzov ad un certo punto esprime questo concetto: “Saremo ricordati come gli scrittori del periodo in cui tutti scrivevano dell’ossessione”). La modestia – ridotta a peccato – rimane serpeggiante (Leandra, infuriandosi con Terzov, gli dice: “Non esibisca la sua umiltà davanti a noi, non vede dove viviamo?”) e quello che resta alla fine è un opprimente senso di frustrazione.

Il Cinema Cielo era una sala milanese dove venivano proiettati film per adulti. Danio Manfredini lo ha scelto come luogo privilegiato per mostrare un’umanità fatta di uomini soli, in cerca di amore e calore, respinti. Un genere umano indistinto, sporco, mescolato. Ammiccante e disperato.
A darci un filo conduttore, una trans con delle piccole ali rosse (Danio Manfredini) che racconta direttamente al pubblico, e non senza autoironica, alcune storie della sua vita, dei suoi clienti, dei suoi amori fatti di soldi e delusioni.
Poi arriviamo direttamente dentro al Cinema Cielo. Una scena semplice, essenziale, conosciuta: una platea di un cinema. Con le poltroncine rosse. Con le porte a spinta per il bagno. Con gli spettatori sparsi. È una platea specchiata. In fondo, il pubblico che osserva, noi che guardiamo, siamo schermo o specchio? Questo il primo grande interrogativo: quello che vedremo quanto ci riguarda da vicino?
A fare da sfondo, l’audio di un film liberamente ispirato a “Nostra Signora dei Fiori” di Jean Genet, romanzo che racconta le storie crude e ambigue di un omosessuale e dei suoi amanti nella Parigi prima della Guerra. Suoni e dialoghi forti, ora violenti ora erotici, fanno da sfondo a quello che accade nella platea del Cinema Cielo. Uomini e donne che cercano amore, emozioni, sesso. Ognuno ha la sua verità, dalla puttana allo straniero sconosciuto, dal vecchio allo storpio, dalla cassiera al proprietario. In scena, insieme a Manfredini, Patrizia Aroldi, Vincenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro si alternano, insieme ad alcuni manichini, nei ruoli della più variegata umanità, sotto lo sguardo dolce, sconsolato e indulgente, dell’autore. Rapporti consumati in fretta facendo finta di niente, orge improvvisate pur di sentire qualcosa intorno, sentire di non essere completamente soli. In un’atmosfera natalizia – con i festoni attaccati nella squallida sala, sopra alle tende che chiudono gli uomini come in una dark room, o come in una gabbia – in quest’atmosfera natalizia che amplifica la sensazione di sconforto, isolamento ed abbandono, guardiamo (e a volte forse compatiamo) fantasmi della vita che sembrano potersi avvicinare solo strusciandosi, parlare solo con volgarità, muoversi solo con il bacino. Bastano le espressioni – e Manfredini e gli altri attori (e anche i manichini) riescono a trasmettere con corpo e viso più che con mille parole – a farci capire che siamo coinvolti. Tutti.
All’urlo di “Dio sceglie mille modi per introdursi negli animi” – un Dio che fa le creature e sembra abbandonarle, così si intende – assistiamo un po’ sconvolti, un po’ intristiti e un po’ guardoni, allo spettacolo dell’umanità. Sempre intramezzato dalla trans alata, che compare in sala come un messaggero nelle tragedie greche, portando la sua storia sgretolata e ridicola.
Come spesso accade con gli spettacoli di Danio Manfredini, non si può avere la pretesa di capire tutto, ma bisogna lasciarsi trafiggere dall’impatto che le immagini, i suoni e i gesti hanno su di noi. Non bisogna respingere quello che arriva, altrimenti si rischia di rimanere ancorati al difficile limite tra incanto e disgusto. “Cinema Cielo”, che nel 2004 ha vinto il premio Ubu per la miglior regia, non fa eccezione. È uno spettacolo da sentire e guardare, senza pregiudizi, senza schemi. Con tanto amore e tanta indulgenza per chi, coraggiosamente, ci mette in scena.

Chiara Stoppa. Attrice. Trentun’anni. A ventisei anni, nel 2005, scopre di non essere pigra. Scopre che la stanchezza che ha sempre addosso ha una causa: un tumore. Da un palcoscenico vuoto – solo un tavolo che diventa sedia, tavolo operatorio, divano – Chiara Stoppa ci racconta, senza retorica e senza paura, la sua storia. Un’estate stanca, la diagnosi, la difficoltà di dirlo a sua madre. Due cicli devastanti di chemio, inutili. La faccia di circostanza per essere una perfetta paziente, pazientemente pazientante. Gli amici che sfottono per sdrammatizzare, le cure che non funzionano. L’espropriazione del corpo in nome della scienza medica.
E così Chiara, dopo un anno di torture, a portarsi sopra il polmone un tumore grande come un hamburger, decide di smettere. Dice basta al sequestro. Basta al tentativo di andare contro qualcosa che stava nel suo corpo e che, evidentemente, non era intenzionato ad andarsene.
È ironica, scoppiettante, vera e sincera. Come potrebbe essere altrimenti? La storia è la sua. Mattia Fabris, coautore e regista, rimane delicatamente sullo sfondo. La regia serve solo a sottolineare alcuni attimi, il resto scorre a prescindere. Un solo momento – quello in cui Chiara si abbassa leggermente la scollatura della maglietta a scoprire la cicatrice della linea centrale – un solo momento in cui lei e la storia coincidono con la carne. E suscita ancora più commozione sentire una giovane donna che ha scelto. Ha scelto di non curarsi più come i medici volevano si curasse. Ha deciso di non firmare più, di non dire più di sì. Ha scelto.
Chiara si è messa in gioco con l’umiltà di dire che la sua è una delle scelte possibili. Un tumore ti cambia: cambia la tua routine, il tuo modo di vivere, di respirare, di stare con gli amici. Si può scegliere come relazionarsi con esso. Si può ascoltare il proprio corpo per decidere quale sia la soluzione più adatta. Gli uomini sono diversi, e diverse possono essere le cure.
Uno spettacolo intenso, “Il ritratto della salute”, forte e spiritoso. Una prova di forza. “Mi sono emozionata quando mi sono resa conto di riuscire a camminare veloce, veloce come una ragazza di trent’anni”. Ora c’è uno spettacolo, altro che camminata veloce.

“Coco. L’ultimo sogno” è l’ultima produzione di Teatrino Giullare, vivace gruppo teatrale del bolognese che ha ottenuto negli anni numerosi riconoscimenti di prestigio (tra cui l’Ubu nel 2006). Mossi dalla ricerca di una recitazione ai limiti dell’artificialità, Giulia Dall’Ongaro ed Enrico Deotti – aiutati dalla sempre incredibile creatività di Cikuska, decoratrice e scenografa che collabora con loro da anni – portano sul palcoscenico Coco Chanel, ormai vecchia, immersa in una sorta di enorme vasca-letto insieme al suo cane. Una scena semplice ed estremamente efficace, inquadrata sullo sfondo da una cornice bianca che sembra sospesa nel nero, dove un pianista di spalle con ali dorate accompagna alcuni momenti dello spettacolo, una sorta di angelo controllore.
Coco, adagiata in un mare di cotone, legge alcune biografie che sono state scritte su di lei, sulla sua leggenda, la sua vita. È irascibile, nervosa, scontrosa. O semplicemente un’anziana ormai stanca. Nata povera, infanzia difficile, infinite congetture sulla nascita del suo soprannome Coco, la ricchezza, gli amanti famosi, il sesso. Tra le righe lette ad alta voce si intravede una vita piena di successi e di difficoltà, un’esistenza sempre in bilico tra fama e solitudine, tra paradiso dorato e inferno nero. Picasso, il suo cane, è rimasto l’unico a tenerle compagnia. Picasso. Come l’amico pittore – Coco conosceva bene tutto l’ambiente artistico della Parigi dei primi del Novecento: Stravinskij, Colette, Cocteau… – con cui litigò, si intuisce: altra grande delusione. Una vita circondata da gente, assediata, eppure irrimediabilmente sola. Una donna che ha liberato le donne, che le ha rese moderne, che ha permesso loro di indossare abiti che le lasciavano libere di muoversi e lavorare comodamente, ritratta tra momenti di ridicola misoginia (“Le teste di certe donne servono solo a consumare shampoo”) e attimi di puro femminismo. Coco Chanel, icona indiscussa della moda: grande rivale di Dior, perfezionista, sarta con le forbici sempre attaccate al collo, capelli corti (Coco si tagliò i capelli dopo essersi bruciata alcune ciocche e venne subito imitata da migliaia di donne). Ormai ottantasettenne, Coco affida i suoi pensieri e i suoi sfoghi al suo cane, personaggio vivo che arriva a tramutarsi in un destriero alato che la trasporta in alto, sempre più in alto.
Immersa nel suo letto di schiuma, guardiamo Coco interrogarsi paradossalmente, attraverso le biografie che legge, su che cosa sia successo la notte del 10 gennaio 1971: la notte in cui morì nella sua suite all’Hotel Ritz, con vista su nulla.
“Coco. L’ultimo sogno” è uno spettacolo di grande impatto visivo, molto sensibile e ironico. Dopo un inizio forse un po’ lento, lo spettacolo trascina lo spettatore in un gioco teatrale fatto di pupazzi e di maschere che danno vita ad espressioni più umane che mai. Tutto bianco e nero, come lo stile essenziale ed elegante lanciato da Coco negli anni venti.

Se già l’autore ha scritto il famoso “Boris” ed è tra gli autori di Serena Dandini – parlo di Mattia Torre – ci si aspetta uno spettacolo scoppiettante.
“456” è ancora più che scoppiettante. È magnetico. Una famiglia ristretta – madre, padre e figlio – si prepara con ansia ad accogliere un ospite (e forse la moglie) per una cena pantagruelica che deve servire a fare in modo che quest’uomo faccia qualcosa per la famiglia; qualcosa di non chiaro, di non precisato. Qualcosa di cui nemmeno i diretti interessati sembrano preoccuparsi più di tanto: quando la cosa è in mano al capofamiglia si può stare tranquilli…
In scena – siamo in un indeterminato paese del Sud Italia isolato dal mondo, si parla un dialetto grezzo, mescolato, meticcio, gestuale, una sorta di gramelot – una cucina. Sullo sfondo il sugo perpetuo, un pentolone inquietante in cui sbollenta da anni il sugo della nonna. Appeso sul tavolo un enorme salame tiene il tempo oscillando.
I bravissimi Carlo De Ruggeri, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Franco Ravera trasportano il pubblico in una realtà tragicomica fatta di non ascolto, violenza, incomprensioni, nervi scoperti e fraintendimenti. Aiutati anche dalle splendide luci di Luca Barbati, gli attori danno vita a quello che hanno sul palco, facendo piombare chi guarda nel mezzo di una scena familiare costruita sui più macabri cliché italiani: il padre padrone, la madre rassegnata, il figlio invecchiato dalla noia che aspira ad uno squallido futuro purché lontano dal suo paese di origine, i discorsi sul tempo, il tentativo di costruire una scenetta perfetta per l’arrivo dell’ospite (che, chiaramente, dev’essere preso per la gola), l’immaginazione, il rapporto strano e diretto di ognuno dei personaggi con Dio e la religione. Una summa dei difetti italiani e della famiglia chiusa e costruita per non subire attacchi dall’esterno e dall’interno. Un inno all’ignoranza e all’assenza di larghe vedute. Perché poi, in fondo, l’ospite doveva solo confermare che tutti i soldi della famiglia – il gruzzoletto che doveva servire a far emigrare il figlio – sono stati spesi dal padre per comprare tre loculi. All’urlo di “l’unica cosa cui si può ambire è una degna sepoltura”, scoppia l’ultima furibonda lite che chiude uno scenario drammatico e sconfortante, e insieme ridicolo e profondamente comico. Tutti morti, con un salame che oscilla.
Ginesio, Ovidio e Mariaguglielma sono personaggi che hanno un po’ di ciascuno di noi. Simbolo di una popolazione che non si muove, che non ha ambizioni, che non é disposta a uscire dal proprio percorso di vita per scoprire altro. “456” è uno spettacolo intelligente, molto ben costruito (dov’è la regia? Tutta dentro a quello che fanno gli attori. Non si vede. Questa è regia), che fa ridere, sorridere e sospirare nei suoi momenti ermetici e fatti di noia e grottesca ripetitività.
Era ora che qualcuno riuscisse a portare in scena un’istituzione così radicata – la famiglia – con occhio disincantato e discreto. E soprattutto con (auto)ironia.

Mai come in questo momento, ci si rende facilmente conto di sapere poco – troppo poco – della storia del nostro paese. Della sua nascita. Delle implicazioni che il Risorgimento ha avuto e delle conseguenze che ha portato con sé. Marco Balliani di presenta, in “Terra promessa”, la stessa storia da un punto di vista inusuale: il protagonista è un brigante del Sud.
Se si è briganti non si può più tornare tra i cristiani. In scena insieme a Balliani, tre schermi che raccontano le vicende di alcuni personaggi. Chi del Nord, chi del Sud, chi cafone, chi signore. Tutti. Ognuno ha avuto le sue ragioni per compiere le azioni che ha compiuto. Chi aveva ragione o torto lo ha deciso, e contiuna a deciderlo, la storia. Di solito la storia dei vinti.
Carmine Crocco è un poveraccio che lavora la terra in Basilicata. Alla promessa dei nobiluomini del Nord, promessa di libertà, giustizia, uguaglianza, si schiera con i garibaldini. Promettono terra. Poi la situazione degenera. Emergono le ingiustizie, le rivalità, gli interessi personali. E, con la guerra contro gli austriaci, i giovani del Sud vengono arruolati per combattere una guerra di nemmeno-si-sa-chi. Vengono tolte braccia alla terra, i figli partono, la ricchezza della zona parte. Il Sud resta desolato, preda di bramosia e insurrezioni. Lo stato è visto come qualcosa che accade, come destino, ma l’annessione del Sud è percepita sempre più come un atto di forza.
L’ultima parte dello spettacolo racconta la fine di Crocco, il disperato tentativo di restare tutti uniti. Ma gli interessi e i tradimenti, ancora una volta, rovinano un sogno di dignità e coraggio. Spinti dalle tragiche condizioni della loro terra, tra il 1865 e il 1905 emigrano dal Sud otto milioni di contadini, un terzo della popolazione italiana di allora. “L’Italia nasce nello strappo”.
Un testo forte, partecipato, in parte tratto dalla stessa autobiografia di Carmine Crosso. Video scenografie che – eccezione nell’attuale panorama teatrale italiano – non disturbano e non sono superflue, ma aiutano a contestualizzare, capire, mostrare altro che la scena “fisica” non rivela. “Terra promessa” è uno spettacolo semplice, di narrazione. Fa piacere sentir raccontata la propria storia. Dovremmo ascoltare tutti.

Ci sono progetti che hanno obiettivi precisi. Lo spazio Compost di Prato è uno di questi. Cristina Pezzoli, regista, e Letizia Russo, drammaturga e traduttrice, hanno portato in scena al Teatro Tieffe Menotti una delle creazioni di questo gruppo, “Scuolasbroc”, che – come gli altri – si basa sull’improvvisazione e sul lavoro con gli attori.
Lo spettacolo parte da temi precisi – la scuola, l’educazione, la frustrazione – e si sviluppa per improvvisazione lungo un canovaccio. In scena banchi, cattedra e lavagna. Una normale classe che viene sconvolta il giorno in cui il professore di italiano, disperato e frustrato, entra in classe con una pistola. Un flash back ci riporta alle origini di quest’azione senza speranza, alla tremenda situazione della scuola italiana e di chi la compone, professori in testa.
Nella presentazione dello spettacolo di legge che esistono addirittura sette finali diversi per la storia, e che lo spettatore sarà quindi ridotto a non conoscerne che una. Fa parte del gioco.
Il problema semmai è la struttura dell’improvvisazione. In un canonico testo teatrale (e nelle sceneggiature in generale) le parti, anche quando si tratta di scene corali in cui intervengono tutti gli attori, sono distribuite secondo un preciso equilibrio. Pesate e distribuite per creare il ritmo dello spettacolo, insieme a chi lo dirige e chi lo recita. In “Scuolasbroc” l’improvvisazione – almeno nella replica da me vista! – non ha dosaggi precisi e molte scene arrivano ad essere molto ripetitive senza che questo sia voluto dalla storia o dal testo. Gli attori paiono a tratti non abbastanza sicuri della rete di sicurezza che il canovaccio dovrebbe offrire loro e temporeggiano su passaggi non determinanti, creando situazioni ridondanti (tutti i personaggi che rispondono alla stessa domanda, le reazioni di tutte sempre messe in evidenza, ecc). Sembra quasi di assistere ad un saggio, in cui ognuno deve avere eguale voce in capitolo per non sentirsi trascurato.
“Scuolasbroc” è uno spettacolo con un buonissimo potenziale (la prima parte funziona bene; i temi toccati sono interessanti e facilmente virabili in un’ottica tragicomica) ma va a mio parere meglio dosato nelle diverse parti, altrimenti il rischio e quello di provocare noia: sarebbe un vero peccato.

Si inizia a sipario chiuso, come nella migliore tradizione teatrale. Un attore – Daniele Trambusti, ottimo caratterista e ottima spalla della magnifica, server dirlo? Angela Finocchiaro – entra in scena, dice qualcosa che fa ridere, gioca con alcuni telefonini, facendoli suonare in un crescendo di ansiosa tecnologia invadente. E poi il sipario si apre e il pubblico scivola nel mondo magico dei testi di Stefano Benni, uniti a patchwork in questo spettacolo: “Mai più soli”, messo in scena da Cristina Pezzoli. Il primo è Nonno Stregone, il personaggio di “Pane e tempesta”: è un vecchio, accappatoio, calze spaiate, che racconta il suo risveglio, difficile, angosciante, da anziano. Per sentirsi vivo, per capire che effettivamente è ancora vivo, annusa. Sente gli odori, prima di compiere le ventisette – faticosissime – azioni richieste ad un essere umano per alzarsi dal letto.
Angela Finocchiaro cambia panni: è la volta del disperato racconto di un uomo in treno e della sua epopea attraverso tutti i disagi che i vagoni trenialia gli offrono: affollamento, telefonia folle, asfissia, gelo, gabinetto rotto, blackout…
Quindi vediamo l’esilarante tentativo di una signora che tenta di acquistare un presepe tradizionale e si vede rifilare – in nome di una balzana scusa umanitaria – una villa con giardino e una Sacra Famiglia modaiola e imbellettata. Condizionamento, evidentemente, mica bue e asinello.
C’è poi la storia di un muratore che viene chiamato in paradiso ad aggiustare la porta di Pietro… “Sei sicuro di non essere caduto da un’impalcatura?”. E ancora le storie dei festeggiamenti di Capodanno: il solitario, l’ansioso, la coppia innamorata, quello che sono anni che si ritrova in casa persone che festeggiano perché è buono e tanto, alla fine, i danni li paga lui.
Personaggi che ognuno di noi ha visto, sentito, che fanno parte di ciascuno di noi. Personaggi raccontati con un linguaggio vivace, sorprendente, naturale. E messi in scena con sincerità e ironia. Uno spettacolo da vedere, per concedersi un po’ di sano divertimento non senza riflessione, perché questo fanno i testi e gli spettacoli di grande letteratura: divertono e fanno pensare. Ce n’è bisogno.

“Tre studi per una crocifissione” è uno spettacolo del 1992: ha quasi vent’anni. Pochi autori sono in grado di realizzare opere che rimangono attuali a lungo, oltre il tempo e il luogo in cui vanno in scena. Danio Manfredini è uno di questi. Profondamente appassionato – nel senso etimologico del termine – di pittura e affascinato in modo viscerale (visceralità che arriva chiaramente al pubblico) dai mondi comunemente considerati al limite – come quello delle realtà psichiatriche, nelle quali ha lavorato per lunghissimo tempo – Manfredini porta avanti dagli anni ’70 una ricerca teatrale personale ed esrtemamente curata e precisa che lo ha portato, nel 1999, a vincere il premio Ubu.
“Tre studi per una crocifissione” racconta di tre mondi al limite. Quello di un paziente psichiatrico, quello di una transessuale e quello di un immigrato.
Il primo studio si apre su uno spazio riempito da sedie vuote, troni fisici per fantasmi della memoria. L’uomo racconta se stesso e ai suoi interlocutori immaginari il suo mondo, la sua vita: l’amore per la Divina Commedia – e l’inferno dove non si trova pace – e quello per il latino; i suoi studi, la sue capacità, aneddoti che riempiono il vuoto del tempo. Fa riflessioni sulla vita e sulla sorte dell’essere umano, non senza un sottile e delicato umorismo (“Se siamo tristi abbiamo i nostri motivi: siamo motivati”). Uno spezzone di vita solitaria, fatta di film e ricordi. Un crocifisso sullo sfondo. Sempre uguale a se stesso, l’uomo riflette con i suoi fantasmi su cosa sia la normalità: lui ha la canottiera e le mutande. Chi ha la canottiera e le mutande non è forse normale?
Il secondo personaggio, liberamente tratto da Fassbinder, è una transessuale. È diventata donna per amore, voleva solo un po’ di affetto. Si era invaghita di un uomo: “Anche tu mi piaceresti, se fossi donna”. Così è andata a Casablanca ed è tornata donna. E lui ha riso di lei. Ha iniziato a bere. La cogliamo ubriaca, subito prima della sua ultima scelta, quella di suicidarsi. Racconta la sua storia, si rivolge ad una madre assente, morta, usando una filosofia fatta di immagini forti derivanti dalla sua esperienza. Voleva fare l’orafo. Poi voleva fare il macellaio, ma ormai – con le tette – non era più possibile. Eppure, ci dice, il macello è la vita stessa. Ha deciso di togliersi la vita con una considerazione che lascia basiti: il suicida ama la vita, è solo scontento delle condizioni che gliela hanno resa insostenibile.
Il terzo studio coglie invece un extracomunitario, un immigrato che, sotto la pioggia, tenta un dialogo improbabile e impossibile con qualcuno che non lo sta ascoltando, che lo vuole allontanare. Un ballo disperato, sulle note di una struggente musica. Una vitalità che non può liberarsi, che è costretta a rimanere lì, sempre lì, come il matto del primo momento, come la transessuale del secondo. Sono lì. Cercano di condividere, di trovare compagnia, di parlare. Cercano di non far cadere le loro parole nel vuoto. Cercano conforto, amore. Sono feriti, anche umiliati a volte.
“Tre studi per una crocifissione” è uno spettacolo forse non originale, ma che ha la delicatezza di mostrare l’umanità nella sua dimensione più intima, anche a costo di andare a cogliere il disagio, ciò che di solito ci fa voltare la testa da un’altra parte. E lo fa senza giudizio, senza pretese. È uno spettacolo da vedere, anche solo per la bravura e la straordinaria presenza scenica di colui che anima questi personaggi.